Recovery Fund per una scuola nuova. Lettera

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Inviato da Nicola Tenerelli – Siamo tutti oramai stanchi delle sterili discussioni su sedie a rotelle, mascherine e sanificazioni.

Problemi cogenti fuor di dubbio, ma adesso il Ministro della Pubblica Istruzione e la politica tutta sono attesi da un appuntamento epocale, approfittando dell’occasione offerta dal Recovery Fund, per un cambiamento non solo architettonico ma anche funzionale della Scuola, mettendo in campo un progetto innovativo.

Il Covid ha consegnato a tutti una certezza: le nostre scuole sono iper-dimensionate. Da Gelmini alla cosiddetta #BuonaScuola si sono effettuati solo accorpamenti (come per il sistema sanitario) agendo con la logica della ricerca del risparmio, un solo plesso, uno solo staff amministrativo, magari un solo edificio. Si pensava di risparmiare denaro ma adesso ci si è resi conto quanto quella centralizzazione abbia determinato una serie di disservizi e spese non previste, problemi che andavano risolti e che si sono incancreniti.

Le scuole più lontane determinano l’inatteso bisogno di mezzi pubblici che dovrebbero condurre a lezione gli studenti; inevitabilmente, l’utilizzo dei tanti mezzi privati contribuisce alla congestione del traffico con l’aumento di emissione di smog e polveri sottili, con riduzione della qualità della vita e conseguente aumento delle spese sanitarie. Insomma, la concentrazione delle sedi fu ritenuto un risparmio, ma così non è stato. In questo periodo di pandemia, proprio la grandezza e l’affollamento delle strutture hanno reso difficile e pericolosa la riapertura della Scuola.

Un momento determinante per operare il cambiamento, si diceva, da realizzare approfittando anche dei fondi europei pronti per sovvenzionare progetti intelligenti. E in forza di questo momento mi sono ritrovato a immaginare una scuola nuova, almeno la scuola media superiore, capace di dare libertà e di responsabilizzare i suoi studenti, sempre più soggiogati dall’iperprotettivismo delle famiglie e del sistema.
Ebbene, sulla scorta delle esperienze di altre nazioni, è giunto il momento che la scuola italiana operi la sua rivoluzione copernicana: non più i docenti debbano andare in classe dagli studenti ma, viceversa, siano gli studenti ad andare nella classe dei docenti.
Immaginiamo che ogni docente abbia la propria aula-studio in cui al mattino si reca per studiare e insegnare, dove c’è scrivania, computer, libreria, venticinque sedie con rotelle (sic!) con cui accogliere i suoi studenti. Il gruppo di giovani al termine dell’ora di lezione esce dall’aula e si redistribuisce in altre stanze dove altri docenti attendono per fare loro lezione.

Immaginiamo un diploma da ottenere per crediti, dove ogni studente possa costruire la sua carriera scolastica frequentando le lezioni che gli sono maggiormente congeniali, costruendo personalmente il curriculo che sarà quindi propedeutico alla sua scelta universitaria. Se un giovane volesse iscriversi alla facoltà di matematica dovrebbe raccogliere i crediti necessari nella disciplina (frequentando tutti i corsi di livello crescente in quella materia).
Immaginiamo che non tutte le scuole debbano avere tutti gli insegnamenti, per cui uno studente potrebbe iscriversi ai corsi di lettere di una sede e ai corsi di cucina o di scienze di un’altra. Naturalmente ci dovrebbero essere l’obbligo di superare livelli definiti indispensabili in alcune discipline, ma per il resto lo studente potrebbe essere libero di scegliere, arricchendo il suo percorso anche con esperienze di lavoro. Importante ottenere i crediti sufficienti per il suo diploma.

Immaginiamo che ogni livello si superi con un unico esame tenuto di fronte a una piccola commissione dipartimentale e che il cosiddetto esame di Stato potrebbe essere svolto nelle discipline propedeutiche alla propria scelta universitaria (magari, rendendo inutili i test d’ammissione…).
Ebbene, con questi pochi capoversi è stata lanciata un’idea: è una bozza rabberciata che andrebbe definita e armonizzata, rivista alla luce di esigenze psicopedagogiche e socioculturali. Importante, non si pensi solo a ridipingere muri e comprare suppellettili, ma che ci siano stimoli per restituire alla formazione dei giovani centralità grazie a una scuola adeguata alla società reale. L’invito per la politica a veicolare con coraggio quei cambiamenti che traducano l’esigenza di innovazione di cui l’Istituzione scolastica e la società necessitano.

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