Riforma, referendum e lacrime di coccodrillo. Lettera

di redazione
ipsef

Negli ultimi mesi, una parola più di altre è stata pronunciata in modo altisonante e ridondante dai governanti della cosa pubblica italiana: i “giovani”.

Una sorta di etichetta, di apparente marchio di qualità utilizzato come certificazione della visione lungimirante di coloro che si sono autoeletti nel ruolo di riformatori del nostro Paese. A riprova di questo, alla parola “giovani” sono state affiancate altre parole roboanti quali ad esempio “futuro” e “cambiamento”. La saga è iniziata con il Job Act, che già dal nome faceva intendere ad un qualcosa di moderno e innovativo, che strizzava l’occhio proprio ai “giovani”.

Una riforma che prometteva di affrontare in maniera organica e risolutiva una delle maggiori piaghe sociali del nostro Paese: la disoccupazione giovanile. Per poi scoprire che, dati alla mano, a beneficiarne provvisoriamente sono stati gli over 50 mentre nulla è cambiato nella categoria dei cosiddetti “giovani”. Ma a ripristinare il principio ispiratore della riforma ci ha pensato l’ex-neo Ministro del Lavoro Poletti che ha fatto capire in modo inequivocabile la sua visione del mondo giovanile. Dal Job Act si è poi passati alla famigerata “Buona Scuola”, vero fiore all’occhiello del precedente Governo, tanto da essere presentata dall’ex premier Renzi e dalla ex ministra Giannini come una riforma epocale che avrebbe reso la scuola pubblica finalmente funzionale, moderna e con al centro i “giovani”, ripetendo dunque la stessa formula magica precedente.

Tanto da annunciare con enfasi che grazie all’innovato concorso docenti legato alla “Buona Scuola”, 63.000 nuovi “giovani” Prof. sarebbero entrati in ruolo da Settembre 2016. Per la precisione, i posti promessi erano 63.712, una cifra che faceva pensare ad un calcolo reale e scientifico del fabbisogno nazionale. Macché. Innanzitutto, ad oggi il concorso non è stato ancora concluso in molti regioni e, cosa ancor più grave, i pochi vincitori hanno scoperto che in realtà i posti promessi non c’erano. Erano semplicemente fasulli. Una farsa di concorso che si proponeva di risolvere l’annoso problema dei docenti precari salvo poi trattarli come un fardello di cui liberarsi, utilizzando una procedura finemente architettata per eliminare e non per selezionare.

E con la cornice di voler risolvere nel contempo il flagello della “supplentite” per garantire ai “giovani” il sacrosanto diritto della continuità didattica. Macché. Addirittura l’era della “Buona Scuola” è iniziata con un drastico aumento del ricorso alle supplenze, figlio dei tanti posti rimasti scoperti proprio a causa della manifesta incompetenza nel gestire l’articolato mondo della scuola pubblica italiana.

Con tutte queste premesse, si è arrivati alla madre di tutte le riforme, quella costituzionale, nel cui referendum popolare i giovani, quelli veri, hanno potuto finalmente far sentire la loro voce. Una categoria allargata ben oltre i vincoli anagrafici, rimasta inascoltata nonostante i continui messaggi di dissenso verso l’intero disegno riformatore del Governo. Ma anche in questa occasione il frastuono prodotto è durato poco. Infatti, dopo le lacrime di coccodrillo di routine versate da coloro che hanno disatteso tutte le promesse rivolte alla categoria allargata dei giovani, tutto è ripreso come se nulla fosse, pensando che sarebbe bastato portare in dote lo scalpo della Ministra Giannini per placare la rivolta democratica in atto.

A riprova di ciò, ad esempio, nel “toccante” messaggio di commiato dell’ex premier Renzi, la “Buona Scuola” è magicamente sparita dalla fiera rivendicazione dell’azione di Governo salvo poi, due giorni dopo, ribadirne la bontà e la volontà di portarla avanti nonostante tutto e tutti. A ruota è giunto l’oracolo del tronfio “amico dei giovani” Poletti che ha annunciato perentorio “il Job Act non si tocca”. E le frasi ad effetto del post referendum “sono stati i giovani a condannarci”, “abbiamo sbagliato a non ascoltarli”, “non abbiamo capito il loro dissenso”, dove sono finite? Già nel dimenticatoio.

Allora ci si chiede: com’è possibile che a questi personaggi venga concesso di fare, disfare e poi di rifare tranquillamente ciò che vogliono, contro tutto e tutti? La risposta è purtroppo semplice ed amara. Basti pensare all’esempio eclatante dei docenti precari. Capaci finalmente di ricompattarsi per un obiettivo comune, collettivo, per poi sciogliersi come neve al sole subito dopo, ritornando a suddividersi in tante piccole sottocategorie, ripiombando nell’anonimato mediatico e lasciando nuovamente campo libero ai fautori dei precedenti disastri.

Addirittura, alcuni si sono affrettati ad andare a trattare nuovamente con i neo arrivati nelle stanze del potere senza accorgersi che gli inquilini erano sempre gli stessi e giustificandosi con la frase di comodo “se non puoi sconfiggere il nemico ti devi alleare con lui”. Un famoso proverbio recita “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. E anche stavolta a piangere saranno sempre gli stessi mentre i soliti noti continueranno a versare solo lacrime di coccodrillo.

Ugo Donatelli, un giovane “vecchio”

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