Ricolfi: “Non basta aumentare lo stipendio per migliorare il prestigio dei docenti, ci sono altri fattori. Merito degli insegnanti? Difficile da misurare” [INTERVISTA]

WhatsApp
Telegram

Quella del merito è la questione più calda che si è aperta praticamente contemporaneamente alla nascita del nuovo Governo guidato da Giorgia Meloni. Parola merito che adesso è inserita nel contesto scolastico in modo chiaro e palese: d’ora in poi il Ministero che amministra la scuola si chiamerà Ministero dell’Istruzione e del Merito.

In verità, quello che in molti si chiedono è: cosa significa merito? Il premier Meloni ha subito voluto chiarire che “uguaglianza e merito non sono uno avversario dell’altro, sono uno fratello dell’altro”.

Proprio il neo Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha subito spiegato: “Favorire il merito significa dare alle scuole infrastrutture e dotazioni di qualità, valorizzare gli operatori scolastici, sintonizzarsi con il mondo del lavoro, agire sulle competenze, fornire gli strumenti per sviluppare un percorso di crescita individuale e collettivo”.

Il dibattito si è trasformato subito in scontro politico fra desta e sinistra, trascinando questa nuova-vecchia parola merito in un contesto troppo superficiale che non restituisce un vero significato del termine.

Per approfondire il merito a scuola abbiamo contattato il sociologo Luca Ricolfi, professore ordinario di Psicometria presso l’Università degli Studi di Torino.

Cos’è il merito a scuola? Il dibattito in corso mette in contrapposizione diverse idee sul tema, tirando in ballo anche la lotta alle disuguaglianze sociali.

Promuovere il merito significa creare un ambiente in cui i buoni risultati degli allievi siano apprezzati, e ciascuno sia messo in condizione – se lo desidera e si impegna – di progredire e ricevere riconoscimenti espliciti per i propri progressi. La lotta alle diseguaglianze sociali c’entra per un motivo essenziale: il merito è fatto di due cose – l’impegno e il talento – che non dipendono dall’origine sociale. In questo senso promuovere il merito significa rendere meno impari la competizione fra i ragazzi dei ceti alti, che hanno mille armi per emergere, e i ragazzi dei ceti bassi, per i quali avere beneficiato di una scuola di qualità è l’unica vera arma possibile.

Un aspetto che non si evince subito al momento è se la parola merito debba rivolgersi solo agli studenti oppure anche agli insegnanti. Come declinare il merito per i docenti? Cosa “misurare” per individuare i più meritevoli?

Queste domande andrebbero rivolte al nuovo governo. Se volete anche la mia opinione, posso dire che il merito dei docenti è difficile da valutare, e comunque qualsiasi sistema venisse proposto susciterebbe la ribellione degli insegnanti, come già accadde nel 2000, quando il “concorsone” costò il posto al ministro Luigi Berlinguer. Quindi, purtroppo, è una discussione puramente accademica. Dico purtroppo perché c’è almeno una cosa che non si farà mai, ma andrebbe assolutamente fatta: impedire agli insegnanti del tutto incapaci (quasi tutte le scuole ne hanno qualcuno) di danneggiare, talora irrimediabilmente, le menti e il futuro dei loro allievi più deboli.

In una sua intervista a Italia Oggi di poco tempo fa parlava di un processo degenerativo della scuola che fino agli anni ’90 poteva vantare insegnanti con standard elevati. Cosa è successo dopo?

E’ successo semplicemente che sono via via entrate nella scuola leve di insegnanti con una preparazione sempre più scadente, a sua volta dovuta all’abbassamento degli standard nella scuola e nell’università. La dispersione che si osserva nei primi due anni di scuola secondaria e nei primi due anni di università è anche figlia dell’inadeguatezza e della rassegnazione di tanti insegnanti. 

Non pensa che il ruolo sociale dell’insegnante sia oggi sempre più marginalizzato anche a causa di una scarsa considerazione da parte della società che nasce da una retribuzione insufficiente?

No, la retribuzione insufficiente è il fattore meno importante della perdita di prestigio degli insegnanti. Molto più incisivi sono altri fattori: la rinuncia ad esercitare l’autorità, che ha portato insegnanti e genitori a comportarsi come amici o fratelli maggiori; l’abbassamento del livello medio di padronanza della propria materia; l’estinzione di fatto del voto in condotta; la trasformazione dei genitori in sindacalisti dei figli; la quasi-certezza della promozione. Trovo giustissimo aumentare gli stipendi degli insegnanti, ma considero davvero ingenua la credenza che questo possa restituire loro qualche autorevolezza.

La prospettiva di una carriera per gli insegnanti crede possa aiutare a far “guadagnare punti” in tal senso?

Temo che eventuali scatti di carriera finirebbero, inevitabilmente, per essere agganciati a cose esteriori o burocratiche, tipo numero di commissioni, progetti, eccetera, anziché all’unica cosa veramente importante: saper trasmettere ai propri allievi conoscenza e passione per lo studio.

Lo scorso anno il suo libro, il ‘Danno scolastico’, scritto a quattro mani con Paola Mastrocola, è stato oggetto di grande dibattito. Cosa resta di quella esperienza? Intravede qualche segnale per il futuro?

Quel libro era innanzitutto un resoconto, soggettivo e personale ma confermato da tanti lettori e lettrici, di quel che è successo negli ultimi 60 anni nella scuola e nell’università. Ma conteneva anche la dimostrazione matematico-statistica che l’abbassamento della qualità dell’istruzione aveva ampliato le diseguaglianze. Lei mi chiede se intravedo qualche segnale per il futuro. Sì, io intravedo la possibilità che, finalmente, venga attuato l’articolo 34 della Costituzione: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Una scuola veramente democratica dovrebbe sostenere gli allievi in difficoltà con azioni mirate e individuali, far crescere il numero di capaci e meritevoli e, quando mancano loro i mezzi per proseguire negli studi, metterli in condizione di farlo grazie a borse di studio generose.

WhatsApp
Telegram

Corso di perfezionamento in Metodologia CLIL: acquisisci i 60 CFU con Mnemosine, Ente accreditato Miur