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Riforma pensioni, il ritorno alla Fornero sembra sempre più probabile

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La riforma pensioni si potrebbe anche non fare visti gli scenari. Vediamo cosa potrebbe accadere.

Per la riforma pensioni  ancora nulla da fare. Prima la pandemia ha fermato i tavoli di confronto tra governo e parti sociali. Poi la colpa, adesso, è della guerra in Ucraina. L’esecutivo ha altro a cui pensare, cose prioritarie. Ma siamo proprio sicuri che ci sia un motivo sui ritardi delle decisioni al riguardo?

Qualche mese fa il premier, Mario Draghi, ha affermato che la sua intenzione era quella di tornare gradatamente alla legge Fornero. Questo per non gravare ancora di più su conti pubblici già pesantemente in rosso. Si è deciso, dopo questa dichiarazione, di scegliere una quota 102 per il 2022. Una misura che in qualche modo ha mitigato gli effetti della scadenza della quota 100 innalzandone, però, i requisiti di accesso.

Senza riforma che succede?

Se si rimane nell’immobilismo che ha caratterizzato questi primi mesi del 2022, nel 2023 non avremo alcuna riforma. E cosa potrebbe accadere? La quota 102 scade a fine anno, così come la proroga di Ape sociale e opzione donna. Queste misure senza alcun intervento lasceranno la scena.

E le uniche possibilità di pensionamento che resterebbero sarebbero quelle previste dalla Legge Fornero: pensione di vecchiaia a 67 anni ma solo per chi ha maturato almeno 20 anni di contributi e pensiona anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (per le donne un anno in meno).

E’ vero che resterebbe anche la quota 41, ma si tratta di una misura che coinvolge solo i lavoratori precoci che rientrano nei profili di tutela. Come rimarrebbe le pensioni contributive, ma sono riferite solo a coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 e difficilmente andranno in pensione a breve.

Cosa accade alla riforma pensioni?

Affrontare ora una riforma pensioni è sicuramente una patata bollente che l’esecutivo non vuole tra le mani. E potrebbe decidere di cederla alla prossima legislatura che con calma potrebbe trovare il bandolo della matassa della difficile questione delle previdenza italiana. Poichè fare una riforma pensioni senza scontentare nessuno non è possibile.

Tra l’altro lo scenario economico non permette neanche di sbilanciarsi più di tanto. Le casse dello Stato a breve dovranno fare i conti con l’aumento dell’inflazione causato dall’aumento del costo delle materie prime. Quindi meglio non impegnare risorse importanti in una riforma pensioni che può benissimo essere ancora ritardata.

Secondo gli esperti la soluzione più plausibile è che per il prossimo anno non si faccia nulla. Se non prorogare per altri 12 mesi Ape sociale, opzione donna e magari anche quota 102. Dare ancora flessibilità in uscita anche per il 2023 ma senza in realtà prendere una vera e propria decisione.

Difficilmente senza intaccare i conti pubblici accontentare i sindacati che vogliono la flessibilità a 62 anni. E le parti sociali, come si è ben compreso, difficilmente accetteranno misure che prevedono penalizzazioni per i lavoratori.

E allora la scelta più saggia appare quella di rimandare ancora, magari portando qualche piccola miglioria a misure che già esistono.

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