Riforma scuola. ADI: no tetto 66% per carriera docenti, scuola-lavoro surrogato modello duale tedesco

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E’ globalmente positivo il giudizio dell’Associazione Docenti e Dirigenti italiani alle linee guida per la riforma della scuola. Ma alcuni punti vanno affermati con più coraggio: per le nuove leve abbassare a 10, massimo 15 anni la progressione contributiva e rivedere il meccanismo della mobilità. Ne abbiamo parlato con la Presidente Alessandra Cenerini.

E’ globalmente positivo il giudizio dell’Associazione Docenti e Dirigenti italiani alle linee guida per la riforma della scuola. Ma alcuni punti vanno affermati con più coraggio: per le nuove leve abbassare a 10, massimo 15 anni la progressione contributiva e rivedere il meccanismo della mobilità. Ne abbiamo parlato con la Presidente Alessandra Cenerini.

Presidente, sul sito dell’ADI il commento alle linee guida annunciate da Renzi si chiude con una domanda. Gliela pongo adesso a vantaggio dei nostri lettori: c’è il rischio che questa riforma, nonostante le buone intenzioni, possa esaurirsi nella sola massiccia immissione di precari ope legis? Quali sono gli aspetti deboli che potrebbero farla naufragare?

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Gli aspetti deboli sono paradossalmente gli aspetti forti della proposta: per la prima volta si intaccano i pilastri della conservazione sindacale, burocratica e partitica ai quali la scuola è inchiodata dagli anni 70. Si afferma la volontà del Governo e del Parlamento di riappropriarsi della condizione dei docenti, varando un nuovo Stato giuridico. Ma questa partita è tutt’altro che vinta, perché il blocco conservatore è diffuso e potente.

Renzi, che è dotato non solo di coraggio, ma di una discreta dose di cinismo e di scaltrezza, è riuscito comunque a congegnare l’operazione in modo tale che, se riuscirà, otterrà  quello che nessun ministro ha mai ottenuto:

  1. da una parte fare propria, in una dimensione mai vista prima, la tradizionale rivendicazione della “base”, con assunzioni che arrivano ad azzerare tutte le graduatorie, e costringono la maggioranza del Parlamento a fare presto (decreto legge su tutto!);
  2. dall’altra ottenere, in stretta connessione con il primo provvedimento, tutto il resto, che, comunque lo si voglia giudicare, non è poco e ci si augura potrà essere, e di molto, migliorato. Noi ci adopereremo in questo senso e faremo un importante seminario in novembre sullo Stato giuridico, durante il quale renderemo pubblica la nostra proposta.

Entriamo nei singoli punti: pensa che sia soddisfacente l’individuazione di un tetto del 66% per i docenti meritevoli ? Potrebbe funzionare?

La soluzione proposta dimostra l’apprezzabile volontà di non lasciare alla sola anzianità di servizio la progressione retributiva, ma l’impostazione non convince per molti motivi.
Due sono i problemi principali e vanno tenuti distinti:

  1. Il primo riguarda la progressione retributiva, oggi su 35 anni, una fra le più lunghe al mondo, che va accorciata. La proposta, al contrario,  mantiene  la stessa durata. Si può ipotizzare un abbassamento graduale  per tutti gli attuali insegnanti di ruolo fino a un massimo di 25 anni. Ai nuovi invece bisogna avere il coraggio di offrire condizioni di lavoro diverse con vantaggi e opportunità meno impiegatizie e più legate allo sviluppo professionale, con una progressione retributiva molto più breve, 10 o 15 anni al massimo, e una retribuzione di ingresso nettamente superiore all’attuale (inconciliabile però con la ricostruzione di carriera). E’ giusto ed opportuno che la progressione sia per tutti collegata ad una valutazione dell’attività svolta, ma non può essere aprioristicamente limitata al 66%, stabilito peraltro a livello di scuola, con  inevitabili sperequazioni, che ricordano gli aspetti più controversi del “concorsone” del 2000.
  2. Il secondo problema riguarda l’articolazione professionale, legata a nuove funzioni, di cui si parla da almeno 30 anni, e che è già stata stabilita nella legge istitutiva dell’autonomia. L’articolazione professionale non può limitarsi da un lato al solo docente mentor, e dall’altro a incarichi temporanei e transitori. Si dovrebbero, al contrario, ipotizzare fasi successive dello sviluppo di carriera, che, per esempio nell’ambito gestionale, potrebbero condurre fino ai vertici dell’Amministrazione.

E l’idea di invitare alla mobilità verso altre scuole ‘meno competitive’ i bravi docenti non premiati nelle proprie la convince? Servirebbe davvero di stimolo?

È una soluzione sbagliata perché incrementa la mobilità di cui non abbiamo proprio bisogno.
Una mobilità che, con il 20% del personale che si sposta di sede ogni anno, costituisce il più grave danno che si possa fare alla qualità della scuola e, secondo il parere dell’Ocse, al rendimento degli allievi. Va detto inoltre che questa mobilità colpisce in primo luogo gli istituti tecnici e professionali, gli istituti più penalizzati da altri aspetti del funzionamento del nostro sistema, in dispregio a tutte le dichiarazioni sull’equità.

D’altra parte questa ipotesi di “migrazione” di presunti docenti bravi, sembra in contraddizione con la proposta contenuta nello stesso documento di frenare il diritto alla mobilità a livello triennale. Una proposta coraggiosa che sarà strenuamente osteggiata e potrebbe essere una delle leve per alimentare il fronte contro il progetto del Governo.

Che cosa pensa degli accenni sul come verificare le capacità didattiche dei docenti? Come li integrerebbe?

Sono accenni! E si potrebbe chiudere qui.

Ma va detto, almeno con beneficio di inventario, che per una valutazione degli insegnanti che sia efficace bisogna provvedere in via preliminare ad almeno quattro operazioni, peraltro dispendiose in termini di tempo, di professionalità impiegate e anche di denaro:

  1. definire a livello centrale gli standard di prestazione di tutti gli insegnanti ( e questo pare essere contenuto nel documento);
  2. ridefinire lo stato giuridico con i criteri di ammissione e di esclusione dalla professione (la qualità si valuta e si seleziona soprattutto in ingresso, fin dall’ammissione alla scuola di specializzazione);
  3. avere nelle scuole figure stabili di leadership intermedia;
  4. predisporre un serio servizio ispettivo, rigorosamente selezionato, che può fare da “terzo” di garanzia in qualsiasi operazione di valutazione professionale. E’ inconcepibile fare riferimento all’attuale nucleo di valutazione della scuola, un organismo elettivo del tutto screditato.

Senza questa condizioni , l’abbiamo già visto, la valutazione della prestazione rimane illusoria.

Sul sito di ADI c’è scritto che “si decreta così la fine dell’esperienza fallimentare della contrattualizzazione del rapporto di lavoro avviata nel 1995”. Le sembra che queste linee guida contengano davvero i presupposti per un cambiamento dello status giuridico dei docenti? In fondo non si parla di una differenziazione di funzioni, ma piuttosto di compiti temporanei.

Noi ci sforziamo di credere che ci sia davvero la volontà di approntare un nuovo stato giuridico, ma obiettivamente allo stato attuale non si ha certezza alcuna.
Ritornare allo stato giuridico, vuol dire chiudere l’esperienza della “privatizzazione” del rapporto di lavoro inaugurata con la D.lgs 29/93 , che a detta di tutti gli esperti è stata decisamente fallimentare e negativa per la scuola: l’illusione che una gestione “contrattualistica” potesse costituire uno strumento più agile per l’innovazione del nostro sistema si è rivelata illusoria.

Ma è questa l’intenzione vera del governo Renzi? O non è piuttosto un’altra spada di Damocle sulla testa del Sindacato per partire da una posizione di forza?
Il dubbio è legittimo, perché riscrivere con un decreto legge l’intero “nuovo” stato giuridico dei docenti  è una impresa che farebbe tremare le vene e i polsi a qualsiasi legislatore.

Per quanto riguarda  la differenziazione delle funzioni, ho già detto che siamo solo all’inizio del discorso, ma lo stato giuridico dovrà contenere molte altre cose, creare spazi di flessibilità per le scuole che vogliono diventare realmente autonome,  con la possibilità di assumere direttamente il personale, di  avvalersi di esperti, di riorganizzare e modificare l’orario di servizio, per esempio in termini onnicomprensivi, ecc..

Capitolo finanziamenti privati nella scuola: c’è chi dice che sia qui il cuore di questo nuovo disegno. Di che natura pensa che dovrebbero e potrebbero essere le risorse aggiuntive? Famiglie, imprese, amministrazione?

Potremmo dire cinicamente che anche per la scuola “pecunia non olet”! Diciamo subito che la scuola non può diventare un centro per la pubblicità di prodotti vari, ma ci sono sistemi assolutamente leciti per raccogliere fondi. Gli Istituti tecnici e professionali lo facevano statutariamente fino agli anni ’70 prima della loro licealizzazione, con il così detto “conto terzi”. 
Altra cosa è il contributo delle famiglie.

La gratuità della scuola è un mito che ha fatto il suo tempo, iscritto nella Costituzione in un’Italia dove la miseria, la fame, la disoccupazione, l’analfabetismo e la povertà si toccavano con mano. Ora, fatti salvi i diritti e le garanzie per i meno abbienti, ogni scuola dovrebbe poter contare su un contributo delle famiglie.
Ma la domanda è sempre la stessa: che cosa è disponibile la scuola a dare in cambio alle famiglie, in termini di servizi, di qualità dell’istruzione, di puntualità ed efficienza?

Capitolo alternanza scuola-lavoro: quali i limiti del modo in cui se ne parla all’interno delle linee-guida?

Non equivochiamo.
Lo stage non ha alcun rapporto necessario con la formazione professionale degli allievi, riguarda piuttosto la loro socializzazione. Il più delle volte è poco più di una visita aziendale….

Altra cosa è l’alternanza vera che, brutalmente, significa tre giorni a scuola e tre giorni in aula. E in aula si riflette su quello che si è fatto in azienda, mentre in azienda si realizza o si applica quello che si è imparato a scuola.

Niente quindi, nel documento, del “modello duale” o tedesco che  dir si voglia, ma un suo scadente surrogato, con il quale non si corre il rischio di ridurre gli organici – che è la grande passione della burocrazia, del sindacato e, anche, tutto sommato, dello stesso governo Renzi. Importante, però, non farlo passare per il Sesamo di una politica attiva del lavoro o per combattere la dispersione e gli abbandoni. Per questo bisogna affrontare di petto la questione della formazione e istruzione professionale, importando in tutta Italia le esperienze del Trentino, e anche della Lombardia per alcuni aspetti.

Sottolineate come punto critico l’inadeguatezza dell’Amministrazione nel disegnare l’architettura istituzionale della nuova scuola. Chi potrebbe farlo, allora?

L’Amministrazione  dell’istruzione in Italia è in profonda crisi da almeno trent’anni (qualcuno dice da un secolo), quasi tutto ciò che tocca si trasforma in sprechi e inefficienza, il caso dei concorsi passati e presenti è lì a dimostrarlo.
La strategia del governo Renzi  non ha colonne su cui poggiare, perché la nostra amministrazione non ha cultura gestionale ed è composta quasi interamente da specialisti in diritto. Immaginatevi un ministero della giustizia diretto da insegnanti.

Vanno quindi corretti gli errori del passato:

  1. chiudere i costosissimi Uffici scolastici regionali, come richiesto dalla stessa  Corte Costituzionale;
  2. sostituire – in gran parte – gli attuali vertici del Miur con economisti, statistici, informatici, programmatori, ingegneri, architetti, pedagogisti e insegnanti (e che tutti conoscano bene almeno l’inglese). Bisogna che il cervello dell’istruzione comunichi in qualche modo con gli insegnanti, gli utenti, gli esperti di altri Paesi, e non solo con i sindacalisti e i politici.
  3. Ricostruire un vero corpo ispettivo (reclutato tra i migliori insegnanti, presidi ed anche esperti) non solo per i controlli (più che mai necessari), ma anche per il sostegno sistematico e i progetti, la formazione degli insegnanti e la consulenza.

 Nei prossimi dieci anni  ne servono almeno un migliaio, e saremmo comunque in ritardo rispetto ai maggiori Paesi europei.

di Eleonora Fortunato

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