Ricerca educativa, ecco cosa serve alla scuola di oggi. Lettera

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Le fiabe, solitamente, iniziano con c’era una volta e, dopo la lettera firmata da 600 docenti universitari che evidenzia le difficoltà linguistiche degli studenti italiani, si ha la sensazione che in molti, colpiti da “nostalgite”,  egoisticamente ed emotivamente
attratti dal “C’era una volta la scuola” , avvertano il bisogno di un ritorno all’antico, ovvero, ad un tipo di scuola dove solo pochi fortunati potevano avere accesso ai gradi più alti dell’istruzione.

Sicuramente, i metodi di studio tradizionali, molto più severi e selettivi, spesso, anche traumatizzanti, davano ottimi  risultati per pochi, mentre la maggior parte degli alunni veniva stigmatizzata e abbandonata a se stessa. Non a caso, nel famoso libro denuncia, Don Milani considerava la scuola italiana un ospedale che cura i sani e trascura i malati.  “La media vecchia, diceva don Milani, era classista soprattutto per l’orario e per il calendario. La nuova (quella del 1962 approvata nel 1963) non li ha mutati.  Resta una

scuola tagliata su misura dei ricchi. Di quelli che la cultura l’ hanno in casa e vanno a scuola solo per mietere diplomi”.

In pratica, l’introduzione della media unica aveva cancellato la vecchia realtà, ma non ne aveva creata una nuova. Lo scopo era quello di sostituire a una scuola di èlite, un’altra capace di dare una formazione democratica a tutti i ragazzi, offrendo le stesse
opportunità di proseguire gli studi. Avrebbe dovuto essere una scuola formativa e non più selettiva; una scuola con l’ abolizione dei voti e delle interrogazioni per sostituirli con un giudizio individualizzato; con consigli di classe con i quali dovevano collaborare psicologi e assistenti sociali.

Sulla carta una riforma progressista degna di un paese moderno. Ci si era, però,  illusi che si potesse modificare una parte vitale del sistema educativo  senza alcuna conseguenza.

La nuova scuola media  che cresceva con un ritmo da  4000 a 5000 classi l’anno e che avrebbe dovuto applicare un insegnamento individualizzato, si ritrovò subito impreparata, con  classi di 30 alunni che non si potevano seguire uno ad uno. Mentre nelle classi di aggiornamento si mettevano i ripetenti senza che potessero ricevere un aiuto concreto,  diventando così  dei ghetti in cui venivano confinati i ragazzi poveri, più discoli e vivaci i quali, a causa del cattivo rendimento, finivano col rassegnarsi  e ritenersi falliti.

Pertanto, la scuola media unica non riuscì a dare né una preparazione adeguata, né una formazione generale né, tantomeno,  ad eliminare i difetti della cosiddetta “scuola di classe”.

La  scuola media unica che, comunque,  aveva un buon corpo docente abituato, però, ad allievi di ceto borghese, non fu in grado di dare un volto e un’efficienza alla scuola di tutti e di ciascuno e le conseguenze furono gravi con evasioni altissime ovunque. In Lombardia, una delle regioni più progredite d’Italia, in questo periodo non frequentavano la scuola media il 30 per cento dei ragazzi.

Se pensiamo poi alla situazione della scuola elementare e consideriamo che nel 1968 i bocciati nelle cinque classi  furono 500.761, un numero elevatissimo rispetto al totale degli alunni, si può ragionevolmente pensare ad una diffusa tendenza ad eliminare  dal circuito formativo i bambini appartenenti ai ceti meno abbienti. Infatti,  sempre secondo le indagini di quel periodo,  vi era un rapporto preciso tra bocciati e condizioni di sviluppo economico della società e reddito medio delle famiglie. Non solo. Nella scuola elementare e nella scuola media, venivano riproposti drammaticamente gli stessi temi dell’attuale crisi scolastica: carenze edilizie, carenza di attrezzature, formazione e retribuzione degli insegnanti, rinnovamento didattico, riforme imposte dall’alto, polverose e impotenti strutture burocratiche ministeriali.

La verità è che la riforma, ispirata da buoni principi, invece di fornire una educazione democratica a tutti, ha trasformato la scuola in un nome vuoto di significato che ha danneggiato, soprattutto, coloro i quali solo nell’istruzione potevano vedere un mezzo di
progresso sociale.

La scuola media  degli anni ’60,  teoricamente fondata sulla centralità del discente e dei suoi bisogni, ma di fatto ancorata alla “Consecutio temporum”, fu una vera e propria strage di innocenti. Il passaggio dai programmi del 1963 a quelli del 1979, che non
contengono innovazioni radicali,  è stato senza dubbio un passaggio rilevante perché ha sottolineato la necessità di passare dallo stadio che considera l’alunno oggetto dell’ insegnamento  allo stadio che considera l’alunno soggetto dell’apprendimento.

I programmi del ’79,  per raggiungere una adeguata competenza comunicativa, raccomandano, infatti,  lo sviluppo sia della capacità ricettiva (la più importante, ma anche la più trascurata), sia di quella espressiva. È fuori di dubbio che ciò  ha permesso il
superamento dello schematismo degli esercizi strutturali, ritenuti meccanici, aridi e anche noiosi,  per orientarsi, come viene indicato nella seconda parte dei programmi (Sviluppo delle abilità linguistiche), verso esercizi che adoperano la lingua in situazione di
comunicazione. Si tratta dell’ iter didattico delle competenze, di quel livello di soglia che costituisce il superamento dell’insegnamento basato sull’ imitazione e sulla creazione degli automatismi. Nei nuovi programmi si apprende per comunicare e non
interessa il numero di vocaboli che gli alunni devono sapere o le strutture che hanno memorizzato: interessa ciò che riescono a capire e ciò che riescono ad esprimere.

Dal  1979 ad oggi vi sono stati  graduali  adeguamenti, spesso negativi e riduttivi, che non hanno permesso  l’ applicazione di quel principio fondamentale secondo il quale non si può  riflettere sulla lingua se non partendo dall’uso concreto della lingua. Infatti,  è
grazie a continui e ripetuti esercizi in situazioni concrete che si può acquistare una padronanza funzionale del lessico, della grammatica, della sintassi.

Se dunque i nostri alunni, oggi, non comprendono la lingua autentica è perché si è creata una enorme distanza con la lingua di tutti i giorni: veloce, abbreviata, ricca di interruzioni, ripensamenti ecc. In pratica,  a scuola piuttosto che parlare della lingua,  occorre parlare  la lingua.

Chi con  nostalgia  fa riferimento alle passate esperienze scolastiche,  non può ignorare che  proprio lavorando sul campo, nelle lotte contro le varie forme di analfabetismo che è nata l’idea di “educazione permanente” mai applicata.

Solo a  partire dagli anni ottanta, grazie all’intuito e alle innovazioni di eccellenti pedagogisti,  si è avuto un incremento della scolarizzazione e  una democratizzazione dell’educazione  che  ha permesso una notevole riduzione degli abbandoni  e un considerevole
innalzamento dell’ alfabetizzazione culturale, anche  attraverso la rimozione di ostacoli di natura socio-economica.

Per arginare il problema degli insuccessi scolastici non servono estemporanei provvedimenti, ma seri investimenti di ricerca educativa e psicologica in grado  comprendere e spiegare le ragioni di tanti insuccessi e tanto  malessere che, sicuramente, non riguarda i metodi, i programmi, le riforme, ma affonda le radici in consolidati, complessi  ed errati stili di vita della società tutta.  I provvedimenti tampone (più libri, più giornali, più corsi di recupero ecc.) servono a poco, l’ On.le Ministro  cerchi, piuttosto,  di dare un serio impulso alla ricerca educativa da anni completamente abbandonata.

Fernando Mazzeo

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