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Riforma pensioni: urgente determinare il post quota 100

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Sempre più urgente definire quello che accadrà ai pensionamenti nel post quota 100: per questo i sindacati premono per un incontro con il governo.

I sindacati premono per avere con l’esecutivo un confronto urgente per quanto concerne la riforma del Fisco e quella delle pensioni.  CGIL, CISL e UIL sono, infatti, preoccupati che si possa realizzare una riduzione della imposte che non sia selettiva mentre, sostengono, è indispensabile razionalizzale il prelievo dell’IRPEF senza andare a penalizzare i ceti medi e bassi, come avviene oggi.

Per le parti sociali, infatti, le imposte devono essere ridotte soprattutto per lavoratori dipendenti e pensionati. Ma a premere i sindacati è anche la riforma previdenziale, vista l’imminente scadenza della quota 100.

Riforma pensioni nel post quota 100

I temi che dovrebbero essere all’ordine del giorno per quel che riguarda l’intervento sulla previdenza sono molti e vari. Si va, appunto, dalla scadenza della quota 100 alle flessibilità in uscita passando anche dai dubbi che le parti sociali hanno sui contratti di espansione e la quota 41.

Proprio per questo motivo la richiesta di incontro/confronto è urgente poichè, in vista della nuova Legge di Bilancio i nodi da sciogliere sono molti.

Cercare di capire verso che direzione si intende andare dopo il 31 dicembre 2021, appare determinante non solo per i lavoratori ma anche per i datori di lavoro: chi potrà accedere alla pensione dal 2022? Quanti lavoratori bisognerà sostituire in vista di pensionamenti?

Pianificare il futuro prossimo, che si avvicina sempre più, appare non solo necessario ma anche urgente e proprio per questo motivo non bastano più solo le ipotesi e le proposte.

Appare sempre più chiaro che non si riuscirà, con il poco tempo che ci separa dalla scadenza della quota 100, a mettere in piedi una riforma previdenziale strutturale e che molto probabilmente l’unica via percorribile sarà quella che porterà ad una nuova proroga dell’Ape sociale (che ricordiamo permette l’uscita a 63 anni, ma solo a determinate caegorie di lavoratori) che preveda, magari, un ampliamento della platea dei beneficiari.

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