Riflessioni sull’aumento dei contagi: investiamo sulla Didattica a distanza, non consideriamola solo emergenziale. Lettera

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Francesco Rutigliano – La risalita dei casi di contagio da Coronavirus in molti Paesi europei sta provocando nuove misure restrittive da parte di alcuni governi. Per questo la Commissione europea il sette agosto ha scritto una lettera a tutti gli Stati membri e al Regno Unito perché “sia evitata una seconda ondata di azioni scoordinate per combattere il COVID19”.

Dal 15 giugno molti Paesi europei hanno riaperto i confini interni, ripristinando la libera circolazione dentro lo spazio Schengen nella speranza di rivitalizzare l’economia e in particolare, vista la stagione, il settore turistico, tra i più segnati dalla pandemia.

Se nelle chiusure ogni Paese ha fatto per conto suo, sulla riapertura delle frontiere i ministri europei sembrano più o meno aver trovato un compromesso sul non prolungare oltre il mese di giugno le restrizioni alla libera circolazione interna. La gestione delle frontiere è competenza esclusiva degli Stati membri e le istituzioni europee possono solo coordinare una strategia comune per non svantaggiare alcuni Stati rispetto ad altri.

L’odierna radiografia dei contagi in Italia sta a significare che qualcosa non ha funzionato, oppure non ci è stato un totale senso di responsabilità del cittadino. Una manovra che ha influito negativamente è stata l’apertura delle frontiere in entrata e in uscita dall’Italia, avvenuta dal 15 giugno.

Nel condividere pienamente la necessità di rivitalizzare l’economia del nostro Paese, sarebbe stato auspicabile che il Governo avesse salvaguardato l’economia mediante interventi mirati, come tra l’altro ha già fatto, piuttosto che con le aperture delle frontiere.

In realtà, questi interventi potevano e dovevano avere un seguito, senza essere interrotti con le aperture delle frontiere, delle discoteche e di tutte quelle attività fonte di facilità di contagio.

Un dato di fatto è evidente: sino alla data delle aperture delle frontiere i dati da contagi non erano azzerati ma erano confortanti. Il sacrificio è stato tanto da parte di tutti, specialmente da parte delle imprese. Oggi quel sacrificio è stato bruciato da probabili interventi non adeguati e non incisivi. Insomma, si è visto che con l’imposizione qualcosa si ottiene. Il lassismo e il poco senso di responsabilità non è mai stato un buon esempio.

Non è bastato assistere ai carri dell’esercito che trasportavano tante vite che sicuramente avrebbero avuto tanta voglia di vivere e non di morire. Non è bastato assistere al personale sanitario sfinito per salvare vite umane, facendo turni massacranti e mettendo in gioco la prorpia vita, e in molti casi per molti di loro la vita è venuta meno.

Oggi si continua ad assistere agli assembramenti di persone, a giovani senza mascherine ed irresponsabili, a controlli non adeguati rispetto allo stato di emergenza e al momento. A volte viene da pensare che quel senso di responsabilità umana verso gli altri, non sembra dovuto dagli umani. Vige quel detto: “sino a quando non tocca me, tutto va avanti”. Basti osservare la curva diagrammatica che va dal 10 agosto a tutt’oggi. Deve far riflettere molto!

In questo contesto si inseriscono una serie di diritti costituzionalmente garantiti ma che in una fase emergenziale, come quella che stiamo vivendo, dovrebbero essere rimodulati e filtrati con interventi limitativi da parte del Governo. Questi diritti, in questo contesto, meritano alcune brevi riflessioni di diritto costituzionale. È noto che la Costituzione garantisce, all’art. 16, la “libertà di circolazione”, che può essere limitata “per motivi di sanità o di sicurezza”. Mentre, l’art. 17 poi, a proposito di “libertà di riunione”, dispone che essa possa essere vietata per “comprovati motivi di sicurezza e di incolumità pubblica”. In fine, l’articolo 32 sul diritto alla salute sancisce che trattasi di un “diritto fondamentale dell’individuo”, ma che lo stesso costituisce anche “un interesse della collettività”.

A volte la ostinazione prevale in alcune decisioni, come ad esempio nel settore scolastico. A riguardo i dati dei contagi non sono tanto confortanti, seppur nettamente inferiore ai dati nazionali. Si è parlato e si continua a parlare che il contagio avvenuto con l’apertura delle scuole è stato minimo, ma in realtà non è tanto la realtà scolastica a far paura in questo momento ma è la poca attenzione ad un grado di istruzione a cui si potrebbe tranquillamente applicare la Didattica a Distanza, con l’adozione della programmazione di interrogazioni in presenza. È il caso delle scuole secondarie di secondo grado i cui studenti (con una età autonoma rispetto a i gradi di istruzione inferiore) per potersi recare a scuola utilizzano i mezzi pubblici che rappresentano una delle fonti in cui il contagio si propaga facilmente.

E nonostante questa consapevolezza, ossia che il notevole aumento dell’utilizzo dei mezzi pubblici registrato in concomitanza con l’apertura delle scuole a causa della mobilità degli studenti, in particolare del secondo grado di istruzione, rappresenta una significativa fonte di contagio, si insiste con la scuola in presenza.

E, come si assiste giornalmente, le regole anticovid, in questo contesto, a volte non vengono rispettate. Ci sono controlli a riguardo? Allora, forse è il caso di ridurre le fonti di contagio? E quindi, valutiamo attentamente con assoluta fondatezza cosa fare e cosa non fare, quali e quanti controlli dovremmo porre in essere.

Si auspicavano nuovi interventi mirati ed invece il Governo, riguardo alla scuola secondaria di 2° grado, nell’ultimo DPCM del 18 ottobre ha ritenuto che “per contrastare la diffusione del contagio … le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell’organizzazione dell’attivita’ didattica ai sensi degli articoli 4 e 5 del decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999 n. 275, incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, che rimane complementare alla didattica in presenza, modulando ulteriormente la gestione degli orari di ingresso e di uscita degli alunni, anche attraverso l’eventuale utilizzo di turni pomeridiani e disponendo che l’ingresso non avvenga in ogni caso prima delle 9,00 …”.

Si auspica che le regioni, riguardo a queste forme flessibili di organizzazione dell’attività didattica, come previsto dal DPCM del 18 ottobre 2020 (rimodulazione orari ingresso e uscita, didattica integrata digitale, turni pomeridiani) si attivino con il c.d. “Piano scuola”, adottato con D.M. 26 giugno 2020, n.39. Ma il vero problema è che tale flessibilità ha in un certo senso coinvolto le scuole. Difatti, non sarebbe compito della scuola organizzare al meglio i servizi di trasporto, e quindi la mobilità, per fare in modo che gli studenti arrivino a scuola in tempi differenti. Sarebbe opportuno che le regioni, al fine di limitare l’utilizzo del trasporto pubblico collettivo e, quindi, dannosi affollamenti, e sempreché ci fossero condizioni oggettive, adottassero appositi provvedimenti emergenziali, ove detti provvedimenti non fossero adottati con immediatezza dagli istituti scolastici.

La tematica tecnico-giuridica è particolarmente complessa ed articolata. D’altronde, non si può non tenere in conto che la DaD, nel periodo di lockdown, ha riscontrato alterni favori da parte dell’utenza. Ad un iniziale giudizio positivo, nel quale è prevalsa la considerazione che la DaD fosse l’unica alternativa alla chiusura delle scuole, è subentrata un’avversione crescente, probabilmente generata dall’indubbia mole di lavoro richiesta alle famiglie degli studenti più piccoli.

Oggi, l’eccezionalità dell’emergenza sanitaria e sociale che si è nuovamente venuta a creare, e il perdurare del rischio pandemico, dovrebbe indicare l’esigenza di modificare quella tradizionale didattica delle scuole secondarie di 2 grado, non tanto perché la sede scolastica rappresenterebbe una fonte di contagio, quanto per il trasporto pubblico.

L’esigenza della DaD per le scuole secondarie superiori, in questo momento storico emergenziale, non rappresenterebbe una evidente oblazione della relazione educativa tra studente e insegnante, quanto una soluzione precauzionale per ridurre il propagarsi dei contagi indirettamente.

L’analisi prospettata punta a volgere lo sguardo verso un’azione emergenziale non vuole essere un modo di concepire il “fare scuola” oggi, anche se la “dimensione digitale” della scuola può permettere una forma innovativa per l’apprendimento e la diffusione capillare della didattica per competenze. E in questa prospettiva, si auspica una futura azione mirata di supporto, di sperimentazione di nuovi modelli, da parte del Ministero dell’Istruzione.

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