Requisiti per il concorso: in cosa sono differenti TFA/PAS e dottorati di ricerca. Lettera

di redazione
ipsef

Gentile redazione di Orizzonte Scuola, sono un’abilitata TFA II ciclo che proprio oggi ha appreso la notizia dell’equiparazione del titolo di dottore di ricerca ai percorsi TFA e PAS.

Alcune osservazioni.

Sospendo il giudizio sulla precedente equiparazione dei TFA ai PAS, ma mi sento in dovere di sottolineare il carattere assolutamente incoerente ed iniquo di questa ulteriore decisione.
Come ben sa chi ha superato la selezione del TFA – e forse lo sa ancora meglio chi questa selezione non l’ha superata (e tra questi ci sono anche attuali dottori di ricerca) – il percorso di abilitazione TFA si è rivelato dispendioso da più punti di vista. Oltre al costo in termini economici (ricordiamo 2500 euro spesi per aver superato una selezione), chiunque abbia svolto il percorso di abilitazione TFA ben conosce il carico di studio e di lavoro che ci è stato richiesto.

Ma va bene. Del resto da più parti si rivendicava la necessità di formare insegnanti e l’insufficienza, a questo proposito, della preparazione universitaria la quale, a detta di molti (e sicuramente di chi ci ha chiesto di superare tre prove e poi di pagare 2500 euro) non garantiva l’attitudine all’insegnamento, ma sanzionava soltanto una preparazione accademica:
“Va bene, avete studiato, ma questo non garantisce che sappiate insegnare. Sapete, ma dovete imparare a stare in classe!”

E così abbiamo fatto. Abbiamo seguito i corsi, abbiamo fatto il tirocinio nelle scuole, abbiamo sostenuto esami. Finalmente siamo nella condizione di poter lavorare senza più essere tacciati di essere preparati nelle discipline, ma inconsapevoli di che cosa comporti stare a scuola e insegnare.
Proprio oggi, 9 novembre 2016, apprendiamo la notizia dell’equiparazione del titolo di dottore di ricerca a quello TFA. Possiamo solo immaginare l’esaltazione di quei laureati che, dopo non aver superato il test del TFA (o peggio, snobbandolo) e comunque aver preferito (giustamente) darsi alla carriera accademica, hanno appreso la notizia di questa equiparazione.
La loro decisione di non intraprendere la strada dell’insegnamento o comunque di subordinarla alla carriera accademica, si traduce adesso nella possibilità di accedere direttamente al mondo della scuola senza passare da quel percorso che era stato presentato dai più come imprescindibile per formare insegnanti che, al di là dell’essere dotti, avrebbero dovuto dimostrare di essere docenti.

Un momento. A noi laureati, appena usciti dall’università, hanno venduto il percorso di abilitazione all’insegnamento come il passaggio obbligato per dimostrare di essere non solo competenti nella propria disciplina (non solo accademici, quindi) ma anche capaci di stare nelle classi, di lavorare con i ragazzi più fragili, di trovare le strategie di insegnamento più efficaci: insomma di essere docenti.
Adesso viene fuori che chi ha scelto di rimanere nell’università e di approfondire quello studio accademico del quale ci tacciavano e dal quale ci hanno invitato ad emanciparci per diventare insegnanti, può direttamente accedere al concorso.

Questo è solo un invito a riflettere sulla situazione paradossale che potrebbe delinearsi. Situazione per la quale potrebbero entrare direttamente nel mondo della scuola (fin troppo pieno, si diceva, di gente preparata, ma incapace di insegnare) persone che hanno scelto (ripeto, giustamente) di intraprendere la carriera accademica, ma che potrebbero ritrovarsi sulla cattedra senza essere mai stati in una classe; ed essere esclusi, al contempo, coloro che hanno scelto consapevolmente di diventare insegnanti e che sono stati – in vista di questo obiettivo – già selezionati (l’accesso al TFA è stato un concorso a tutti gli effetti!).

Nessuno nega il valore, in termini di preparazione sulla disciplina, del dottorato di ricerca e ritengo personalmente che sia giusto anche accrescere il peso del titolo una volta che si è superata la selezione per il percorso di abilitazione all’insegnamento e si è svolto lo stesso.

Ma, appunto, riconoscere il valore di un certo percorso (quello accademico) una volta che si è dimostrato l’interesse per un altro percorso (quello dell’insegnamento) e si è stati selezionati per intraprenderlo è ben diverso dal permettere a chi ha scelto la carriera accademica di saltare il passaggio della selezione per l’insegnamento a scuola.

Quantomeno ritengo che le due cose siano ben diverse proprio in virtù del modo in cui è stato presentato il TFA a più riprese: come percorso appunto attraverso il quale avremmo superato la preparazione accademica in vista di una consapevolezza maggiore del ruolo di docente.

Perché delle due l’una:

– o le due carriere (quella accademica e quella di insegnante) sono un continuum e allora non si capisce perché ci fosse bisogno di un percorso particolare (e costoso) abilitante all’insegnamento nel quale fossero coinvolti docenti di pedagogia, didattica ecc. e che prevedesse un tirocinio sul campo;

– oppure i due percorsi sono diversi e allora non si capisce perché chi ne ha scelto uno abbia diritto ad accedere direttamente all’altro.

Il mio non vuole essere un attacco nei confronti di nessuno (del resto non saprei con chi prendermela), ma il tentativo di denunciare un’incoerenza che mi pare particolarmente ingiusta.

Grazie per l’attenzione,
Elisa Becciolini

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