Riflessioni sulla scuola odierna. Lettera

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Inviato da Andrea Piva –  Sono un insegnate recentemente immesso in ruolo. Sono abilitato all’insegnamento di materie di indirizzo degli istituti tecnici agrari e professionali.

Scrivo questa lettera aperta perché vorrei riflettere, insieme alla società, di un malessere che provo al pensiero della direzione che l’istruzione italiana ha preso da ormai qualche anno; due grosse riforme hanno investito la scuola (dalla scuola dell’infanzia all’università) negli ultimi anni (riforma “Gelmini” e “Buona Scuola”), quindi mi sembra lecito iniziare a valutare quale impatto hanno avuto.

Le riflessioni che leggerete qui sono sicuramente frutto di una visione parziale, legata alle mie esperienze dirette, seppur posso “vantare” un discreto peregrinare tra scuole diverse negli anni del precariato che mi ha permesso di notare una certa diffusione di alcune problematiche negli istituti superiori, tecnici e professionali, ai quali mi riferirò in particolare in questa lettera.

Innanzi tutto dovremmo decidere, in cuor nostro, quale dovrebbe essere l’obiettivo della scuola in un mondo (il nostro mondo, quello di un Paese che fa parte del G8!) nel quale tecnologia ed economia sono i principali motori di posti di lavoro e della politica sociale; negli ultimi anni l’idea che la scuola dovesse avvicinarsi ai settori produttivi si è fatta largo, proponendo però, secondo me, un modello vecchio e oltrepassato: davvero credete che oggi sia fondamentale per un’azienda che un giovane neo-diplomato sappia perfettamente svolgere una certa mansione manuale?

Anche le aziende più restie alle tecnologie devono però fare i conti con internet, pubblicità, marketing, macchine a controllo elettronico, finanziamenti europei che prevedono una burocrazia e un livello di preparazione teorico importante, ecc. Ma anche volendo rimanere al di fuori di tutto ciò, una buona logica in un periodo di crisi è diversificare la produzione, quindi è inutile assumere qualcuno molto bravo a svolgere compiti molto specifici; è invece fondamentale per le aziende assumerne qualcuno che sappia leggere (manuali, norme, ecc.), comprendere, affrontare problemi e trovare soluzioni; la “pratica”, una persona così, la impara in tre mesi di lavoro. Ma imparare a ragionare, o lo impari a scuola o sarà molto difficile impararlo successivamente. Insomma, credo che da questo punto di vista la nostra società sia di fronte una dicotomia che ci condizionerà per decenni: vogliamo fare concorrenza alla Cina sul costo del lavoro (manuale, dequalificato) o piuttosto sulla ricerca scientifica e su un settore manifatturiero specializzato e di qualità? Scusate la semplificazione, ma rende l’idea. Allora forse non sarebbe il caso di non sprecare energie nell’alternanza scuola-lavoro e impiegarle nello studio?

Alla logica del “meglio la pratica della teoria” fa eco l’idea (della società odierna in generale) che i nostri figli vadano aiutati, sempre e comunque, rimuovendo tutti gli ostacoli in modo che non possano mai sentirsi frustrati. ERRORE! (O forse dovrei dire orrore). Qualsiasi psicologo direbbe che le frustrazioni (commisurate all’età) fanno crescere perché sono un elemento di realtà e consapevolezza dei propri limiti ed è bene imparare già in tenera età a perdere e a riprovarci. A tutti piace avere successo, saper accettare una sconfitta e non mollare è però una dote da coltivare. Sto per fare un’illazione: ma se alcuni genitori lasciano i loro figli di 5 anni nei passeggini per comodità, non possiamo stupirci se a 16 sono così pigri da non usare il cervello! Come è possibile che alcuni bambini di 5 anni usino ancora i pannolini di notte? Per comodità…

Però oggi la scuola continua a semplificare i contenuti didattici di fronte alle difficoltà degli studenti; quando la riforma Gelmini ha eliminato materie e ore intere, mi sono sentito dire da uno studente, che in fondo, cito, “è solo per sgravarci un po’”; qualcuno potrà pensare che in fondo anche se il livello scende, è positivo che più ragazzi rimangano nel circuito della scuola, limitando così l’abbandono; credo che il “livello” ci sia un po’ sfuggito di mano: è possibile sentirsi chiedere, durante una verifica, in una terza tecnico, se differenza significa meno o diviso? Oppure in una quinta tecnico, uno studente mi ha chiesto se l’Italia fosse al nord o al sud dell’Europa; in una quarta, ho conosciuto studenti che non sanno semplificare le frazioni, fare equivalenze o scegliere quando usare la moltiplicazione o la divisione; e potrei fare molti altri esempi. E in questo contesto il Ministro Bussetti ha suggerito agli insegnanti di non dare compiti per le vacanze del Santo Natale; quando i miei studenti me lo hanno ricordato, uno di loro ha anche aggiunto: “tanto non li facciamo già comunque i compiti”. Ma state tranquilli: tutti diplomati senza fatica. È evidente, per me, che il livello di analfabetismo funzionale sia esploso. Certo, un dipendente che non fa rivendicazioni sindacali (perché non conosce i sui diritti e non legge perché non capisce, neanche un quotidiano) può far comodo, ma quanto sarà utile al lavoro una persona che fa fatica anche ad eseguire semplici ragionamenti in autonomia? E quanto è funzionale al buon funzionamento della democrazia? Scusate la breve polemica.

È doveroso parlare una filosofia comune a molti ambienti della didattica e dell’educazione: l’inclusione. Non è mia volontà discriminare, ma l’idea di inclusione che oggi va per la maggiore è che i limiti debbano essere annullati, semplicemente rimuovendo gli ostacoli (e anche il dato di
realtà). Ho lavorato in una scuola dove non si poteva neanche usare la parola “dislessico”, per evitare di urtare la sensibilità di alcuni, dove ho ricevuto forti pressioni per concedere a tutta la classe misure dispensative e mezzi compensativi (dei quali gli allievi con DSA hanno diritto) per evitare di fare differenze, limitando però fortemente le potenzialità degli studenti che possono affrontare ostacoli didattici più alti. Includere significa accettare le persone per quello che sono, non far finta che nessuno abbia problemi, significa insegnare che siamo tutti diversi e che questa è
una ricchezza. È semplicemente folle! Ed è impensabile che un docente possa seguire efficacemente gli allievi in difficoltà quando in alcune classi sono il 90%, tutti con esigenze diverse.

Voi direte, se uno studente non ce la fa, verrà bocciato. No! È sempre più difficile bocciare. Per esempio, la “buona scuola” ha riformato anche gli istituti professionali, dove, dal prossimo anno, per legge, non si può bocciare alla fine della classe prima; valutazione differita alla fine della seconda. Anche in altri indirizzi di studio però non si boccia quasi più: i genitori vincono sovente i ricorsi per vizi di forma commessi dagli insegnanti; certo colpa nostra. La burocrazia è così complessa che è probabile commettere errori. I dirigenti scolastici sovente hanno comportamenti al  limite del mobbing (esperienza personale) per costringere gli insegnanti ad alzare i voti e fare lezioni semplici semplici. Loro devono stilare un documento triennale che si chiama “Documento di Auto Valutazione”, che prevede obiettivi di miglioramento e sanzioni se non vengono raggiunti. Certo che se lavori in una scuola, l’obiettivo principale sarà avere un alto numero di promossi e con voti alti. Ma se non si ragiona anche in termini di utenza, livello didattico proposto, ecc. si finisce per essere tra l’incudine e il martello: sei obbligato a migliorare ma non hai gli strumenti per fare didattica ad alto livello.

Da questi fatti si può capire facilmente che ottenere un diploma è diventato molto semplice, anche portandosi dietro lacune mostruose. A livello sociale è di nuovo pura follia: la meritocrazia tra gli studenti è scomparsa, il livello si è abbassato, chi vuole migliorare è “castrato” dal sistema dell’inclusione; i diplomi hanno perso di valore. Anche venti anni fa c’era chi furbescamente otteneva il diploma senza meritarlo troppo, ma oggi questa condizione è decuplicata. Se una volta i “furbetti” si mescolavano agli altri e la fama delle scuole non ne risentiva, oggi è il contrario. È la logica, conosciuta in economia, del free-rider; se uno sul bus non paga il biglietto, il servizio non ne risente; se tutti tranne uno non pagano il biglietto, l’azienda fallisce e la linea di bus viene tolta.

Ci sono anche fattori esterni al mondo della scuola che condizionano l’apprendimento: uno per tutti, sempre più avvalorato al livello scientifico, è l’uso smodato di smartphone, tablet e social; pare che un uso tipico di un un adolescente possa condizionare significativamente la capacità di attenzione e le funzioni cognitive; quindi noi insegnanti dovremmo smetterla di ritenere una competenza il saper usare uno smartphone. Anche perché un bambino di 3 anni lo sa usare in modo notevole, quindi non vedo cosa possa dare in più ad un quindicenne, che invece dovrebbe addentrarsi nell’informatica e nella programmazione. Oggi i miei studenti hanno una conoscenza e una competenza informatica praticamente nulla: quasi tutti confondono il browser con il motore di ricerca e non sanno usare le regole ortografiche quando usano un editor di testo. Eppure tutto questo viene insegnato, ma pare che ricordare ciò che si legge e si impara non sia più un valore. Anche questo approccio sembra derivi dalla facilità con la quale siamo abituati a svolgere ricerche su internet. Non abbiamo più la necessità di ricordare, ma solo memorizzando le informazioni possiamo elaborarle e farle nostre.

Prima ho usato il termine “competenza”; stiamo vivendo un’epoca storica in cui la scuola non si dovrebbe limitare più ad insegnare, cioè a chiedere agli studenti delle conoscenze e delle abilità, ma saper usare queste ultime in contesti nuovi, che rappresenta proprio la competenza. Anche a un non addetto ai lavori, penso sembri logico che prima di applicare un concetto, per esempio la differenza, devo averla compresa nel profondo in modo che autonomamente possa scegliere quando usarla; quindi, se conosco il principio, ho la conoscenza, se so fare i conti sono abile, se so fare tutto questo e scegliere quando usarla (per esempio per calcolare un resto in negozio) possiedo anche la competenza. A scuola però è arrivata una versione distorta di tutto questo, che semplifica di molto il ragionamento; i formatori, logopedisti e psicologi continuano in massa ad interferire con il lavoro a scuola proponendo l’equazione competenza=manuale, che un lavoro competente prescinda dalle conoscenze e che quindi i lavori di gruppo siano la panacea di tutti i mali e che chiedere agli studenti di studiare e ricordare sia un modo vetusto di insegnare. Ovviamente è un ottimo modo di includere chi non ha voglia o chi non avrebbe gli strumenti per affrontare un certo percorso scolastico.

So che può sembrare un po’ brutale, ma credo che la scuola debba consegnare alle generazioni future le capacità di affrontare le sfide di quel periodo, pensando al bene comune, dell’intera società; si vuole reintrodurre la materia “educazione civica”: una volta si diceva che prevale il bene collettivo rispetto al singolo; oggi a scuola preserviamo il singolo a scapito di tutti gli altri. La scuola non è un parcheggio e tenere sui banchi di scuola chi non ne ha le capacità o non ne ha voglia non è un servizio utile a nessuno.

Un altro cortocircuito è la subalternità della scuola verso la famiglia. Scuola e famiglia sono le principali agenzie formative nei paesi occidentali ed è giusto che collaborino, ma non è giusto che una delle due sia vincolata al volere dell’altra. Come le istituzione in un paese democratico sono vincolate da pesi e contrappesi posti in genere dalla costituzione, in modo che una non possa prevalere sull’altra, la stessa cosa dovrebbe accadere nella scuola; se una fallisce nel suo scopo, c’è speranza che l’altra sopperisca e che i giovani almeno abbiano modo di acquisire i requisiti basilari della vita sociale e democratica. Vorrei raccontare un breve episodio: in una quinta dessi una nota di classe per il comportamento non opportuno; al consiglio di classe, un genitore mi disse: “professore, è un pò grave dare le note di classe in quinta! Sà, c’è la maturità e la condotta pesa. Perché non trova un altro modo?”. Mi sono morso la lingua per non rispondergli che i miei problemi con la classe arrivavano in buona parte dal suo ragionamento. Dai miei colleghi non è arrivato nessun intervento.
Pare che sempre più genitori si sentano tali solo quando intervengono per difendere i loro figli quando hanno torto. Forse si sentono in colpa per dedicare loro poco tempo; conseguenze di una economia in crisi e neoliberale. Parlando con maestre delle scuola dell’infanzia ho scoperto che in qualche modo anche tra i bambini di 3, 4 e 5 anni ci sono sintomi di carenze che probabilmente si propagano fino alle scuole superiori e oltre. Per esempio, vi è una diffusa carenza (riaspetto a qualche anno fa) nella capacità di ragionamento, nell’intuito e nell’educazione alle emozioni. Si potrebbe affermare che molti genitori diano ai loro figli esempi sbagliati nell’approccio alla vita quotidiana: polarizzati sulle posizioni, propensi alla litigiosità e superficiali nei ragionamenti: proprio una generazione cresciuta a pane e social. Si sta anche diffondendo l’orgoglio “dell’ignorante”, una sorta di modalità con la quale molte persone si sentono parte di un gruppo sociale; la voglia di migliorarsi e di scalare la società è finita. Speriamo che non fisica anche la democrazia consegnando i posti di dirigenza e potere ad alcuni ceti.
Ma la scuola come può opporsi alla logica del genitore? Le note servono se a casa si interviene, altrimenti non rimane che la sospensione, ma ovviamente non avrebbe senso usarla in modo

indiscriminato (anche se ai miei tempi alla terza nota personale sul registro scattava la sospensione; pochi arrivavano alla terza nota); ma se i genitori si lamentano e si sparge la voce, c’è il timore di perdere iscritti. Credete sia un ragionamento eccessivo? Cito un altro caso: proposi di organizzare una visita dei poliziotti con i cani antidroga. Avevo notato situazioni strane; la risposta è stata: ma sei pazzo? Se finiamo sui giornali i genitori scappano. Anche se in realtà i genitori forse non colgono che attività di quel tipo scoraggiano e prevengono la diffusione di sostanze stupefacenti, rendendo le scuole “sul giornale” le più sicure.

E ora rimane da affrontare il tema insegnanti. Non voglio sottrarre la categoria alla quale appartengo alle critiche. La prima considerazione che mi viene in mente è che gli insegnanti sono un sottoinsieme di quei genitori e persone di cui sopra. Perché dovrebbero essere una categoria culturalmente migliore? Gli insegnanti continuano a criticare la scuola “2.0” ma quando entrano in classe coccolano gli studenti come viene richiesto dal sistema e ritarano i giudizi sulla base di chi hanno davanti; ci si accontenta sempre più e si perde di vista il livello della didattica. Forse è un modo per non dare i numeri e continuare a credere che il proprio lavoro serva a qualcosa.

Ci sono poi gli insegnanti che pensano che un buon approccio agli adolescenti sia di tipo accondiscendente, che si debbano garantire sempre una seconda possibilità e il rispetto delle regole non debba essere un dogma per un’educatore. Sovente io vengo apostrofato dai colleghi come lo “stronzo” che ottiene il rispetto con la coercizione; credo che un insegnante non sia un adolescente e non debba farlo, ma concordare regole chiare in classe, chiedere il loro rispetto, con correttezza e giustizia, sia la base per insegnare che i comportamenti hanno sempre conseguenze, belle e brutte. La mancanza di conseguenze condiziona pesantemente impegno e resistenza alle frustrazioni. Un pessimo mix per la prestazione scolastica e la vita sociale.

Per concludere, pare sempre più che la nostra società stia perdendo la capacità di pensare e ragionare, che le critiche al libero arbitrio (il libero arbitrio è una linea di pensiero che si può riassumere con la frase “puoi sempre scegliere in che modo comportarti”) stiano portando all’idea che non sia mai colpa nostra e che il malcostume sia giustificabile con qualche trauma infantile o simili; ignoranza e autocommiserazione: è diventato facile far credere alla massa delle falsità (le famose fake news); tutto questo mi ha fatto venire in mente che nel 1975 la commissione trilaterale (cercate su Wikipedia) suggeriva ai governi di stabilizzare le economie aumentando l’apatia delle persone nei confronti della politica, così da poter operare senza che le persone pretendessero di dire la loro.

Lascio a voi l’onere di ragionare su quanto ho scritto e vi prego, criticatemi pure. Fatemi capire che sbaglio. Preferirei davvero sbagliare.

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