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Riflessioni sull’educazione alla legalità

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Gli studenti delle scuole italiane scendono in piazza per manifestare contro Cosa Nostra, per la legalità e per ricordare il martirio di Giovanni Falcone,  Paolo Borsellino e le tante vittime innocenti della cieca e irrazionale  crudeltà mafiosa.

Gli studenti delle scuole italiane scendono in piazza per manifestare contro Cosa Nostra, per la legalità e per ricordare il martirio di Giovanni Falcone,  Paolo Borsellino e le tante vittime innocenti della cieca e irrazionale  crudeltà mafiosa.

In varie parti d'Italia, a livello scolastico e a livello politico si registrano   tutta una serie di interventi per sostenere la cultura della legalità e contrastare il fenomeno mafioso.

Queste iniziative, seppur utili e necessarie, non sono, tuttavia, sufficienti per promuovere una autentica cultura della legalità, per sollecitare una partecipazione responsabile  verso i  gravi problemi connessi al dilagante fenomeno dell' illegalità, per orientare verso
il bene “l'uomo che ha perduto il senso dell'essere” (Mounier), per raggiungere l' uomo che ignora o disconosce la cultura dell' amorevolezza. Occorrono, soprattutto,  interventi che mettano in luce come la funzione educativa, eccessivamente propagandata, ma  mai adeguatamente concretizzata e valorizzata,  sia costitutiva del sociale e del culturale e, cioè, dell'umano.

In questa prospettiva, l'azione educativa per risultare efficace, colmare i tanti vuoti e arginare gli innumerevoli rischi, deve indicare la direzione,  veicolare un messaggio che parte dalla vita della persona, deve essere sintesi di quell' “homo absconditus” che si
va rivelando nel calore dell' umana relazione, che pensa, che vive, che vuole, che cresce,  che colleziona sconfitte e mai desiste dal ricostruire speranze.

Questo ci fa capire che, in ogni ambito della vita sociale, l' educare,  prioritario  al legiferare, deve affermare le sue ragioni, deve sfidare la violenza, deve generare umanità,  deve sempre guardare   oltre, prevedere, perché  prevedere serve a prevenire, ovvero, a giungere prima che qualcosa  accada e, solitamente, si arriva sempre dopo.

“Preventività”, dunque,  che, sul modello educativo di San Giovanni Bosco, è aiuto alla persona, impulso conferito, dalla persona dell'educatore alla persona dell' educando. L'esperienza educativa  si configura così come  gioia, creazione, autorealizzazione, comunione, trasformazione. Purtroppo, anche se da più parti e a vari livelli si alternano interventi che riconoscono nell'educazione il più deciso e insostituibile contributo per venire incontro ed ovviare a tutta una serie di problematiche di carattere sociale, non sempre le linee pedagogiche scaturiscono da precipue esperienze educative.

Mai come oggi, in ambito scolastico,  si è avuta un'abbondanza di indicazioni, norme, circolari, proposte e  leggi che parlano di diritti, di giustizia, di libertà, di legalità, ben sapendo che,  un progetto o più progetti, una legge o più leggi, difficilmente potranno
affrancare i ragazzi (e non solo) dalle contaminazioni criminali, dalle lusinghe della ricchezza e del potere, anche di quello mafioso.

Non abbiamo bisogno delle ricerche psicologiche per sapere che, nella scuola, nonostante  i tanti progetti, i tanti percorsi e le innumerevoli sollecitazioni, non pochi ragazzi, abbacinati da modelli e principi “dell'essere contro” (le leggi, le norme, le regole ecc.),
“dell'agire contro” ,  hanno difficoltà a  raggiungere una   piena, corretta e responsabile maturità sociale;   a loro di positivo, di buono, onesto e giusto  arriva poco o niente, a malapena   una parola che significasse qualcosa per loro, che trasmettesse qualcosa.

Tutto ciò perché l' edificio dell' illegalità, in quanto complessa struttura sfidante, è più abile ed ha più mezzi per manipolare coscienze e strumentalizzare persone segnate dalla necessità e dal  bisogno, desiderose  di emergere e far parlare di sé,  guidate dall'anelito alla prevaricazione  e dal delirio di onnipotenza.

Heidegger sostiene che  la parola è “la casa dell' essere”, è ciò che rende visibile l' essere-uomini;  probabilmente,   la coscienza di alcuni  è pronta ad  accogliere  ben altre parole che alimentano pseudo valori,  ostacolano l' agire corretto e responsabile e
contrastano ogni forma di legalità.

Anche se la  Buona Scuola, come fa sapere il Ministro Giannini, ha rafforzato il suo impegno per la diffusione nelle classi della cultura della legalità e della cittadinanza attiva, abbiamo comunque  bisogno di una scuola più forte ed incisiva, con più mezzi (da diversi anni la scuola è letteralmente disarmata), in grado di contrapporre “all' illegalità costituita”, un ordine che sradica e sostituisce ogni negatività con disposizioni di rispetto dell'uomo, di  pace,  di scelte autonome e di decisioni responsabili.

In un incontro con alcuni  studenti  Giovanni Impastato, fratello di Peppino, vittima di “Cosa Nostra”, ha sottolineato l'importanza che la scuola formi non solo professionisti, ma, innanzitutto, “cittadini attivi e soggetti critici”. Per realizzare ciò è indispensabile che la scuola si attivi non per subire le sfide, ma per fare delle sfide; spesso ci lasciamo catturare   da una solitudine educativa  che avviluppa, impaccia ed ostacola il nostro agire.

Comunque, per rendere l'intervento educativo dinamico e fecondo, pur sapendo quanto sia difficile tornare indietro da certi “viaggi” nella devianza, nella delinquenza, occorre costruire progetti formativi concreti, inseriti nella storia di ogni giorno e, soprattutto, capaci, nel buio della vita,  di illuminare e guidare  i ragazzi al senso del bene comune, unico criterio per una vera e reale affermazione di sé.

Fernando Mazzeo (Pedagogista, Docente Scuola Secondaria di primo Grado)

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