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Riforma pensioni: si inizia a parlare di flessibilità differenziata per creare nuovi posti di lavoro

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Prossima riforma pensioni, domani incontro tra Mario Draghi e sindacati.

Quota 100 in scadenza a fine 2021 provoca non poche preoccupazioni sia nei lavoratori che nelle aziende. Con le dimissioni di Giuseppe Conte e con l’incarico di formare un nuovo governo affidato a Mario Draghi, poi, le preoccupazioni stanno lievitando per la paura che l’ex presidente della BCE possa realizzare una riforma ancora più rigida della legge Fornero.

Domani alla Camera si terrà un incontro tra CGIL, CISL E UIL  ed il presidente incaricato Mario Draghi proprio per discutere di questo aspetto che il nuovo governo in qualche modo dovrà affrontare in vista dello scalone di 5 anni che la scadenza della quota 100 porterebbe.

Riforma pensioni e flessibilità

Il segretario della UIL, Pierpaolo Bombardieri sottolinea che si punta alla flessibilità in uscita ma che quest’ultima deve essere differenziata in base ai lavori svolti. Si sottolinea, infatti, che è impensabile tornare solo alla Legge Fornero anche se bisogna distinguere tra spesa che le pensioni comportano ed entrate garantite dai contributi dei lavoratori in forza.

Quello che viene sottolineato, però, è che sempre più palesemente c’è bisogno di fare una differenza tra i lavori ed i mestieri svolti che non sono tutti uguali.

Per lavoratori gravosi ed usuranti la flessibilità diventa ancora più essenziale poichè ci svolge un lavoro molto faticoso non può e non deve dover tornare al pensionamento previsto dalla Legge Fornero.

L’incontro con il presidente incaricato Draghi, in ogni caso, è stato voluto dai sindacati per  rendere note le preoccupazioni non solo in ambito previdenziale ma anche per la prossima scadenza del blocco dei licenziamenti, previsto solo fino al 31 marzo 2021. Con la fine del blocco dei licenziamenti la situazione occupazionale del Paese, già abbastanza preoccupante,  potrebbe ulteriormente aggravarsi.

La flessibilità in uscita, oltre a permettere i pensionamenti anticipati a moltissimi lavoratori, pur rappresenatando, infatti, una spesa per le casse dello Stato contribuirebbe alla formazione di posti di lavoro ed in questo caso anche ad abbassare il tasso di disoccupazione (che è sempre a carico dello Stato visto che è sempre l’INPS ad erogare indennità di disoccupazione e reddito di cittadinzanza, solo per citare un paio di misure).

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