Rientro a settembre, la soluzione migliore sarebbe quella dei doppi turni ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Lettera


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inviata da Dario Spagnuolo, Dirigente scolastico – Che in Italia ci sia un gran bisogno di scuola è innegabile. Se così non fosse, non ci sarebbero tanti Soloni che invocano riaperture come “in Norvegia” o “in Danimarca”, ignorando che la Norvegia ha uno degli indici di densità abitativa più bassi del mondo (15 ab/kmq, laddove in Italia è 206 ab/kmq, Milano oltre 2.000) e che, se mantenessero un metro di distanza l’uno dall’altro, i 5 milioni di Norvegesi e i 5 milioni di Danesi occuperebbero una porzione minuscola del loro territorio. L’Italia di abitanti ne ha 60 milioni ed è lunga la metà della Norvegia!

Più semplicemente, a chi invoca la riapertura di tutte le attività produttive e delle scuole per evitare il tracollo economico, è bene ricordare che il peggior pagatore è il cliente morto.

L’Italia sta affrontando una sfida epocale e, comprensibilmente, si rendono evidenti i risultati delle scelte di questi anni: la privatizzazione della sanità, i tagli alla spesa pubblica, la politica di marginalizzazione degli anziani, l’assenza di un’adeguata connettività, il digital divide.

Peraltro proprio le scuole, come sempre, sono riuscite a fare le nozze con i fichi secchi, poiché l’informatica da tempo abita le aule italiane. Certo sono macchine vecchissime: per quattro anni sulla mia scrivania in presidenza ho avuto un PC donato da una compagnia assicurativa, mentre in segreteria c’erano i pc scartati dell’Agenzia delle entrate. Eppure, anche dagli scarti la scuola tira fuori il massimo. In tante famiglie, però, non si va oltre l’uso delle app più semplici dello smartphone: telefono, chat, giochi, foto.

Pensare che siano i genitori ad aiutare i figli nel collegamento significa non avere colto l’ampiezza e la profondità del gap digitale.

E’ con una certa preoccupazione, e non senza molte perplessità, dunque, che le scuole guardano a settembre. Gli alunni saranno divisi tra chi seguirà da casa e chi sarà in aula, si dice. Dunque un’intera classe potrà vedere nelle case dei compagni e, soprattutto, tutti coloro che sono nelle case potranno entrare, seppure, virtualmente nelle classi; in barba a qualunque norma sulla privacy.

Qualcuno dirà che dobbiamo obbligare gli alunni a collegarsi da una stanza isolata della casa. Ma ci sono tutti questi spazi nelle case degli italiani? In queste settimane ho visto collegarsi dalle cucine e persino dai bagni, mentre le mamme cucinavano o mentre i papà passavano in pigiama davanti alle webcam. E poi che cosa mostriamo agli alunni che resteranno a casa? Solo il volto del docente fermo per ore davanti al piccolo schermo? E mentre il docente è fermo in cattedra per collegarsi, gli alunni in classe, cosa faranno? Resteranno immobili guardando la parte posteriore di un monitor?
Altrimenti, se vogliamo riprendere quello che accade in classe: la lavagna, i compagni, il maestro che passa tra i banchi, gli interventi, le spiegazioni, gli esperimenti, gli strumenti … allora tocca assumere un cineoperatore e un regista per ogni aula.

La strada più logica sembra essere quella, dolorosa, dei doppi turni.

Nessuno ha il coraggio di dirlo perché è impopolare, ma quali sono le alternative, soprattutto per le scuole del primo ciclo e dell’infanzia?

Con amarezza si nota, poi, che taluni soggetti che ritengono di rappresentare i lavoratori della scuola, approfittano della situazione per rivendicare aumenti, assunzioni, risorse. Considerato il numero dei morti è quanto meno inopportuno.

E poi se i lavoratori della scuola stanno male, certo gli altri lavoratori italiani non stanno meglio. L’impatto economico dell’emergenza sanitaria è ancora agli inizi. Ci sarà da ricostruire e la richiesta più giusta è che i sacrifici siano ripartiti tra tutti e che si presti soccorso, subito, a coloro che sono stati più colpiti dalla pandemia.

Per questo, sarebbe opportuno un intervento coraggioso e chiarificatore da parte di chi governa, capace di delineare, quanto meno, un quadro probabile. Gli italiani hanno dimostrato grande senso di responsabilità.

Capiranno anche questo.

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