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Reggio Emilia Approach, un metodo educativo nato in Italia e diventato globale

In pochi probabilmente conosceranno il Reggio Emilia Approach: si tratta di un metodo educativo nato, appunto, nelle scuole di Reggio Emilia, e poi adottato da diversi istituti in tutto il mondo.

Il suo fondatore fu Loris Malaguzzi, pedagogista ed insegnante italiano attivo negli anni 60-70.
Malaguzzi vinse numerosi premi internazionali per il suo operato: solo ad esempio, basti pensare che nel 1991 la rivista Newsweek definì il suo metodo uno dei 10 migliori approcci educativi del mondo.

Loris Malaguzzi

Malaguzzi, in un periodo in cui la matrice cattolica nella sfera scolastica era ancora predominante, curò il primo testo laico riservato agli insegnanti: “Esperienze per una nuova scuola dell’infanzia – Atti del seminario di studio tenuto a Reggio Emilia il 18-19-20 marzo, 1971”.

Uno dei suoi grandi meriti fu, in effetti, proprio quello di aver dato il via alla costruzione dei primi asili laici.

Si tratta, questo, di un passo importante nella storia dell’istruzione italiana: per la prima volta in Italia, in tal modo, la gente poteva affermare il proprio diritto a fondare una scuola laica per bambini piccoli.

Alla morte di Malaguzzi, nel 1994, a Reggio Emilia viene fondato il “Reggio Center”: centro internazionale – tuttora attivo – per la difesa e lo sviluppo dei diritti e delle potenzialità dei bambini.

Caratteristiche

Caratteristiche peculiari del Reggio Emilia Approach sono:

  • il lavoro collegiale del personale scolastico;
  • la partecipazione attiva delle famiglie nel processo educativo (ma anche didattico);
  • la presenza dell’atelier, ovvero un laboratorio artigianale dove far crescere l’auto-formazione degli alunni;
  • la figura dell’”atelierista”, ovvero un docente con competenze artistiche, oltre che teoriche e tecnico-pratiche.

I “Cento Linguaggi”

Un altro punto peculiare della filosofia del Reggio Emilia Approach è la centralità dei “cento linguaggi dei bambini”.

È questo anche il titolo di un libro dello stesso Malaguzzi: volume che, nell’ultima edizione, è stato commentato e arricchito coi contributi dei ricercatori, dei pedagogisti e degli educatori di Reggio Emilia – nonché dei loro colleghi che hanno lavorato in Italia, in Europa e in America settentrionale.

Secondo la teoria dei cento linguaggi, i bambini avrebbero un’infinità di intelligenze – non solo quella linguistica e quella logico-matematica, su cui si focalizzano solitamente le realtà educative e scolastiche tradizionali.

Tali linguaggi (tra cui quello verbale, musicale, spaziale, corporeo ecc..) sono le potenzialità dei bambini, che devono essere portate alla luce grazie al supporto dell’insegnante.
Il docente dunque – che proprio per questo motivo deve avere competenze artistico-espressive – ha il dovere di lasciare i ragazzi liberi di auto-formarsi.
Questo solitamente accade nell’atelier scolastico, luogo per eccellenza di espressione e valorizzazione dei cento linguaggi: un ambiente votato alla ricerca, all’invenzione e all’ascolto empatico.

La filosofia

Malaguzzi diceva che i bambini costruiscono la propria intelligenza, mentre gli adulti devono fornire loro le attività ed il contesto dove farlo, e soprattutto devono essere in grado di ascoltarli.
Da questo dogma deriva una scuola il cui scopo non sia produrre apprendimento, bensì proporre condizioni per l’apprendimento.

Nella pratica

La lezione che i docenti apprendono dal Reggio Emilia Approach è dunque quella di dare importanza:

  • alla trasversalità culturale (anziché al sapere diviso in modo settoriale);
  • al “fare” e al “movimento come processo formativo” (di per sé importanti più che il prodotto finale);
  • al “progetto” anziché alla programmazione didattica.
  • alla libertà di espressione come auto-formazione – intesa come prerogativa non solo dei discenti, ma anche dei docenti e delle famiglie, che tutti insieme compiono un percorso comune.
  • allo spazio fisico della scuola (giocoso, stimolante, funzionale), tanto importante da essere definito come “terzo insegnante”: i primi due, in tal senso, sono i bambini stessi (che si auto-formano), insieme al loro maestro o alla loro maestra.

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