Riforma. La scelta di “commissariare” le scuole rafforzando i poteri del dirigente scolastico

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L'analisi di Giuseppe Mariani (Drigente, esperto di diritto scolastico e formatore del personale della scuola. Autore presso la casa editrice EDISES)

L'analisi di Giuseppe Mariani (Drigente, esperto di diritto scolastico e formatore del personale della scuola. Autore presso la casa editrice EDISES)

Stante il contesto consolidato dell’autonomia scolastica, non era possibile ricorrere ad un’operazione dirigistica di stampo gentiliano; si pensò, piuttosto, di puntare sulla già esistente figura del dirigente scolastico, rafforzandone iniziativa e managerialità all’interno del quadro innovato dalla legge n. 59/1997, il cui art. 21 così recita: “L'autonomia delle istituzioni scolastiche e degli istituti educativi si inserisce nel processo di  realizzazione della autonomia e della riorganizzazione dell'intero sistema formativo. Ai fini della realizzazione della autonomia delle istituzioni scolastiche le funzioni dell'Amministrazione centrale e periferica della pubblica istruzione in materia di gestione del servizio di istruzione, fermi restando i livelli unitari e nazionali di fruizione del diritto allo studio nonché gli elementi comuni all'intero sistema scolastico pubblico in materia di gestione e programmazione definiti dallo Stato, sono progressivamente attribuite alle istituzioni scolastiche (…)”.

Da qui prese le mosse il testo licenziato in data 12 marzo dal Consiglio dei ministri, attribuendo al ddl la finalità di disciplinare l’autonomia delle istituzioni scolastiche e individuando da subito (art. 2) a chi sarebbe stata affidata la funzione di reggere le scuole con poteri in deroga, “nelle more della revisione del quadro normativo di attuazione dell’articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni”: la funzione del dirigente scolastico sarebbe stata “rafforzata (…) per garantire un’efficiente gestione delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche e materiali”.

Il Comunicato del Consiglio dei Ministri così sintetizzava per l’opinione pubblica il lavoro compiuto: “Il ddl consente di realizzare finalmente l’autonomia scolastica, assegnando maggiori strumenti ai presidi per gestire risorse umane, tecnologiche e finanziarie. Le scuole avranno un organico potenziato (garantito a partire dal prossimo anno scolastico attraverso un piano straordinario di assunzioni) per coprire tutte le cattedre vacanti, rispondere alle nuove esigenze didattiche, organizzative e progettuali, potenziare l’offerta formativa, fronteggiare la dispersione scolastica, rendere la scuola più inclusiva, eliminare le supplenze più dannose, anno dopo anno, per la continuità della didattica. Le scuole, d’ora in poi, potranno indicare il loro fabbisogno di docenti e strumenti per attuare i Piani dell’offerta formativa. I Piani diventano triennali e saranno predisposti dai dirigenti scolastici, sentiti gli insegnanti, il Consiglio di istituto e le realtà territoriali”.

In altre parole: poiché si era deciso che i provvedimenti dovevano aver effetto da subito, non essendo rinviabile l’immissione nelle scuole di almeno 100.000 nuovi insegnanti, di cui solo una parte per coprire posti vacanti tradizionali (posti comuni dell’infanzia/primaria e cattedre delle secondarie), occorreva che le scuole “inventassero” un nuovo Piano dell’offerta formativa, questa volta su base triennale, per dare ragione e sostanza alla chiamata al lavoro di decine di migliaia di nuovi insegnanti: con tale Piano il dirigente scolastico avrebbe individuato il fabbisogno di posti dell’organico dell’autonomia, in relazione all’offerta formativa che avrebbe realizzato potenziando le attività progettuali finalizzate al raggiungimento degli obiettivi declinati nel terzo comma dell’art. 2.

I “nuovi poteri” del dirigente scolastico Spiccava l’enorme responsabilità attribuita in esclusiva ad un figura che, nel quadro pregresso, era stato chiamato a reggere la scuola nella diarchia con gli organi collegiali, ai quali il Regolamento dell’autonomia attribuiva per intero la predisposizione del POF, elaborato dal collegio dei docenti sulla base degli indirizzi definiti dal consiglio d’istituto e dallo stesso adottato con delibera conclusiva.

La proposta governativa del 12 marzo andava a stravolgere proprio questo essenziale elemento di equilibrio: “Il piano triennale dell’offerta formativa è elaborato dal dirigente scolastico, sentiti il collegio dei docenti e il consiglio d’istituto nonché con l’eventuale coinvolgimento dei principali soggetti economici, sociali e culturali del territorio”.

Ne derivavano, a cascata, ulteriori potestà (non condivise con gli organi collegiali) che, di fatto, avrebbero reso il dirigente scolastico il princeps dell’istituzione, in taluni casi con poteri da commissario per le emergenze.

Ricordiamo, fra di esse:

  1. con l’art. 6 “Organico dell’autonomia per l’attuazione dei piani triennali dell’offerta formativa”: scelta dagli elenchi dei ruoli territoriali, sulla base del fabbisogno espresso nel Piano triennale, dei docenti idonei all’attuazione del Piano stesso;
  2. con l’art. 9 “Periodo di formazione e di prova del personale docente ed educativo”: valutazione dei neo-docenti sulla base di un’istruttoria di un docente al quale sono affidate dal dirigente scolastico le funzioni di tutor, prevedendo anche “verifiche e ispezioni in classe”; in caso di valutazione negativa del periodo di prova: dispensa dal servizio con effetto immediato, senza obbligo di preavviso;
  3. con l’art. 11 “Valorizzazione del merito del personale docente”: assegnazione ai docenti meritevoli di una somma (derivata dal fondo ministeriale di 200 milioni) motivata dalla “valutazione dell’attività didattica in ragione dei risultati ottenuti in termini di qualità dell’insegnamento, di rendimento scolastico degli alunni e degli studenti, di progettualità nella metodologia didattica utilizzata, di innovatività e di contributo al miglioramento complessivo della scuola”.

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