Riforma sostegno, si rischia ulteriore delega ai docenti specializzati

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Siamo un gruppo di docenti con specializzazione per le attività di sostegno didattico (oltre sessanta), orgogliosi di lavorare e desiderosi di mettere le proprie conoscenze e competenze a servizio delle classi con alunni con disabilità. Parliamo di classi, non di singoli alunni, poiché il docente specializzato è anzitutto docente di classe.

Siamo un gruppo di docenti con specializzazione per le attività di sostegno didattico (oltre sessanta), orgogliosi di lavorare e desiderosi di mettere le proprie conoscenze e competenze a servizio delle classi con alunni con disabilità. Parliamo di classi, non di singoli alunni, poiché il docente specializzato è anzitutto docente di classe.

Il nostro gruppo è nato con la condivisione del percorso formativo di specializzazione, ma continua a scambiarsi idee didattiche, buone prassi, materiali, in un’ottica di collaborazione, formazione reciproca e miglioramento continuo.

E’ proprio questo percorso professionale ad insegnarci quotidianamente il valore del lavoro in gruppo, del sapersi confrontare, dell'ascolto reciproco e della relazione di cura quali pilastri irrinunciabili dell'agire pedagogico.

Ad anno scolastico da poco avviato, ci ritroviamo a discutere insieme le rispettive condizioni e situazioni lavorative. Da tale confronto emerge uno spaccato che questa volta vorremmo condividere con voi, esperti del settore che guardate la realtà scolastica con occhi forse diversi dai nostri, che la viviamo quotidianamente da oltre dieci anni. Vorremmo in questa sede condividere le nostre serie perplessità in merito a quanto emerge dalle idee di riforma sul sostegno espresse da “La buona scuola”, certi che queste righe saranno lette davvero, come d’altronde costantemente ribadito dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, il quale più volte ha espresso la propria disponibilità ad ascoltare ed a prendere in seria considerazione le opinioni del corpo docente, direttamente interessato dalle riforme messe in campo da questo Governo.

Siamo consapevoli che la situazione del sostegno nella scuola richieda un’evoluzione e che la scuola di oggi, sempre più bisognosa e volta a perfezionare i processi di inclusione degli alunni con disabilità, debba porsi in un’ottica di autoanalisi.

L’anno scolastico 2015-2016 è iniziato ancora una volta con grandi incertezze per gli alunni con disabilità, molti dei quali, lesi nei loro diritti, senza insegnante di sostegno né operatori, sono stati catapultati in aula privi del supporto necessario.

La realtà è che, in barba all’ottica di inclusione e alle parole di cui spesso ministri e governo hanno fatto largo uso, assistiamo tutt’ora ad antichi fenomeni di delega di attività quali la redazione del PDF e del PEI ai soli docenti di sostegno, che si assumono la completa presa in carico dell’alunno con disabilità, con conseguente errata comprensione del vero ruolo del docente specializzato. Forse ci vorranno ancora anni per portare a termine un cambio generazionale e di mentalità, e passare letteralmente dalla fase dell’integrazione a quella dell’inclusione.

Le parole sono tante, ma la verità è che occorre creare sinergie, all’interno e al di fuori della scuola. E soprattutto, la didattica speciale necessita di tempi e supporti adeguati alle speciali esigenze degli alunni. E non è solo una questione di formazione dei docenti. Si parla di luoghi idonei, di software, di hardware e materiali che sono completamente assenti nelle scuole. Dove sono tutte queste attrezzature? Dove sono gli operatori, il cui orario viene ridotto sempre di più a causa dei tagli economici? Non siamo convinti che tutti gli addetti ai lavori che si occupano di elaborare proposte di riforma abbiano mai messo piede in una scuola, magari secondaria e, possibilmente pubblica. Se costoro venissero a visitare le scuole e si trattenessero insieme a noi magari per un paio di settimane, forse avrebbero un’idea più chiara delle condizioni in cui lavorano tutti i docenti, in particolare quelli specializzati.

“La buona scuola” impone la ridefinizione del ruolo dell’insegnante di sostegno ipotizzando percorsi di formazione differenziati fra l’insegnante curricolare e quello specializzato, fino ad arrivare alla possibilità di una classe di concorso apposita. Ma ci chiediamo: non si corre forse il rischio di un’ulteriore delega di responsabilità dell’alunno con disabilità al solo insegnante di sostegno? Quale tipo di figura professionale si intende esattamente creare con questa riforma? Abbiamo letto e capito quanto è scritto, ma come si concretizzerà esattamente questa azione rivoluzionaria? Nascerà una figura di insegnante “quasi-medico”? Un assistente super specializzato che rischia di non entrare più nelle classi? E in questo caso, si potrà parlare ancora di inclusione? Qual è il confine fra inclusione ed esclusione? Dove sarà il punto di incontro fra la programmazione curricolare e quella individualizzata? Quale sarà esattamente il ruolo del docente specializzato, considerando la realtà scolastica esistente senza spiccare voli pindarici?

Non dimentichiamo che l’insegnante specializzato è un docente di classe ed è di supporto alle attività didattiche (e non ai soli alunni certificati). In virtù di questo ruolo egli rappresenta una grande risorsa, non solo per l’alunno con disabilità, ma anche per tutti gli altri allievi in classe, soprattutto quelli con altri bisogni educativi speciali, che rappresentano una realtà importante e spesso gestita con grande difficoltà.

La questione è che la formazione del docente specializzato dovrebbe procedere di pari passo con l’evoluzione della figura di quello curricolare, pur sempre tenendo in considerazione la specificità della formazione del docente specializzato. Sulla carta, “La buona scuola” parrebbe vagamente prevedere anche questo, ma ad oggi si assiste ad una pressoché incompleta preparazione della maggior parte dei docenti curricolari in merito alla didattica speciale (a parte rari casi), e, ancora una volta, il docente specializzato si accolla la responsabilità del progetto educativo dell’alunno con bisogni educativi speciali o con disabilità, come se egli fosse docente di matematica, italiano, lingue straniere, ecc.. . Un tuttofare insomma, che si barcamena per far quadrare i conti entro quelle famigerate 9 ore (è questa la media di ore di sostegno concessa ad ogni alunno sul totale delle ore trascorse a scuola). Questo accade quotidianamente nella “scuola inclusiva”. Il resto è solo eccezione, o preferiamo forse parlare di “eccezionalità”?

Magari sarebbe meglio, prima di ridefinire completamente il ruolo del docente di sostegno attraverso una riforma sì necessaria, ma al momento precipitosa in quanto basata sulla mancanza di presa di coscienza della vera realtà scolastica e delle sue problematiche, iniziare a formare i docenti curricolari sulle le modalità di lavoro collegiale da portare avanti congiuntamente ai colleghi specializzati, in particolare sulle modalità di confronto circa l'impostazione delle metodologie didattiche più adeguate ai singoli contesti educativi e sulle modalità di analisi critica circolare del proprio agire didattico e professionale. Crediamo anche che questo tipo di formazione debba essere impartito da docenti specializzati nel sostegno e con anni di esperienza.

Prima di arrivare ai grandi obiettivi, “La buona scuola” dovrebbe magari iniziare a riformare le piccole cose; la gestione quotidiana, formando il personale docente, fornendo attrezzature e supporti alla didattica speciale, creando rapporti con gli enti esterni che siano reali, a partire dal supporto di neuropsichiatri e psicologi delle ASL, ai quali dovrebbe essere affidato un numero ragionevole di alunni con disabilità da seguire, affinché si realizzi un’assistenza costante e meticolosa, che sia un vero supporto alla scuola.

Se l’idea contenuta nel decreto “La buona scuola” è quella di creare una classe di docenti (sostegno e curricolari) specializzata, non crediamo che l’imposizione di regole restrittive quali l’immobilità per 10 anni anziché 5 oppure un concorso per tornare all’insegnamento disciplinare, sia la soluzione per riformare lo stato delle cose. Per ciò che concerne la realtà odierna, facciamo infatti presente che i docenti specializzati hanno già superato uno o più concorsi per la propria disciplina, sono abilitati, e soprattutto, attualmente il sostegno non rappresenta una classe di concorso. A questo proposito, ci chiediamo perché, analogamente, i docenti di scuola primaria non debbano sostenere un concorso per passare ad insegnare la propria disciplina alla scuola secondaria, come accade spesso per la lingua inglese ad esempio.

In particolare, se la riforma dovesse abbracciare l’idea di “cambiare le carte in tavola” per i docenti già di ruolo, attribuendo alle misure prese un eventuale valore retroattivo, si creerebbe una grave ingiustizia. La scelta fatta in passato da chi è ad oggi stabilizzato si poggiava infatti su basi diverse. Cambiare gli elementi che possono averla determinata, influenzando la carriera futura di tante persone che hanno preso decisioni lavorative a condizioni differenti, non può avere senso nella così chiamata “buona scuola”.

Comprendiamo l’obiettivo della stabilità e della continuità, ma, soprattutto nella didattica speciale, va anche considerato l’elemento del burn-out e del forte stress cui i docenti specializzati sono sottoposti di fronte a realtà caratterizzate da grave disagio, da mancanza di strutture, strumenti ed operatori, ma anche da scarsa collaborazione dei colleghi curricolari per mancanza di formazione circa la cultura dell'agire in sinergia con i docenti specializzati.

Inoltre, riteniamo che la qualità dell’insegnamento non si realizzi grazie ad un vincolo imposto dall’alto, quale potrebbe essere l’impedimento alla mobilità dal sostegno alla disciplina. Al contrario, la qualità dell’insegnamento si esprime soprattutto attraverso la trasversalità, l’adattabilità, la flessibilità e la crescita professionale, le quali agiscono in sinergia. Un docente che vuole passare dal sostegno all’insegnamento della disciplina in cui si è specializzato, deve poter essere libero di farlo, nell’ottica dell’evoluzione della propria figura professionale, del rinnovato entusiasmo e della realizzazione di sé attraverso il proprio lavoro, valori che poi necessariamente trasmetterà ai ragazzi. Un docente frustrato e imbrigliato da inutili vincoli legislativi è l’esempio più dannoso che i nostri alunni possano incontrare nel loro delicato cammino. La mobilità tanto auspicata da “la buona scuola” non può essere solo territoriale.

Siamo certi che un serio cambiamento potrà essere ottenuto solamente attraverso un’azione di formazione continua ed obbligatoria del personale docente, ed attraverso la valorizzazione del percorso professionale individuale.

Concludiamo esprimendo la convinzione che un docente che ha esperienza sul sostegno possiede una specializzazione ed un bagaglio di strumenti e risorse che non sempre gli altri colleghi hanno. Tornare a insegnare la propria disciplina dopo un periodo di esperienza come insegnante specializzato costituirebbe una ricchezza, uno stimolo per se stessi e una grande risorsa per la classe e per l'intera comunità scolastica. In realtà, tutti i docenti curricolari, nella “buona scuola”, dovrebbero avere esperienza di insegnamento sul sostegno.

E’ quanto ci auguriamo da “La Buona Scuola”.

Gruppo Docenti Sostegno Perugia – Terni 2015.

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