Le radici della “bullopatia”: famiglia, ministero, scuola

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Il bullismo è un veleno che scorre, soprattutto, nelle vene delle classi delle scuole secondarie di primo e secondo grado.

Il bullismo è un veleno che scorre, soprattutto, nelle vene delle classi delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Esso affonda le radici nelle scelte sbagliate del MIUR, nell’”ignavia” delle famiglie, nella distrazione e/o nel “buonismo” delle scuole. La prima responsabilità è a monte: quando il ministro del “portfolio”, prima, e quello dei “neutrini”, poi, crearono le “classi pollaio” e i galletti cominciarono a beccarsi tra loro, come Manzoni insegna, secondo la legge della jungla. È più facile mimetizzarsi in una classe di 29 alunni o in una di 20? Posso affermare, senza tema di smentita, che le classi numerose, figlie di un distorto senso del risparmio, hanno costituito e costituiscono il brodo di coltura del bullismo.

Il bullo è, in primis, bullo in casa propria: comanda a bacchetta i genitori “ignavi”, si comporta come gli pare, è sempre spalleggiato dalle sue prime vittime, mamma e papà, fino a ribaltare la realtà dei fatti. Non lasciare soli i genitori, ecco la parola d’ordine! Il genitore risulta essere il mestiere più difficile del mondo, ex aequo con quello dell’insegnante. La scuola, a causa delle “classi pollaio” sopra citate, fatica ad individuare immediatamente i bulli. In questo pesa, e non poco, l’”omertà” degli altri alunni, generata dalla paura di ritorsioni fisiche e psicologiche. Quando li individua, la scuola stenta ad intervenire rapidamente e in modo efficace. Le nuove tecnologie, oltre ai numerosi vantaggi offerti, favoriscono la crescita del cyberbullismo, gogna mediatica per i ragazzi del Terzo Millennio.

I costi sociali del bullismo, o “bullopatia”, sono enormi e vanno dai danni psicologici prodotti nelle vittime, che quindi necessitano di un percorso di recupero, alla crescita del fenomeno dell’abbandono scolastico e della dispersione, e all’aumento della microcriminalità giovanile. Le soluzioni sono tre: riduzione del numero di alunni per classe; supporto psicopedagogico alle famiglie dei bulli e a quelle a “rischio educativo”; modifica dello “Statuto delle studentesse e degli studenti” (D.P.R. 235/2007) che preveda l’allontanamento immediato del bullo dalla scuola, per poi avviare un percorso di recupero in termini psicopedagogici. “Costi insostenibili!”, tuona l’economista. Ma quanto spenderebbe lo Stato per curare i danni prodotti dalla “bullopatia”? 

Antonio Deiara

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