Responsabilità dei docenti, sicurezza e rapporto con gli alunni, bisogna mitigare la “culpa in vigilando”

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Chi tutela i docenti in tema di responsabilità, sicurezza e rapporto con gli alunni? A questa domanda tenteranno di rispondere i relatori di un interessante seminario che si terrà il prossimo 13 marzo a Taranto organizzato da Snadir e Adr.

Chi tutela i docenti in tema di responsabilità, sicurezza e rapporto con gli alunni? A questa domanda tenteranno di rispondere i relatori di un interessante seminario che si terrà il prossimo 13 marzo a Taranto organizzato da Snadir e Adr.

Uno di loro, l’Avvocato Gianni Brunetti, ci anticipa in questa intervista parte dei temi che verranno affrontati nella tavola rotonda spiegando, in particolare, che c’è qualcosa di più pericoloso dei rischi civili e penali a cui i docenti sono esposti, cioè l’adesione a un modello di ‘insegnamento difensivo’ in qualche modo emulo di quello che già accade in medicina.

In termini legali e con riferimento specifico al tema del seminario del 13 marzo, qual è il confine tra l’atteggiamento semplicemente prepotente di un ragazzo e un vero e proprio atto di bullismo?

“Ottima domanda: è talmente pertinente, che dalla risposta ad essa dipende gran parte della soluzione al problema. Oggi nei mass-media si parla di questo o quell’altro episodio di bullismo. In realtà ciò che distingue un atto di prepotenza (o di aggressione) dal bullismo in senso tecnico è solo la ripetitività dell’evento. Tutti quanti, da scolari, abbiamo probabilmente subito atti grandi o piccoli di prepotenza. Alcuni pedagogisti sostengono addirittura che essi – purché non particolarmente violenti o aggressivi – possono aver rappresentato addirittura dei ‘touchpoints’ nell’evoluzione della nostra capacità di gestire situazioni difficili. Nel bullismo, invece, i comportamenti aggressivi sono seriali e soprattutto di tipo abusivo. Non un singolo atto, dunque, ma più episodi in cui una persona (ovviamente anche, e soprattutto, minorenne) usa la propria forza o il proprio potere (anche psicologico o di leader di gruppo) per intimorire o danneggiare una persona debole. Dunque, semplificando: ripetitività del comportamento aggressivo, asimmetria della relazione (debolezza della vittima, forza del bullo) consapevolezza del bullo di fare del male. In realtà, l’ordinamento non prevede un reato di ‘bullismo’, ma solo tante fattispecie (diffamazione, lesioni, minaccia ingiuria lesioni, stalking) che vanno inquadrate e considerate separatamente”.

Quand’è che l’insegnante deve intervenire? In che modo?

“Il bullismo è innanzitutto il sintomo di un malessere sociale o psicologico. L’approccio dell’educatore, dunque, non può che essere pedagogico, e non criminologico. Sempre, però, a tutela dei minori ad esso affidati. Come ho detto prima, un problema è sicuramente costituito dalla ripetitività dei comportamenti. E’ difficile ipotizzare che un docente assista più volte ad atti di bullismo. In ogni caso occorrerà intervenire anche in presenza di un solo episodio, con segnalazione scritta e dettagliata al Dirigente Scolastico, che è l’organo deputato ad intraprendere le adeguate iniziative. Sarà assolutamente opportuno descrivere in maniera approfondita le circostanza del fatto senza assolutamente qualificare le stesse. Men che meno è opportuno qualificare l’alunno coinvolto come ‘bullo’, locuzione che, ovviamente ha un disvalore sociale altissimo e che potrebbe esporre il docente ad azioni legali da parte dei genitori esercenti la responsabilità”.

A che cosa va incontro il docente che non si accorga o che semplicemente non sia in grado di fare una buona ‘istruttoria’ di un episodio grave di violenza fisica e/o psicologica?

“Distinguiamo i piani. Le responsabilità connesse alla custodia dei minori, da cui derivano gli obblighi dei docenti sotto il profilo civile e penale, non possono arrivare a conferire al docente il ruolo di poliziotto! Dunque, se per istruttoria si dovesse intendere accertamento e qualificazione di ipotesi di bullismo la risposta è negativa. Sarà l’équipe socio-pedagogica, lo psicologo oppure – purtroppo – il giudice minorile o i servizi sociali ad avere tale incombenza. Il ruolo del docente si deve limitare ad una opportuna e dettagliata relazione al Dirigente Scolastico, in cui siano riportati con chiarezza i meri fatti accaduti alla presenza del docente. Ovviamente, ma questo vale in tutte le situazioni, il docente, in presenza di un atto di aggressione o di violenza dovrà intervenire nell’immediatezza a protezione della vittima. Circa la responsabilità ritengo, inoltre, che in caso di bullismo, la culpa in vigilando del docente vada mitigata pesantemente dalla culpa in educando dei genitori dell’aggressore. Infatti, gli atti di questo genere non sono sicuramente da ritenersi prevedibili nell’ambito della normale frequenza presso un istituto scolastico” .

Parlando di responsabilità legale dei docenti, ci saprebbe riassumere qual è secondo lei il piano a cui bisogna prestare davvero l’attenzione più viva? La sorveglianza degli alunni? La loro valutazione?

“Gli alunni sono innanzitutto dei minori, dunque per definizione soggetti da proteggere. In fin dei conti la funzione della scuola costituzionalmente garantita e riconosciuta è quella di aiutare all’edificazione di cittadini maturi e consapevoli. In questo senso il piano della sorveglianza e della tutela è assolutamente prevalente rispetto a quello della valutazione”.

Dalla sua esperienza, quali fattori ritiene responsabili dell’acuirsi dello scontro tra scuola e famiglie?

“Non userei il termine “scontro”. Nella maggior parte dei casi il patto di corresponsabilità scuola famiglia funziona benissimo. Quando questo non avviene, in genere la responsabilità non è dei docenti, ma di situazioni familiari, di difficoltà socio-economiche, oppure dell’ostinazione di alcuni genitori nel voler dettare le regole – a vantaggio del proprio figlio – anche ai docenti, con indebite interferenze nel ruolo educativo del docente. Pensiamo all’intolleranza di certe mamme (o padri, ovviamente) verso voti ritenuti non ‘adeguati’ al figlio o verso i troppi compiti. Non si può negare, tra l’altro che la scuola sta svolgendo, in conseguenza della crisi ed in condizioni di scarsità di risorse, il ruolo di unico soggetto che propone “formazione e cultura” specialmente in situazioni di difficoltà. Questo, paradossalmente, innalza le pretese delle famiglie verso i docenti , che vengono caricati anche di funzioni educative e sociali non appropriate”.

Pensa che se ci fosse una nuova alleanza tra mondo della scuola e genitori anche le responsabilità legali dei docenti riuscirebbero un po’ meno gravose?

“No. Non credo che sia il tempo di nuove astratte ricette. Quello che occorre per garantire i docenti sono innanzitutto nuove risorse, logistiche ed economiche. Gran parte dei casi di responsabilità dei docenti nascono da inadeguatezze di tal genere. Ricordo il caso dell’insegnante della scuola dell’infanzia ritenuta responsabile per l’incidente occorso nel bagno a una bimba. La maestra aveva accompagnato la stessa all’uscio del servizio igienico e poi era rientrata velocemente in classe per occuparsi degli altri piccoli. Nel frattempo la bimba si procurava lesioni ad un occhio con la catenella del servizio igienico. Escludendo ipotesi di “bilocazione”, vogliamo essere comprensivi con questa povera donna? Se ci fosse stato un collaboratore di piano a cui rivolgersi, il sinistro non si sarebbe verificato. Per non parlare, poi, delle situazioni gravi che si verificano a causa delle cosiddette classi “pollaio” e delle strutture fatiscenti. Sono queste situazioni, più che altro, quelle che incidono sulla responsabilità dell’insegnante”.

Come si evolverà, a suo avviso, il discorso riguardante la tutela del docente? Se si andrà verso una progressiva ipertutela sotto il profilo legale, non ne risentirà il suo mandato specifico di educatore?

“Un fenomeno simile si è già verificato in campo medico con la cosiddetta teoria, di elaborazione originariamente statunitense, della “ medicina difensiva”. In pratica, non si pensa al paziente, ma a quali sono le azioni più opportune ad evitare azioni legali da parte del futuro danneggiato. Come il paziente in campo medico, anche l’alunno è soprattutto una persona da tutelare e, dunque, il rischio che il docente attui dei comportamenti strategicamente difensivi, ad onta della sua missione educativa (come ad esempio evitare le gite, le uscite al cinema , la passeggiata nel cortile scolastico, i casi di alunni “ difficili “ ecc.), sussiste. La risposta a queste situazioni si trova però nella risposta alla domanda ‘Chi mi tutela’ posta alla base del convegno di studi di Taranto: a tutelare il docente – più che le paure – saranno soprattutto le sue competenze professionali (saper ‘tenere la classe’ è già una mezza assicurazione) , una precisa conoscenza dei limiti della propria responsabilità anche sotto il profilo legale, ma soprattutto – mi sia concesso – il grande amore, sinceramente contraccambiato nella stragrande maggioranza dei casi, che quotidianamente lega eroici docenti ai loro adorabili monelli. Di ciò ho contezza personale per esperienza vissuta”. 

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