Riflessione sugli esami di recupero di Settembre. Lettera

di redazione
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Inviato da Paola Pizii – Sono una docente liceale di materie letterarie impegnata, come tanti miei colleghi, nei famigerati esami di Settembre.

Dopo giorni di somministrazione di prove, di correzioni e di scrutini dagli esiti incoerenti, torno anche quest’anno (come sempre) a interrogarmi sull’utilità dei debiti di Settembre e sul vero significato del vocabolo “recupero”, oggi divenuto sempre più privo di senso e valore. Per “rendere nuovamente valido un qualcosa” occorre volerlo, desiderarlo ardentemente e questo spesso è ciò che manca ai soggetti interessati.

È noto infatti a tutti noi insegnati che, nonostante le nostre personali speranze e la fiducia incondizionata che continuamente riponiamo nei nostri alunni, la gran parte di loro (già graziata e aiutata a Giugno) si presenta a Settembre ancora più impreparata, ma con, in compenso, una perfetta abbronzatura hawaiana. Tanto sono perfettamente coscienti di quale sia il meccanismo dell’Azienda-Scuola che, pur di conservare i propri clienti e non deludere le aspettative del RAV, si sente in dovere di promuovere (e non “promovēre”), di transustanzializzare in modo mistico i 3 in 6, coprendo ipocritamente tutto con la formula “voto di consiglio”. Ognuno insegue i propri obiettivi: il Dirigente dell’azienda non vuole ricorsi (e bocciare è sinonimo di problemi!); i docenti più lungimiranti hanno già provveduto ad assegnare a Giugno voti che spesso vanno da 6 a 10 e quindi, come nel celebre film “La Scuola” del 1995 con Silvio Orlando, non vedono l’ora di tornare a casa o dedicarsi ad altro; i pochi che ancora credono nel valore educativo di una Scuola che era Buona una volta e che ora è solo apparenza, restano desolati, amareggiati, a volte anche sbeffeggiati e spesso oggetto di critiche da parte dei Dirigenti burocrati.

Perché la “Buona scuola” della legge 107 non mira a insegnare ma a certificare competenze spesso vacue, harena sine calce, destinata solo a creare generazioni di ragazzi che vivono nell’apparenza del sapere e che spesso non riescono a “gustare” (cosa che il verbo sapio significa in realtà!) ciò che poi non avranno più modo di studiare . Il messaggio che spesso in questi giorni è passato in molte scuole è che anche se non si studia, si viene promossi, che non serve saper parlare e scrivere l’Italiano, conoscere il Greco o studiare l’Inglese, che il “sacrificio” è inutile, che l’insufficienza è da imputare solo e unicamente al metodo rigido del determinato professore, che molti (soprattutto se certificati) sono intoccabili e che hanno solo diritti e pochissimi doveri. Del resto le statistiche parlano chiaro: il 42% dei rimandati è stato ammesso alla classe successiva pur non avendo colmato il debito! La campana di Settembre suona dunque per noi docenti, che dobbiamo preoccuparci di farli recuperare, di creare un clima confortevole, di ovattarli continuamente incrementando le fragilità di una generazione che salta l’infanzia facendo già a 12 anni tutte le esperienze degli adulti (alcool, fumo, sesso etc..), che si atteggia a uomini e donne vissuti, salvo poi crollare emotivamente alla prima difficoltà.

E la Scuola (quella vera) è troppo per loro: richiederebbe impegno, costanza, interesse, volontà, valori che l’era liquida ha spazzato via. Tutto ciò che è “normale” diviene “norma”, ovvero Legge. La Scuola andava dunque riformata, accorciando il numero degli anni, eliminando l’esame di quinta elementare, rendendo legalmente impossibile bocciare alla scuola primaria e secondaria di Primo grado. Per fortuna però che abbiamo gli Invalsi, che certificano e permettono statistiche surreali! Allora, date queste riforme, tanto vale a mio avviso che la Buona Scuola sia tale almeno evitando l’ipocrisia del debito di Settembre, formalizzando la promozione o la bocciatura a Giugno e rendendo liberi noi docenti almeno da questo inutile calvario per noi demoralizzante.

 

Prof.ssa Paola Pizii

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