Regionalizzazione, per il PD la scuola non si tocca: “Si creerebbero cittadini di serie A e serie B. Meloni stoppi un progetto inaccettabile”

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“Il Parlamento non è un orpello. Il ministro Calderoli porta avanti una riforma che oggi è inaccettabile. Tant’è che nessuno accoglie le sue bozze con un applauso, è addirittura riuscito a tenere dalla stessa parte imprese e sindacati”.

Sono le parole di Simona Malpezzi, capogruppo del Pd in Senato, che in una intervista rilasciata a Il Messaggero, esprime la propria contrarietà al disegno di legge sull’autonomia differenziata, il cui testo dovrebbe approdare domani, giovedì 2 febbraio, in Consiglio dei Ministri.

Il testo Calderoli – sottolinea Malpezzi – rischia di impedire a chi vive al Sud di godere degli stessi diritti di chi vive al Nord, soprattutto se interverranno, come sembra, sulla scuola. Già oggi gli studenti del Centro e del Sud hanno meno tempo-scuola rispetto a quelli del Nord, dove il tempo pieno è diffuso. E questo significa che non vengono garantite a tutti i bambini e le bambine le stesse possibilità di sviluppare competenze, di essere formati o più semplicemente di trovarsi per più ore in un luogo di socialità e comunità“.

Secondo la senatrice Dem, “la riforma di Calderoli creerebbe ulteriori differenze, finendo con il discriminare una parte del Paese. Per noi  la scuola non dovrebbe rientrare nelle materie per cui è possibile richiedere l’autonomia perché per come la intendono loro sarebbe un’autonomia che crea cittadini di serie A e di serie B. Del resto, questo governo con il ministro Valditara ha già espresso una strana idea di merito. Hanno cambiato il nome del ministero ma si sono dimenticati di dire che non esiste merito senza inclusione, ignorando completamente l’articolo tre della Costituzione che spinge la Repubblica a rimuovere tutti gli ostacoli che possono impedire ai cittadini di godere degli stessi diritti”.

Piuttosto – aggiunge Malpezzi – loro gli ostacoli li mettono, proponendo la pericolosa idea di differenziare gli stipendi secondo l’appartenenza geografica. È una riforma che spacca il Paese e la stessa Giorgia Meloni si è premurata ieri di precisare che non si deve dividere il Paese. Noi chiediamo che sia conseguente a queste parole: stoppi un progetto che è inaccettabile, sia nei contenuti che nel metodo”.

La nostra posizione è molto chiara: è necessaria l’adozione preventiva in Parlamento di una legge quadro, per avere un percorso condiviso con Regioni ed enti locali. O comunque, prima di ragionare di una qualunque riforma, vanno disciplinati percorsi e procedure attraverso l’apporto del Parlamento. I Lep vanno definiti prima delle intese e, soprattutto, – conclude la presidente dei senatori del Pd – servono risorse, Calderoli invece non pensa nemmeno a metterci i soldi”.

Anche il M5S si esprime negativamente: “Il disegno della Lega sulle autonomie è negativo sotto diversi aspetti. La definizione dei Livelli essenziali di assistenza non è accompagnata dall’indicazione delle risorse. La regionalizzazione della scuola comporta l’indebolimento del diritto allo studio, con diplomi che verrebbero ad avere valore diverso a seconda della regione in cui viene conseguito”, dice Barbara Floridia a Coffè Break, su La7.

Abbiamo un esempio recente di come l’autonomia possa rischiare di creare sistemi diversi cittadini di serie A e di serie B: durante la pandemia alle regioni sono stati dati più poteri anche per quanto riguarda le scuole. Ebbene ad oggi ancora paghiamo il prezzo di quelle regioni che hanno deciso di tenere le scuole chiuse rispetto all’indicazione nazionale che era quella di tenerle aperte, con conseguenze significative sul fridella povertà educativa, che è aumentata“, aggiunge l’ex sottosegretaria.

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La bozza del disegno di legge

Abbiamo già riportato lo stato dell’arte per quanto riguarda la riforma Calderoli: l’ultima bozza, aggiornata al 31 gennaio, prevede che le Regioni potranno ricevere funzioni di autonomia differenziata per materie riguardanti i diritti civili e sociali solo se vengono stabilite le prestazioni essenziali (LEP) da decreti del Presidente del Consiglio dei ministri.  I relativi costi e fabbisogni standard saranno determinati con uno o più decreti, che saranno adottati una volta valutato il contenuto dell’intesa in Conferenza unificata e il parere delle Camere o, comunque, una volta decorso il termine di quarantacinque giorni per l’espressione del parere di queste ultime, previa deliberazione del Consiglio dei ministri.

Resta ancora un po’ fumoso il capitolo scuola: la proposta di legge, si specifica nel testo provvisorio, non prevede infatti che una Regione potrà modificare il programma didattico o svolgere attività di insegnamento, che rimane riservata allo Stato. Ciò su cui l’autonomia potrà incidere è l’organizzazione. L’obiettivo a cui mirano le Regioni è iniziare un anno scolastico con i docenti assegnati alle classi fin dal primo giorno. Non è in discussione l’autonomia delle scuole nel fissare i programmi, né i concorsi per le assunzioni. I livelli essenziali di prestazione saranno fissati entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge. Allo stato attuale ogni regione potrà chiedere che nella propria intesa le venga riconosciuta una più forte autonomia in materia (salvo le prerogative che sono in capo alle singole scuole).

Stipendi differenziati e regionalizzazione

Al tema della regionalizzazione, come sappiamo, è stato legato anche quello della differenziazione degli stipendi dei docenti in base al costo della vita di una Regione. Non si tratta di una proposta del Ministro Valditara, quanto piuttosto di una riflessione del capo di Viale Trastevere proveniente da alcune Regioni. E non è necessariamente legata all’autonomia differenziata. Anche se, come ha spiegato Antonio Naddeo, numero uno di ARAN, “tenendo sempre vigente il contratto collettivo nazionale, per tutti e ampliando l’ambito dei contratti regionali ad oggi già esistenti, si potrebbero prevedere finanziamenti regionali aggiuntivi a integrazione di alcuni istituti contrattuali co comunque giuridici. Per esempio per premiare al continuata didattica e frenare la mobilità con opportune misure di compensazione che consentano di non danneggiare le regioni meno ricche“.

La proposta di Naddeo, dunque, vede un rilancio della contrattazione integrativa che potrebbe in tal senso aiutare a risolvere il nodo della questione autonomia differenziata dal punto di vista stipendiale.

I sindacati dicono stop

Il fronte sindacale, però, mette le mani avanti: “Il sistema di istruzione deve essere nazionale e pubblico. Certamente con il concorso di organismi statali e paritari, ma la regia deve restare in capo allo Stato“, dice Ivana Barbacci, segretaria generale della CISL Scuola, in un’intervista al quotidiano “Avvenire” .

La Conferenza Stato regioni – sostiene Ivana Barbacci – dovrebbe intervenire affinché le Regioni destinino alla scuola una quota parte del proprio bilancio, con l’obiettivo, per esempio, di contrastare la dispersione scolastica e frenare la desertificazione delle aree interne. E questo si può fare già adesso, a legislazione invariata. Non serve l’autonomia differenziata”.

“La nostra posizione, fin da sempre, è netta e chiara: ci opporremo in ogni modo contro scelte che tendono a dividere il Paese. Con la regionalizzazione della scuola statale, di fatto, si frammenta l’istruzione e si accentua la diseguaglianza sociale e civile. Non si tratta di una forma di dissenso su una questione nord/sud ma un’opposizione a un sistema che non garantisce laicità, gratuità e pluralismo rischiando di non mantenere alto il livello qualitativo dell’istruzione”, lo ha detto Giuseppe D’Aprile, segretario generale della Uil Scuola, durante un’intervista a Orizzonte Scuola.

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