Regionalizzazione scuola, il M5S mette contro Valditara e Calderoli: “Il Ministro dell’Istruzione si è detto contrario”

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Valditara-Calderoli: è scontro fra i Ministri del Governo Meloni sulla regionalizzazione della scuola. Almeno secondo il Movimento Cinque Stelle, che rileva due posizioni ben contrarie sul tema.

Nel corso dell’audizione davanti alle commissioni istruzione di Camera e Senato il ministro Valditara, in merito all’autonomia differenziata, ha dichiarato che lui non ha mai parlato di regionalizzazione dei sistemi scolastici. Di fatto in tal modo si schiera, giustamente, contro il trasferimento delle competenze in materia di istruzione alle singole regioni“, dicono gli esponenti del Movimento 5 Stelle in commissione Istruzione alla Camera e al Senato. “Peccato che il ministro Calderoli abbia invece previsto proprio tale possibilità, e che addirittura dal Veneto a trazione leghista si sia alzata la voce dell’assessora Donazzan a chiedere per le scuole l’autonomia differenziata ‘da subito’“, aggiungono.

Chiediamo al ministro dell’istruzione di chiarire il prima possibile la posizione del governo e di scongiurare qualsiasi disegno destinato a sconvolgere l’unitarietà del sistema scolastico nazionale creando improponibili disuguaglianze“, concludono i pentastellati.

In merito alle pretestuose dichiarazioni di alcuni parlamentari dei 5Stelle – replica il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara -, sottolineo che non ho fatto alcun riferimento, nelle mie dichiarazioni durante le commissioni riunite di oggi, alla riforma dell’autonomia regionale, che è argomento completamente diverso rispetto al tema di eventuali differenziazioni salariali contenute nel contratto nazionale di lavoro”.

Sin dalle prime settimane di inizio mandato, il nuovo Ministro dell’Istruzione e del Merito ha in qualche modo frenato sul processo di autonomia differenziata per la scuola: “Non è all’ordine del giorno”, riportano fonti al Ministero dell’Istruzione, si legge su Il Mattino.

In questo momento ci sono cose più importanti: il dimensionamento scolastico, l’orientamento, il rinnovo del contratto”, disse Valditara.

In effetti è probabile che al momento la regionalizzazione dell’istruzione non verrà presa in considerazione in quanto bisognerebbe senza dubbio capire le reali posizioni dei due Ministri, Valditara e Calderoli, entrambi appartenenti allo stesso partito, la Lega.

Pertanto, si potrebbe ipotizzare che un primo step di autonomia differenziata possa coinvolgere alcuni aspetti del Paese ma non l’istruzione, su cui comunque bisogna fare una riflessione ben ponderata.

Non la pensa così il Veneto: proprio nei giorni scorsi l’assessora regionale all’istruzione del Veneto Elena Donazzan ha detto chiaramente: “Il Veneto chiede l’autonomia delle scuole da subito”.

“È necessario ragionare all’interno del sistema delle regioni – continua – ma poi il confronto dovrà essere con il ministro Valditara, che ha già rassicurato sul fatto che non si riduce il numero dei docenti ma si deve mettere mano all’organizzazione delle autonomie. Ed il Veneto, che ha già operato in tal senso negli anni passati, non deve temere nulla da tale riorganizzazione”.

“Non ci spaventa assumere delle decisioni per il bene della nostra scuola. Qualche anno fa, rispettando la normativa, facemmo un rigoroso dimensionamento, riducendo in maniera significativa anche i dirigenti scolastici”.

BOZZA [PDF]

Il dossier della Camera

Lo scorso settembre un dossier della Camera aveva ripreso la questione facendo il punto della situazione.

L’articolo 116, terzo comma della Costituzione – si legge sul documento della Camera – prevede la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario (c.d. “regionalismo differenziato” o “regionalismo asimmetrico”, in quanto consente ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre), ferme restando le particolari forme di cui godono le Regioni a statuto speciale (art. 116, primo comma).

L’ambito delle materie nelle quali possono essere riconosciute tali forme ulteriori di autonomia concernono: tutte le materie che l’articolo 117, terzo comma, attribuisce alla competenza legislativa concorrente;

un ulteriore limitato numero di materie riservate dallo stesso articolo 117 (secondo comma) alla competenza legislativa esclusiva dello Stato: organizzazione della giustizia di pace; norme generali sull’istruzione; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna: gli accordi preliminari

Bisogna però partire dall’inizio e tornare al 2017, quando il tema dell’autonomia regionalizzata ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, è sorto a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

Dopo aver sottoscritto tre accordi preliminari con il Governo a febbraio 2018, su richiesta delle tre regioni, il negoziato è proseguito ampliando il quadro delle materie da trasferire rispetto a quello originariamente previsto. Nel frattempo altre regioni hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia, che hanno dovuto però interrompere le iniziative a causa del covid.

Quattro settori coinvolti

Per alcune materie, tra cui l’Istruzione (non quella professionale), servirà la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni. Allo stato attuale ogni regione potrà chiedere che nella propria intesa le venga riconosciuta una più forte autonomia in materia (salvo le prerogative che sono in capo alle singole scuole).

Sono quattro le materie coinvolte: la scuola, la sanità, l’ambiente e le politiche del lavoro, materie sulle quali verrà aperta la trattativa. Alle Regioni virtuose sarà consentito di ottenere un aumento delle somme destinate alle prestazione. Si ipotizza di prevedere un monitoraggio ogni tre anni. Non verrà erogato un solo euro in più: tanto lo Stato spende, tanto lo Stato darà.

La bozza del disegno di legge “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione” risulta completa, in questa nuova formulazione, con alcune modifiche rispetto alla bozza elaborata dal ministro Maria Stella Gelmini nell’aprile 2022.

All’articolo 3 si parla anche di scuola. I livelli essenziali di prestazione sono applicati, infatti, anche in questo settore. Ad esempio, entro il 2027, ogni Comune dovrà mettere a disposizione il 33% dei posti negli asili nido per i bambini di fascia 0-3 anni e fissare i numeri di alunni e docenti per ogni scuola e classe.

Si legge: “Nelle materie di cui all’articolo 117, norme generali sull’istruzione, tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, della Costituzione e nelle materie della tutela e sicurezza sul lavoro, dell’istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale, e della tutela della salute, (…) il trasferimento delle competenze legislative o delle funzioni amministrative e delle risorse corrispondenti ha luogo a seguito della definizione dei relativi livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”

Con la proposta di regionalizzazione, dunque, si rischia un vero e proprio processo separatista per la scuola: programmi diversi a livello regionale, sistemi di reclutamento territoriale e meccanismo di finanziamento differenziati. Migliaia di docenti transiterebbero, secondo quanto segnala il quotidiano, nei ruoli della Regione con effetti sulla contrattazione nazionale e possibili differenziazioni salariali territoriali.

La proposta di legge, si specifica, non significa che una Regione potrà modificare il programma didattico o svolgere attività di insegnamento, che rimane riservata allo Stato. Ciò su cui l’autonomia potrà incidere è l’organizzazione. L’obiettivo a cui mirano le Regioni è iniziare un anno scolastico con i docenti assegnati alle classi fin dal primo giorno. Non è in discussione l’autonomia delle scuole nel fissare i programmi, né i concorsi per le assunzioni. I livelli essenziali di prestazione saranno fissati entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge.

Prima del trasferimento di competenze lo Stato dovrà approvare i livelli essenziali delle prestazioni, entro un anno secondo la bozza

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