Riflessioni sulla Scuola Media: andò meglio a Pinocchio. Lettera

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Inviata da Alessio Manzoni – Classe Prima di una Scuola Secondaria di Primo grado di un Istituto comprensivo del Meridione, mese di aprile, ora di Italiano. L’insegnante sta mostrando agli alunni la complessità e l’importanza del riassunto e il modo per scriverlo: la classe è sinceramente attenta, prende appunti, fa domande.

Siamo a metà lezione, quando bussano alla porta: è il collega di Musica: “Quelli del progetto devono scendere per le prove.” Più di metà alunni si alzano e, non troppo convinti, vanno; la lezione sulla complessità e importanza del riassunto e sul modo di scriverlo finisce qui e chissà se, come e quando potrà riprendere e, magari, essere conclusa. Guai a dire qualcosa: le materie sono tutte uguali.

Sono vere storie di ordinaria follia della Scuola Media di oggi. Normalmente non se ne parla, ma ho deciso di scriverne perché sul Foglio di giovedì ho letto l’articolo dell’italianista Claudio Giunta sul fatuo clima di festa che circonda l’esame di Stato, mentre nei giorni precedenti avevo ascoltato le parole che il Papa ha pronunciato sull’Intelligenza Artificiale al G7: entrambi i temi hanno molto a che fare con la Scuola e da docente vorrei partire da essi per alcune considerazioni. La parola “difficoltà” nella Scuola italiana di oggi è abolita: l’unica cosa che conta è il successo formativo, di cui tutti gli alunni devono sentirsi protagonisti, “altrimenti viene loro l’ansia e potrebbero sviluppare anche altri disturbi”, come tuonano i Counselor, i Tutor, gli Esperti, figure che ormai ci affiancano scrutando il nostro operato, longa manus di molti dirigenti, occhi e orecchi del largo pubblico che osserva e giudica la Scuola, ovviamente, da fuori. Anche a causa di queste ingerenze, degli alunni che non si sono impegnati abbastanza e che hanno troppe lacune per essere promossi, alla fine si dice che “però sono bene inseriti nel contesto-classe e hanno partecipato a molti progetti.” I non addetti ai lavori forse non hanno idea di quanto sia difficile non dico bocciare, ma dare un 4 o 5 in pagella: lo scrupoloso dirigente sottopone il voto al giudizio dell’intero Consiglio di classe, per capire se quel 4 o 5 proposto sia “condiviso da tutti i docenti”.

Avete capito bene: su un’insufficienza, poniamo, in Storia si esprimono docenti di Arte, Sostegno, Educazione fisica, Matematica, che ovviamente non hanno assistito alle lezioni, né hanno letto le verifiche scritte o ascoltato le interrogazioni che stanno a monte di quel voto. Il conclave si esprime di fronte al dirigente, terrorizzato dall’idea che
l’insufficienza possa macchiare la linda pagella del lodevole alunno con indicibile scorno dei temutissimi genitori: la chat delle mamme, governo-ombra di molti Istituti, darà voce allo sfogo, il Tar, magari, al ricorso.

E chi se ne importa se poi il lodevole alunno farà un disastro ai test Invalsi – spauracchio di moltissimi perché, pur con alcuni limiti, dicono la cruda verità – o se, iscritto alle Superiori, cambierà una o due volte Scuola: importante è non ferire, non umiliare, come se un’insufficienza fosse un’umiliazione e non un voto.

Probabilmente la Scuola italiana è stata massacrata prima da troppi docenti poco motivati, che si sono ritrovati a insegnare loro malgrado e che quindi hanno accettato di tutto in cambio del lavoro statale; poi da riforme indecenti, che hanno dato troppo potere ai presidi e ai genitori premiando solo il numero di iscritti e promossi; infine, dalla crisi della famiglia: adesso la Scuola è una “comunità educante”, ed ecco spiegati la piega virtuistica e gli intenti moralistici dei manuali e delle tracce d’esame, su cui il professor Giunta ha già espresso un condivisibile biasimo. Da luogo di cultura e di istruzione, insomma, la Scuola è diventata un oratorio laico. La domanda che, da docente e cittadino, mi incalza, è questa: se la Scuola è un luogo pieno di accoglienza, inclusione, sostegno didattico e psicologico, progetti, gite (ops! Si deve dire viaggi d’istruzione o uscite didattiche), valorizzazione del territorio e del patrimonio Unesco, educazione civica, giornate celebrative e ogni altra buona intenzione, perché mai tanti ragazzi sono così violenti verbalmente e fisicamente, così fragili psicologicamente e, va detto, così ignoranti e culturalmente indifferenti? Qui casca l’asino e si strappa
il velo di Maia; qui è il gradino d’inciampo all’ingresso della Scuola-oratorio, dove un sorridente catechismo di Stato sta sostituendo la didattica autentica, che dovrebbe essere serenamente svolta in classe e attentamente preparata a casa con passione, tempo, pazienza e una buona dose di conoscenze (sì: le tanto vituperate nozioni). E invece no: tutti i docenti, anche i migliori e i più preparati, passano ore a compilare il Registro elettronico e a riempire vuote scartoffie formato word che nessuno leggerà
mai.

Ma a questo punto ci viene indicato il faro nella tempesta: tanto i docenti stremati dalla burocrazia quanto gli alunni annoiati da quel poco di studio che viene loro cortesemente richiesto, possono ormai contare sull’intelligenza artificiale generativa, in realtà uno scatolone da cui un algoritmo estrae testi già scritti, per gli Esperti uno strumento formidabile in grado di progettare la didattica e correggere i test (“lezione” e “verifica” sono parole obsolete muffite rancide), sviluppare percorsi e promuovere
lo sviluppo della sacrosanta triade conoscenzeabilitàcompetenze, individuare punti di forza e di debolezza negli alunni e proporre ai docenti strategie didattiche per potenziare e consolidare. Scusino, lor Signori: noi che ci stiamo a fare? Tranquilli: l’IA non è ancora in grado di pronunciarsi sulle emozioni degli alunni! Ah, ma allora è tutto a posto: il ruolo dell’insegnante nella Scuola-oratorio è salvo, per ora…

Ora, il Papa è intervenuto al G7 per mettere in guardia contro le possibili e temibili derive dell’IA; ma la sua voce non può rappresentare tutti, perché è connotata spiritualmente. Perché non si è levata una voce laica contro i danni enormi che l’IApuò fare in termini di libertà di insegnamento, autonomia dell’apprendimento, creatività, indipendenza e originalità delle ricerche? Non è che ancora una volta la Scuola viene considerata un campo vergine su cui sperimentare lucrosamente, visto l’obbligo di frequentarla almeno fino ai 16 anni e la conseguentemente ampia platea di – ahimè – clienti? Io temo che andrà a finire molto peggio che a Pinocchio: lui scappa dalla scuola, va nel Paese dei balocchi e si sveglia somaro; i nostri alunni vanno a scuola e si svegliano somari nel Paese dei balocchi 4.0.

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