Recalcati: “Il mondo dei social espone i giovani a un giudizio sociale immediato e spesso spietato. Isolamento non deve essere visto come solitudine”

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Lo psicanalista Massimo Recalcati ha espresso in un’intervista al Corriere della Sera la sua preoccupazione riguardo all’epidemia di disagio che sta colpendo i giovani post-pandemia.

Le parole di Recalcati rappresentano un campanello d’allarme sul benessere mentale dei giovani, evidenziando la necessità di un’approfondita riflessione sulla nostra società iperconnessa.

La pandemia ha generato, tra le sue numerose conseguenze, un’ulteriore diffusione del disagio tra i giovani. L’analisi di Recalcati riconosce comportamenti autolesivi, somatizzazioni, attacchi di panico e disturbi alimentari come manifestazioni di questo disagio. La presenza di ritiro sociale tra i giovani non deve essere sottovalutata. L’identificazione dei giovani come “generazione Covid”, ovvero vittime di un trauma, potrebbe offrire un alibi pericoloso. Eppure, in passato, le generazioni che hanno affrontato traumi, come la Seconda guerra mondiale, sono state tra le più creative.

Quando si parla di malessere giovanile, è impossibile non menzionare l’influenza dei social media. Sebbene i social siano spesso visti come strumenti di connessione, Recalcati sottolinea come in realtà possano rappresentare una forma di sconnessione, creando una dipendenza tossica e recidendo il legame sociale. L’uso eccessivo e compulsivo dei social può avere conseguenze fatali, come dimostra l’incidente mortale a Roma causato da una connessione ininterrotta di 50 ore.

Il mondo dei social espone inoltre i giovani a un giudizio sociale immediato e spesso spietato. Questo spinge molti a isolarsi, preferendo evitare la pressione del giudizio e dell’ansia che ne deriva. L’isolamento, come sottolinea Recalcati, non deve essere confuso con la solitudine, che può essere fonte di creatività e riflessione.

L’inquietante fenomeno degli attacchi nelle scuole è analizzato attraverso la lente della psicoanalisi. Secondo Recalcati, l’aggressività espressa in questi atti estremi non deriva solo dalla frustrazione ma anche dalla fascinazione e dall’invidia. L’invidia, come definita da Lacan, non è per ciò che non si possiede, ma per la vita altrui che appare più vivace della propria.

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