Ridare autorità all’azione educativa per contrastare le consuetudini negative di alcuni alunni. Lettera

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Da troppo tempo la scuola è alle prese con problemi legati all’eccessiva vivacità di alcuni alunni, refrattari a qualsiasi
richiamo che mettono a dura prova la pazienza di tanti bravi docenti che, in molti casi, si ritrovano in una situazione di
vulnerabilità a causa anche di campagne mediatiche che contestano e demonizzano qualsiasi esercizio di autorità.

Da tempo ci si interroga, sull’ importanza  del  recupero del senso
etico della persona, sui valori e disvalori, espressione della società
in cui i ragazzi vivono, che li rendono, a volte,  incapaci di
scegliere ed operare il bene secondo una buona e coerente condotta
morale.
Il costante aumento di ragazzi difficili da gestire, incapaci di
accettare un richiamo, di confrontarsi con le proprie  responsabilità
e  i casi di alcuni alunni esclusi dalle gite scolastiche perché
troppo vivaci e con un voto basso nel comportamento  che si sono
verificati in qualche Istituto Comprensivo e le conseguenti proteste
dei genitori,   dovrebbero far riflettere per cercare di comprendere
rettamente che cos’è l’educazione e che cosa, in questi casi, deve
fare la scuola perché possa qualificarsi non come un’ impresa di
servizi, ma come  “autorità” che scaturisce dal “buon amore” che anima
e guida ogni azione educativa.
Una  scuola che decide di adottare un provvedimento disciplinare
applicando  una sanzione, può anche essere oggetto di discussione, ma,
tale provvedimento,  deve essere sempre visto ed analizzato in chiave
educativa per far sì che l’educando e le famiglie  non  si sentano
minacciate dalle decisioni della scuola, ma vi partecipino pienamente
e responsabilmente attraverso un processo, un percorso  ben integrato
ed assimilato  di  conoscenza piena e condivisa di alcuni principi
educativi  eticamente corretti,  buoni e  giusti che conferiscono  ai
docenti il diritto di impartirli.
Accettare,   analizzare e  discutere su  una  sanzione significa,
soprattutto,  innalzarsi al di sopra di essa  e  ritenerla un banco di
prova della propria capacità umana, civile e sociale di rapportarsi
positivamente con gli altri, di rispettare quel contratto formativo
interiore  in cui allo studente viene chiesto di sviluppare e far
crescere in  sé e da se stesso dei valori, delle attitudini, delle
norme di comportamento accettate,  rispettate e condivise da tutti. Si
tratta di applicare, nel contesto scolastico,  due fondamentali
principi educativi orientati  a rafforzare i   sentimenti di fiducia
nell’altro e a migliorare la comunicazione e l’interazione   personale
e comunitaria di ogni singolo  alunno: assenza  di atteggiamenti
minacciosi e punitivi,  primato dell’interiore sull’esteriore.
Una   buona scuola, specialmente oggi, viste le particolari
circostanze ambientali,  ha il non facile compito   di avviare
efficaci percorsi formativi  circolari  genitori-docenti-alunni. Senza
buoni genitori e senza buoni docenti è quasi impossibile che ci siano
buoni alunni. Pertanto, sarebbe bello vedere genitori e  docenti in
sintonia, che si impegnano e collaborano  perché i ragazzi, nelle
incertezze e nelle difficoltà della loro età, possano serenamente
crescere  sul piano personale, umano,  sociale e culturale. Quando
qualcuno inciampa, bisogna porgere la mano, venirsi incontro ed
adottare gli opportuni interventi  dal punto di vista educativo. Ciò
significa che  i genitori hanno il dovere di partecipare attivamente
a  ciò che la scuola fa con  e per i loro figli.
Scoprirsi, accettarsi,  abbandonare corazze difensive, crescere
nell’unione, coinvolgersi in un continuo processo di maturazione e
sperimentare nuove forme di collaborazione: queste sono le condizioni
per produrre un miglioramento delle relazioni interpersonali, sono
l’indice della maturità e della salute di un rapporto educativo tra
Scuola e Famiglia,  finalizzato alla crescita e al potenziamento delle
qualità umane, alla costruzione di punti di riferimento certi e
stabili, alla formazione di personalità sufficientemente libere,
capaci di  vagliare quanto proviene dall’esterno. La sanzione, il
rimprovero, il perdono sono scelte affettive grazie alle quali si
procura il bene dell’altro, si genera amicizia, amore reciproco di
benevolenza.
A tal proposito è molto bella la lezione che il maestro  in una
pagina  del libro “Cuore”,  dà ai suoi allievi e a ciascuno di noi: “…
avete insultato un compagno che non vi provocava, schernito un
disgraziato, percosso un debole che non si può difendere… Vigliacchi!
… voltatosi verso i quattro colpevoli, disse bruscamente: – Vi
perdono”.
Una volta che si sia capito questo non è difficile comprendere che
bisogna trattare l’alunno meglio di quello che è, altrimenti lo
renderemo peggiore di quello che è (Goethe).
Tuttavia, perché ciò avvenga occorre  recuperare la profonda
consapevolezza  del fatto che  occorre  sì educare con calore e con
affetto, ma, con l’aiuto della famiglia, bisogna esigere dall’educando
disciplina, rispetto, abnegazione e onesta preoccupazione.
Infatti, i  diversi interventi normativi in materia sanciscono   un
importante  principio pedagogico che va oltre ad ogni considerazione
prettamente formale o giuridica: “La scuola quale luogo di crescita
civile e culturale delle persone rappresenta, insieme alla famiglia,
la risorsa più idonea ad arginare il rischio del dilagare di un
fenomeno di caduta progressiva, sia dell’osservanza delle regole, sia
della consapevolezza che la libertà personale si realizza nel rispetto
degli altri diritti e nell’adempimento dei propri doveri” (DPR. 235
del 21 novembre 2007). Non solo. “I provvedimenti disciplinari hanno
finalità educativa e tendono al rafforzamento del senso di
responsabilità ed al ripristino dei rapporti corretti all’interno
della comunità scolastica” (Statuto delle Studentesse e degli
Studenti, Art. 4 comma 2).
Orbene, se i provvedimenti  disciplinari legati all’ inosservanza
delle regole hanno una finalità educativa e   richiedono il
coinvolgimento diretto della  famiglia, genitori e docenti devono
poter  lavorare insieme per far assumere al ragazzo la responsabilità
delle proprie azioni.  È  doveroso che ciascuno cerchi   di non
stigmatizzare   il comportamento in sé, ma di riflettere sulle cause
per tentare ragionevolmente di comprenderne le conseguenze.
Soltanto con la disposizione a restaurare insieme alcuni sani
principi etici e comportamentali e il retto esercizio dell’autorità,
tenendo chiaramente  conto dei vissuti personali e di tutto ciò che i
rapidi e veloci cambiamenti sociali comportano,    sarà possibile
superare alcune difficoltà educative e   abituare al bene, un bene che
deve insorgere  contro le consuetudini negative di alcuni ragazzi, un
bene che deve   far gustare pienamente  la gioia di essere giovani
giusti, corretti, consapevoli e responsabili.
Fernando Mazzeo

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