Rapporto OCSE, DS campani fuori sede: Italia in ritardo per le continue riforme degli ultimi vent’anni

di redazione
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inviato da “Comitato dirigenti scolastici Campani fuori sede” – Ancora una volta i risultati delle indagini sul sistema di istruzione e formazione italiano mostrano un paese in ritardo.

Un paese nel quale, peraltro, acquisire competenze non paga (sarebbe meglio dire “sottopaga”). Non c’è dunque da stupirsi se tali competenze, alla prova del mercato del lavoro e in confronto con gli altri paesi risultano, almeno in parte, posticce. Unico elemento di continuità, è il divario tra studenti del Nord e del Sud dell’Italia, con questi ultimi a recitare la parte di Lucignolo.

E’ lecito dunque domandarsi come mai, in un sistema che si dota di sistemi di valorizzazione del merito, valutazione delle competenze, ciclo delle performance, classificazione dei dirigenti scolastici, monitoraggio degli esiti, trasparenza, valutazione del sistema di istruzione i risultati complessivi restino modesti e, soprattutto, continuino pervicacemente a mostrare un andamento indipendente dalle azioni messe in campo.

Un’analisi rozza e semplicistica potrebbe far notare che, a fronte di investimenti modesti nella scuola, quote rilevanti sono assorbite proprio da queste azioni di contorno, senza beneficio alcuno, almeno apparentemente, per i destinatari e per chi la scuola la fa tutti i giorni.

E’ il caso, però, di soffermarsi sui decisori politici, alla scala nazionale e locale, perché la storia è “testimone dei tempi e luce della verità” (con buona pace di chi non ama Cicerone).

Negli ultimi 20 anni, al dicastero dell’istruzione (pubblica a momenti alterni) si sono succeduti una decina di ministri, con un mandato mediamente inferiore ai due anni (Berlinguer, De Mauro, Moratti, Fioroni, Mussi, Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini, Fedeli). Nonostante il breve tempo a disposizione, molti di essi sono intervenuti sul sistema di istruzione e formazione con riforme, controriforme, proposte di vario genere quasi sempre realizzate solo in parte e sempre avulse dal contesto normativo nel quale si sono inserite. Un contesto generale, insomma, privo di continuità temporale e incerto nella direzione.

Evidentemente, questo contesto lascia spazi all’anarchia periferica, cosa ben differente dall’autonomia o dal regionalismo. Nel Sud, un esempio recente è dato dall’USR Campania. In aperto contrasto con il contratto vigente dell’Area V (quello dei presidi), il direttore scolastico regionale ha deciso che negli anni 2015-16 e 2016-17 la quota destinata alla mobilità (e quindi al rientro dei dirigenti scolastici da altre regioni) sia ridotta quasi a 0 (il contratto prevede il 30%). Così, ogni anno in Campania oltre una cinquantina di dirigenti scolastici è alle prime armi e, complessivamente, grazie a tale scelta, ad oggi quasi la metà dei presidi che reggono le scuole campane ha un’anzianità di servizio inferiore ai 3 anni. Il rispetto delle norme contrattuali sulla mobilità, invece, avrebbe consentito di attingere a dirigenti scolastici con maggiore esperienza, maturata in regioni che vantano risultati migliori della Campania: Dirigenti scolastici, dunque, capaci di trasferire esperienza e buone pratiche. Quali logiche presiedano alle scelte dell’USR Campania non è dato sapere.

Di sicuro, le ragioni del fallimento o del successo del sistema di istruzione e formazione italiano vanno ricercate anche nelle decisioni prese e nelle ragioni che le ispirano. Tali decisioni non di rado calpestano leggi, contratti, riforme per poi ridursi a strategie di piccolo cabotaggio. Ma se il sapere è un mare da solcare, il cabotaggio non può essere la via giusta.

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