Raccontatemi tutto, ma non che la DAD è la didattica della vicinanza. E’ stata solo la didattica della pandemia. Lettera

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Prof.ssa Federica Sesti Osséo – Sono entrata nelle vostre camerette colorate, nelle vostre cucine trafficate e in alcuni casi anche nei vostri bagni disordinati. Con la bella stagione ho visto i vostri balconi in fiore, i vostri verdi giardini, le vostre terrazze piene di luce.

Non l’ho fatto di soppiatto. L’ho fatto prepotentemente, come l’urgenza della situazione ha richiesto.

Ho visto poster, letti disfatti, pupazzi dell’infanzia gettati qua e là, libri scolastici e quaderni gettati alla rinfusa sulla scrivania tra cavi di mille dispositivi elettronici che vi hanno aiutato a rimanere in contatto con il mondo.

Ho visto i raggi del sole, filtrati dal vetro delle finestre, battere sul vostro volto nelle giornate in cui vi sentivate su di morale e tapparelle abbassate in un buio inquietante in quei giorni in cui non c’era scuola che vi facesse allontanare da vostri pensieri.

Ho visto i vostri animali domestici, incuranti di disturbarvi durante le spiegazioni più ostiche o durante le interrogazioni più difficili; i vostri genitori, presenti come delle ombre che abbracciano e, in alcuni casi, stringono troppo; le vostre sorelle e fratelli, infastidirvi, volontariamente, distraendovi dispettosamente.

Vi ho visti crescere imparando come è importante dare un senso alle proprie giornate con un progetto. Vi ho visto maturare non sottraendovi ai vostri doveri, anche laddove la promozione era stata assicurata dall’alto.

Vi ho sentiti chiedervi colloqui personali, rubarmi qualche minuto dopo la lezione per parlare a tu per tu, per confessarvi, aprirvi, con la voce tremante, la webcam disattivata e il microfono che andava via proprio durante quei pochi momenti di massima commozione.

Durante il nostro quotidiano appello emozionale, ho deglutito impallidendo ascoltando, impotente, i vostri aggettivi disperati e poi ho sorriso, dopo qualche giorno, ascoltando nuovi attribuiti pieni di speranza, una volta passata la tempesta.

Vi ho visti in pigiama, con i capelli disfatti e gli occhi ancora pieni di sonno durante i mesi di marzo e di aprile, quando con voce fievole mi chiedevate: “Prof, ma cosa sta succedendo?”. Vi ho visti impauriti quando a stare male di Covid era un vostro compagno di classe, un vostro parente, un vostro conoscente.

E poi vi ho visti rifiorire, durante il mese di maggio, dopo le prime aperture, dopo il calo dei contagi, dopo il vostro riappropiarsi con il mondo, dopo aver rivisto i vostri parenti più cari ancora in salute, i vostri amici migliori ancora sorridenti, i vostri fidanzati rimasti fedeli.

Vi ho visti così, attraverso una webcam, da remoto, e, ancora di più, quest’anno mi è sembrato scappare tra le dita, inafferrabile nella sua tremenda bellezza negata.

Vi ho dovuti salutare dietro uno schermo, quest’anno. Niente abbracci. Niente lacrime. Niente pacche sulla spalla. Niente propositi. Niente promesse. Niente mappa concettuale sulla scuola con i gessetti colorati. Niente pagella dell’insegnante di persona. Solo qualche foto di classe ordinata, troppo virtuale per essere reale.

Raccontatemi tutto, ma non che la DAD è la didattica della vicinanza. E’ stata solo la didattica della pandemia.

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