Regionalizzazione? Non risolverà problemi locali, diritto scuola che funzioni di tutti. [IL PUNTO DI VISTA]

di Anna Angelucci
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Lo scorso 25 ottobre è stato presentato dal governo leghista della Regione Veneto un disegno di legge delega sull’autonomia differenziata, che prevede, prima su 23 materie, la regionalizzazione dell’istruzione, in attuazione dell’art. 116, terzo comma della Costituzione.

Ripercorriamone i precedenti legislativi: fu il centrosinistra, nel 2001, a promuovere in Parlamento la riforma costituzionale di modifica del Titolo V, che, a partire dalla proposta di legge costituzionale “Ordinamento federale della Repubblica” presentata nel 1999 dal Presidente del Consiglio dei ministri Massimo D’Alema, già Presidente della Commissione bicamerale, assegnava molti più poteri e prerogative alle Regioni e ne sanciva soprattutto l’autonomia legislativa, ovvero la potestà di dettare norme di rango primario, articolandola su 3 livelli di competenza: esclusiva (le Regioni sono equiparate allo Stato nella facoltà di legiferare); concorrente (le Regioni legiferano con leggi vincolate al rispetto dei principi fondamentali, dettati in singole materie dalle leggi dello Stato); di attuazione delle leggi dello Stato (le Regioni legiferano nel rispetto sia dei principi sia delle disposizioni di dettaglio contenute nelle leggi statali, adattandole alle esigenze locali).

Un’autonomia anche finanziaria, di entrata e di spesa, voluta dal centrosinistra di allora per ragioni politiche e che consente oggi al Presidente leghista del Veneto Luca Zaia di affermare che il suo DDL rappresenta “un’interpretazione totale, millimetrica, delle previsioni contenute nella Costituzione, con l’indicazione delle 23 materie e delle risorse per gestirle. Di fatto, in questo modo, si ridisegna l’intera ossatura del Paese perché, se tutte le Regioni avessero l’autonomia, così come prevista dalla Costituzione, il nostro paese diventerebbe di fatto e di diritto uno Stato federale”.

Se pure millimetricamente corretto sotto il profilo legislativo, non v’è dubbio che questo DDL della Regione Veneto ponga un problema enorme sul piano culturale e politico: infatti, se approvata in Parlamento, questa legge minerebbe definitivamente l’unitarietà del sistema scolastico italiano sancito dalla Costituzione del ’48, che aveva disegnato la scuola della Repubblica e non certo le scuole di singoli territori, diverse l’una dall’altra, come se il Veneto o la Sicilia, o la Calabria e la Val d’Aosta non appartenessero alla stessa nazione. Come se i cittadini di Gela, i suoi studenti, i suoi insegnanti non avessero gli stessi diritti e gli stessi doveri dei cittadini, degli studenti e degli insegnanti di Treviso. Come se non ci fosse, e soprattutto non ci debba essere, un orizzonte culturale e politico comune, italiano ed europeo, cancellato dalla prevalenza di interessi economici localistici e particolaristici.

Si tratta infatti di un DDL che, attribuendo tutte le competenze legislative e amministrative alla Regione Veneto, prevede una programmazione scolastica locale, una valutazione del sistema scolastico locale, l’attribuzione di fondi alle scuole paritarie secondo parametri locali, nonché la regionalizzazione dei fondi per il diritto allo studio, e dei contratti dei docenti e di tutto il personale della scuola: determinando, dentro e fuori un perimetro marcatamente territoriale, scuole di serie A e scuole di serie B, studenti di serie A e studenti di serie B, come in un orribile campionato in cui l’unica differenza la fanno i soldi. Che, di per sé, non garantiscono minimamente nessuna qualità superiore dell’istruzione, ma solo disparità di status.

Del resto, esattamente un anno fa si era svolto in Veneto un referendum regionale consultivo sull’autonomia differenziata, al quale il 98,1% dei votanti aveva entusiasticamente aderito, convinti di essere nel giusto se si pretendono più quattrini e più poteri per soddisfare quelli che appaiono anacronistici sovranismi locali. Esigenze che si collocano, ed esprimono, un respiro culturale davvero in controtendenza in tempi di Europa, di globalizzazione e di mondo, se pensiamo al protocollo d’intesa firmato tra il Presidente del Veneto e il Ministro dell’istruzione Bussetti per lo studio della storia del Veneto, dal 1000 avanti Cristo ai giorni nostri, che prevede la formazione di 5 docenti esperti, in grado poi di diffondere e moltiplicare una conoscenza territorialmente connotata in grado di produrre nuove forme di rispecchiamento identitario.

Scriveva Francesco Guicciardini nei suoi “Ricordi politici e civili”: “Io non so a chi dispiaccia piú che a me la ambizione, la avarizia e le mollizie de’ preti; sí perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sí perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dipendente da Dio; e ancora perché sono vizi sí contrari che non possono stare insieme se non in uno subietto molto strano. Nondimeno el grado che ho avuto con piú pontefici, m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo, non per liberarmi dalle legge indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità”.

A centinaia d’anni di distanza, siamo ancora, come scriveva Francesco De Sanctis, “l’uomo del Guicciardini”, tutto dedito al ‘particulare’ suo? Piuttosto che formarci per studiare la storia – pregevolissima ma certamente di nicchia – del Veneto, non sarebbe opportuno formarci per studiare la storia del mondo, anche aumentando le ore di lezione? In questi tempi di grandi ondate migratorie, di scomposizione e ricomposizione dei vecchi criteri di cittadinanza, di condivisione a scuola di esperienze sempre più cosmopolite con i nuovi compagni africani o mediorientali non sarebbe meglio studiare le culture, le religioni, le tradizioni dei nuovi abitanti del nostro Paese, piuttosto che chiuderci in quelle piccole patrie che ci danno l’illusione di essere al sicuro dalla minaccia di ciò che non conosciamo?
Non è regionalizzando l’istruzione che risolviamo il problema della scuola nel Veneto. Il Veneto ha diritto a una scuola che funzioni bene esattamente come qualunque altra regione d’Italia. Gli insegnanti hanno diritto a uno stipendio dignitoso in tutte le regioni d’Italia. Gli studenti hanno diritto a scuole sicure e a insegnamenti di qualità in tutte le regioni d’Italia.

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