Riflessione sulla scuola e sugli Esami di Stato. Lettera

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Laura Sibona – Sono un’insegnante di scuola superiore, ancora impegnata negli Esami di Stato.

 Come ogni estate leggo i numerosi articoli di chi esprime opinioni sulla scuola senza conoscerla affatto; gli interventi sui social di chi ci reputa impreparati e sostiene ancora che abbiamo tre mesi di vacanza, anzi di più se si conteggiano quelle di Natale e di Pasqua; i suggerimenti di chi, per andare incontro alle famiglie, consiglia di tenere aperte le scuole durante i mesi estivi e di affidare la cura dei ragazzi non agli insegnanti ma a delle associazioni. Oggi ho letto anche le dichiarazioni del Ministro Fedeli, l’ennesima dichiarazione politica, sul fatto che dovremmo essere pagati il doppio perché il nostro lavoro lo merita. Ovviamente il Ministro si è affrettato ad aggiungere che non ci sono le risorse. Non voglio fare facile polemica sulla banalità di certe affermazioni, ma reduce dalla correzione della prima prova dell’Esame di Stato, in attesa di iniziare i colloqui, che termineranno il 14 luglio, e in conclusione di questo anno scolastico, vorrei fare alcune considerazioni e condividerle con chi vorrà.

Sono stata nominata commissario esterno per Italiano in un liceo linguistico romano, che si trova vicino Piazza Fiume, in una zona di palazzi eleganti con delle splendide terrazze che ammiro dalle finestre dell’Istituto. Intorno tutti parcheggi a pagamento, pochi con le strisce bianche, peraltro tutti sempre occupati. Ricevuta la nomina, quindi, ho studiato i mezzi pubblici con i quali poter raggiungere la scuola di assegnazione e, fortunatamente, dalla Cassia, dove abito, un solo autobus copre il percorso e mi lascia a poche centinaia di metri dall’Istituto. Peccato che passi ogni ora circa e che si debbano calcolare molto bene e con generosità i tempi, per non rischiare di fare tardi e bloccare i lavori della Commissione.

I colleghi, interni ed esterni, nonché il Presidente, sono gentili e disponibili. Salvo rare eccezioni, ad ogni Esame di maturità riconosco in loro la mia stessa stanchezza e di anno in anno colgo una crescente amarezza. Nonostante questo, lavoriamo intensamente, con attenzione, perché nel nostro lavoro c’è un elemento che lo rende speciale, unico e, per questo, di grande responsabilità: ci sono i ragazzi, emozionati e preoccupati, chiamati ad una prova, la prima, in cui devono mostrare chi sono.

I non addetti ai lavori ignorano che ogni commissario d’Esame, all’insediamento della Commissione deve consegnare alla Segreteria del personale della scuola un modulo con i dati sensibili per il pagamento dei lavori d’Esame. I compensi per tutti i membri della Commissione risalgono al 2007 e non c’è da stupirsi se si pensa che il nostro contratto è scaduto nel 2009. Quello che, però, è davvero ridicolo è che la parte del compenso relativo alla distanza del luogo di residenza o servizio dalla sede di esame, una quota fissa per tutti, prevede una sola voce per chi è nominato nel comune di residenza o di servizio e un unico tempo di percorrenza, entro i 30 minuti. Quindi  il comune di Roma è considerato alla stregua del comune di Subiaco o di Vigevano. I miei 55 minuti di autobus  e i relativi tempi di attesa non sono presi in considerazione. Nessun rimborso, nessuna agevolazione, del resto neanche quando gli insegnanti viaggiano ogni giorno per molti chilometri tra un comune e l’altro durante l’anno scolastico.

Nella scuola esistono molte attività che non sono prese in considerazione, che nessuno conosce o finge di non conoscere. D’altra parte, se fossero riconosciute, dovrebbero essere retribuite equamente. Da anni penso che ci sarebbe un modo semplice per mettere a tacere i disinformati e i critici a priori, ma anche per smascherare l’ipocrisia di chi non vuole investire nella scuola le risorse che meriterebbe: orario di servizio per tutti dalle 8,00 alle 17,00 con un’ora di pausa pranzo; riunioni collegiali, colloqui con le famiglie, corsi di recupero o sportelli didattici, programmazione e preparazione dell’attività didattica, realizzazione dei progetti, tutto svolto in questo orario; vacanze solo nei giorni festivi e nei ponti che il calendario dovesse offrire. Alle 17,00, però, timbrando l’uscita, il lavoro resta a scuola: niente più pomeriggi e intere serate a lavorare a casa per preparare compiti o correggerli, per scrivere PDP, PEI o relazioni varie, per stendere progetti o fare monitoraggi. Tutto questo lavoro, oggi sommerso e disconosciuto, sarà svolto a scuola. Ah! Peccato che a scuola non ci siano gli spazi adatti per far lavorare proficuamente e con strumenti idonei i docenti; solo aule fredde d’inverno e caldissime già prima della primavera, banchi e sedie scomode già per i nostri studenti, computers obsoleti, reti internet deboli e insufficienti. Mi chiedo se i genitori vogliano davvero che i figli trascorrano le afose giornate di luglio in queste scuole, che conoscono bene, o cosa pensino possa uscire miracolosamente dal cappello a cilindro.

Il 20 andrò in ferie. 36 giorni, non tre mesi, perché il 1 settembre noi docenti siamo già di nuovo a scuola. Durante l’anno credo di essermi assentata dal lavoro uno o due giorni per delle visite mediche. Insegnare mi piace, mi piace ancora, nonostante tutto. Io non amo le lunghe vacanze scolastiche a Natale né la settimana a Pasqua; credo siano controproducenti per gli studenti e la loro concentrazione. Preferirei potermi prendere qualche giorno di ferie durante l’anno, senza preoccuparmi di chiedere l’approvazione del Dirigente Scolastico e di trovare i colleghi che mi sostituiscono, come oggi prevede la normativa. Potrei partire in periodi in cui aerei, treni e alberghi non costano il triplo e spezzare una routine lavorativa impegnativa e pesante. Chissà perché nessuno ci invidia l’impossibilità di andare in vacanza quando vogliamo.

Insegno da 26 anni. Ho imparato molto in questi anni, dai colleghi e anche dagli studenti. In questo lungo tempo ho acquisito esperienza e competenze nuove, che ho sempre reinvestito nella scuola. Ecco, la scuola è un investimento. E’ come aprire un conto corrente postale per i nostri figli, in cui depositare dei risparmi per il loro futuro. Strano e incomprensibile che, quello che un genitore fa per il proprio figlio, lo Stato non lo faccia per i suoi futuri cittadini, anzi che sottragga loro quel futuro e che li inganni, strada facendo. Ricordo l’indignazione di mia madre, straordinaria maestra elementare, quando Lama disse che gli insegnanti sono “impiegati improduttivi”, e ricordo la mia, quando Brunetta ha dichiarato che siamo lavoratori part time. Dietro queste affermazioni strumentali e ipocrite c’è cattiva coscienza e mala fede, oltre che una totale ignoranza della scuola, del suo mondo, dei suoi meccanismi, delle sue enormi difficoltà.

La legge 107 sulla scuola, della cosiddetta “buona scuola”, altro grande vergognoso bluff politico, ha riservato molta attenzione alla formazione dei docenti, al loro aggiornamento e alla necessità di riconoscerne il merito anche in termini economici. Stendiamo un velo pietoso sul merito e sui suoi  meccanismi approssimativi e farraginosi, nonché sul ritardo con cui l’80% di quanto dovuto è stato pagato (nello stipendio di giugno 2017 quanto riferito all’anno scolastico 2015/16), e parliamo di formazione.  Gli insegnanti devono essere preparati, certamente, e devono essere degli educatori. Nessun docente pensa il contrario e la maggior parte è impegnata in serie attività di formazione, per maturare a volte anche competenze che non rientrano propriamente nel proprio profilo professionale, ma che sono richieste dai tempi e dalle esigenze sempre più delicate degli studenti. Personalmente, durante questo ultimo anno scolastico, ho seguito corsi in presenza e online per più di 100 ore. Mi sono formata. Poi sono arrivati il giorno della prima prova scritta dell’Esame di Stato, l’apertura del plico telematico e la lettura delle tracce.

Io non so davvero chi sia a scegliere le tracce per lo scritto di Italiano. E’ singolare però che l’analisi del testo sulla poesia di Caproni trattasse sostanzialmente lo stesso tema della traccia di tipologia B, ambito artistico – letterario, il rapporto tra l’uomo e la natura, e che nella stessa tipologia B gli ambiti socio – economico e tecnico – scientifico potessero essere fusi insieme, come del resto hanno acutamente fatto alcuni studenti. Che dire, poi, dell’argomento e dei documenti scelti per l’ambito storico – politico e delle linee orientative, inserite a compendio della traccia di argomento generale, come se i ragazzi non fossero in grado di ricavare le parole – chiave da soli dopo cinque anni di scuola superiore? Io non so davvero che idea abbiano della scuola, di chi ci lavora e di chi la frequenta quelli che sulla scuola decidono, operano cambiamenti a sentir loro sempre rivoluzionari. O meglio lo so fin troppo bene, come chiunque nella scuola abbia trascorso del tempo come studente o la frequenti da genitore o ci lavori. E’ un’idea ingannevole. Come le tracce della prima prova. Noi insegnanti di Italiano nelle classi del triennio, che queste tipologie di prova le costruiamo durante l’anno per i nostri studenti con molta più attenzione, riconosciamo la superficialità e l’approssimazione con cui sono state stese quelle per l’Esame. E’ la stessa approssimazione, la stessa mancanza di lungimiranza e di rispetto con cui si tratta la scuola e chi la vive.

 

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