Riforma esami di Stato, Gruppo di Firenze: giusto eliminare la tesina, ma mettere limite ad ammissione con media del sei anche con gravi insufficienze

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Il percorso della legge 107 ha segnato, nelle ultime settimane, un nuovo importante traguardo, poiché ha definito in quali termini avverrà l’adeguamento, a partire dal 2018, della normativa “in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti e degli esami di stato”.

L’articolo 15 dello schema di decreto, che si occupa dell’ammissione del candidati interni alla maturità, è uno dei passaggi dello schema di decreto che ha fatto più notizia, poiché tra i requisiti che specifica compare quello della media del sei (e non più la sufficienza in tutte le materie) compreso il voto di comportamento. Nuovi sono anche gli obblighi alla partecipazione alle prove Invalsi e allo svolgimento dell’alternanza scuola lavoro, mentre resta invariata la partecipazione ad almeno il 75 per cento delle ore di lezione, pari cioè a tre quarti del monte ore annuale.

Tra le voci di dissenso, anche autorevoli, che si sono avvicendate sulle prime pagine dei quotidiani nazionali, ha destato in noi curiosità l’assenza del Gruppo di Firenze, che in passato ha più volte invitato il ministero a vigilare seriamente sullo svolgimento delle prove e che, invece, questa volta non boccia del tutto il provvedimento. Abbiamo intervistato Andrea Ragazzini.

Professore, molti hanno gridato allo scandalo sulla media del 6 per l’ammissione alla Maturità ma, anche in riferimento a quello che ci siamo detti in passato, forse cesseranno le pressioni ad alzare i voti sui docenti ‘colpevoli’ di presentarsi con delle insufficienze.

“Concordo col suo punto di vista, anche se forse bisogna ammettere che questo tipo di comportamento è in alcuni casi spontaneamente offerto dai docenti e non sempre estorto dagli altri. D’altra parte il nuovo sistema non impedirà ai docenti in disaccordo con una bocciatura di aumentare il proprio voto al fine di innalzare la media.
Per garantire una maggiore  correttezza dei criteri di ammissione sarebbe importante, a mio avviso, inserire un primo importante correttivo a quanto è stato scritto: che le insufficienze non siano gravi e non vengano registrate su discipline caratterizzanti l’indirizzo. Bisogna insomma, evitare che arrivino alla conclusione del percorso persone con gravi lacune, magari dovute a un carente impegno nello studio”.

Ma è già un dovere della scuola, nell’intero percorso di studio, fare in modo che questo non avvenga.   

“La scuola ha certamente il dovere di fare tutto quanto è necessario perché tutti possano ottenere dei buoni risultati, ma c’è anche una responsabilità degli studenti, prima di tutto verso se stessi, nel fare la propria parte. E un consiglio di classe non fa l’interesse di uno studente  cancellando di ufficio le insufficienze in sede di scrutinio finale. Ricordo bene alcuni casi in cui sono stati ammessi all’esame ragazzi con cinque / sei insufficienze, anche gravi”.

Forse questi casi limite si poggiano su una valutazione delle competenze  in qualche modo positiva.

“È giusto dare peso ad esempio alla capacità di ragionamento, ma è molto pericoloso a mio avviso prescindere dai contenuti, cosa che spesso ho visto fare nella valutazione generale dei candidati al momento del colloquio. Competenze e conoscenze non sono indipendenti tra di loro”.

E sul voto di comportamento cosa ha da dire?

Che continuerà la corsa a dare 10 in condotta…. D’altra parte è pur giusto che conti qualcosa… ma su questo punto non è facile proporre una soluzione capace di evitare distorsioni.   ”.

Vorremmo sentire la sua opinione anche per quanto riguarda l’obbligo a partecipare alle prove Invalsi e all’alternanza scuola lavoro.

“Sul primo punto mi ha colpito la vaghezza della formulazione. Uno dei requisiti per l’ammissione all’Esame di Stato è la ‘partecipazione’ a queste prove. Ma che significa, la semplice presenza? E se uno lascia in bianco? I risultati dovrebbero essere considerati in qualche modo, anche se in questo caso i test non potrebbero essere anonimi. Sull’alternanza scuola-lavoro mi viene da dire che, in quanto esperienza che fa parte del percorso scolastico, vada valutata. Poi è su un altro piano la considerazione che nei licei l’alternanza scuola lavoro, a differenza di tecnici e professionali, a mio avviso non dovrebbe essere obbligatoria, ma facoltativa, un progetto formativo come altri da proporre agli studenti. I licei sono per definizione un indirizzo di studi che prepara all’università, non all’inserimento nel mondo del lavoro”.

Aumenta anche il valore della carriera scolastica, attribuendo 40 punti su 100 ai voti del triennio (le 2 prove scritte potranno valere, invece, fino a 20 punti ciascuna, il colloquio fino a 20 punti)…     

“Su questo punto sono molto perplesso, credo che le prove d’esame debbano  avere un peso determinante, che l’esame insomma sia una prova di impegno e responsabilità, che saggia la preparazione e la ‘maturità’ globale del candidato”.
La composizione della commissione non cambia: un presidente esterno più tre commissari interni e tre commissari esterni.
“Sono d’accordo, i commissari esterni svolgono, per quanto possibile, una forma di controllo, anche in relazione allo svolgimento dei programmi. Resta purtroppo il problema di garantire seriamente la regolarità degli esami, cosa su cui ci siamo fatti sentire in passato coi ministri Profumo e Carrozza, ma che non sembra in cima alle priorità del nostro ministero”.

Che cosa ci dice sull’eliminazione della terza prova (il cosiddetto “quizzone”)? 

“Non la condivido. La terza prova era un modo per accertare il possesso di alcune importanti informazioni di base. Non mancano gli abusi, certo, sappiamo di docenti che rendono noti i quesiti ai loro studenti prima dell’esame, ma per sanare questi comportamenti scorretti forse avrebbero dovuto pensare a una terza prova nazionale e non alla sua eliminazione. In questo modo avverrebbe anche la verifica sullo svolgimento dei programmi, poiché le osservazioni dei commissari su questo punto difficilmente restano negli atti”.

Un’ultima considerazione sul colloquio orale e sulla prima prova scritta di italiano che, abbiamo visto, non sarà necessariamente il tema e che potrà essere strutturata in più parti «anche per consentire la verifica di competenze diverse, in particolare la comprensione degli aspetti linguistici, espressivi e logico-argomentativi, oltre la riflessione critica da parte del candidato».

“La formulazione del colloquio mi sembra meno fumosa che in passato e mi pare positiva anche l’abolizione della tesina, in molti casi controproducente. Condivido anche il ripensamento della prima prova scritta, il tema è qualcosa che può avere una sua utilità, ma la traccia sia ben formulata e non spinga gli studenti sulla strada della dispersione e della vaghezza. Anche l’introduzione del saggio breve non è stato, in fondo, che un parziale rimedio: l’enorme fornitura di documenti metteva in difficoltà i ragazzi sul come utilizzarli, penalizzando quelli meno capaci di coordinare e strutturare un discorso composito a più voci”.

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