Questo virus non merita la corona. Lettera


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Inviato da Monica Gigante – La prima immagine che si intrufola con prepotenza nella mia mente è quella delle bare di Bergamo.

Centinaia di persone abbandonano la propria città e la vita stessa da sole, senza la vicinanza dei propri cari, perché in epoca di virus la solitudine non è uno stato esistenziale, ma è una cura contro la morte o, nel migliore dei casi, contro la sofferenza fisica. Le persone muoiono sole. Nessuno tiene loro la mano mentre volano via. Nessuno sussurra al loro capezzale parole di amore. Nessuno bagna con le lacrime quei volti addolorati e stremati. Nessuno accarezza quei volti con “ti voglio bene”, “mi mancherai”. Coloro che vanno via, dal canto loro, chissà se si rendono conto di quello che gli succede; la cosa certa è che non possono neanche salutare i propri amati, non possono confessare al prete ciò che hanno nel cuore, non possono consegnare il proprio testamento morale, affettivo e spirituale nelle mani dei propri affetti.

Quella lunga fila di bare stride come una corda di violino impazzita al ricordo di coloro che troppe volte hanno sminuito, banalizzato, ridimensionato, magari tra un aperitivo, una festa e un bel viaggetto. E, poi, mi chiedo come si faccia a ridimensionare un virus che ammazza, è come ridimensionare la morte stessa: “sì , è vero muori, ma poi te ne dimentichi e passa”.

Nella mia mente, di nuovo, folle di persone che si accalcano nelle piazzette delle nostre città e, poi, Bergamo. Bergamo non è lontana, come non lo era la Cina. Abbiamo pensato che quel virus cinese non ci riguardasse e abbiamo sbagliato. Ora alcuni pensano che quegli 800 chilometri di distanza da Foggia ci mettano al sicuro, ma non è così se continuiamo ad uscire e ad infischiarcene delle regole e, quindi, degli altri. E sì, perché non rispettare le regole significa non amare gli altri, non amare la nostra comunità. Le regole, le norme, in una parola, le leggi servono per creare legami sociali, sono il filo invisibile che ci lega l’uno all’altro. Senza condivisione non c’è comunità e se non c’è comunità non ci siamo noi, con la nostra individualità. Pensateci bene, l’io senza un tu è perso e non può scrivere la propria identità nella storia. Le leggi e la morale condivisa fanno di un gruppo di persone un popolo, una città, una patria, una nazione.

A proposito del tu, quando il tu è qualcuno di fragile, come si fa a non sentire il senso di responsabilità? La responsabilità nei confronti di quell’altro da me, di quello che non sono io, ma è un tu senza il quale mi perderei nella vertigine della mia tracotanza e arroganza. Il tu del quale stiamo parlando, nel caso specifico, sono i malati e i nonni d’Italia. Perché i più fragili rischiano di più. Alcuni, in pochi secondo me, hanno intravisto in questa constatazione scientifica una rassicurazione: “bene, io sono giovane, forte e sano, posso stare tranquillo”. Ebbene, chi parla così, chi pensa così non ha cura dell’altro e l’altro non è solo il concittadino che non conosci, per il quale comunque dovresti nutrire rispetto, ma è anche un tuo caro.

Il pensiero scivola verso i nonni d’Italia, quelli che spesso si sostituiscono al welfare, aiutando figli in difficoltà e accudendo nipotini scalmanati. Quanti nonni abbiamo perso in questi giorni. Quei nonni che per noi sono sconosciuti, li possiamo ritrovare nelle persone che amiamo. E, quindi, pensiamoci bene prima di non rispettare quelle leggi che consentano all’io di stare abbarbicato al tu, in un abbraccio che si fa comunità in vista di un bene che diventa comune, perché è desiderato da tutti, perché tutti desiderano il bene per l’altro. Parole, penserà qualcuno. Eppure se queste parole fossero diventate azione, quelle bare nella bellissima Bergamo non le avremmo viste. Le parole quando diventano azione, fanno la rivoluzione, determinano la storia. In queste settimane stiamo scrivendo la storia. Impegniamoci a scrivere bene, per il bene.

In queste settimane abbiamo visto anche tanto bene che dovrebbe ispirarci e motivare il nostro impegno civile. Sto pensando ai medici, agli infermieri e a tutto il mondo della sanità nazionale. Non chiamateli eroi, sono cittadini che amano il tu, amano la comunità. Il concetto di eroe non mi è mai piaciuto, perché gli eroi, in quanto semidivinità, ci dicono che le loro sono doti eccezionali che noi, poveri mortali, non potremo mai avere. Invece, le meravigliose persone che lottano in trincea contro questo virus maledetto sono umani, tanto umani da donare la propria umanità per la salvezza degli altri e, guardandoli, ci rendiamo conto che abbiamo una importante responsabilità nei loro confronti: dobbiamo semplicemente dare una mano. Le anime belle dietro quei camici bianchi ci chiedono di non uscire, perché sono stremati, perché non sono semidivinità, perché il sistema sanitario può reggere fino ad un certo punto e i miracoli non li sanno fare. Tutto sommato non ci chiedono turni massacranti, non ci chiedono di non dormire, non ci chiedono di salvare vite umane con la paura addosso di non farcela, non ci chiedono di abbandonare i nostri cari perché il Paese ha bisogno di noi, non ci chiedono di mettere a repentaglio la nostra vita ogni istante come ad una roulette russa. Ci chiedono di stare a casa. Restiamoci!

Rimaniamo a casa a svolgere il nostro dovere, che non sarà eccezionale come quello dei sanitari, ma comunque è fondamentale per rimanere comunità, società. Io sono un educatore e sto cercando di continuare il mio lavoro da casa. Preparo lezioni audio, dispense e penso a loro, le mie ragazze e i miei ragazzi. Mi mancano, mi mancano anche quando mi fanno arrabbiare e mi lancio in quelle pesantissime filippiche morali. Spero che studiare li distolga dal pensiero costante a quel virus e che li aiuti a diventare grandi persone. Studiare rende migliori, perché è nutrimento per lo spirito; studiare rende liberi, perché il virus non può fermare il pensiero; studiare rende buoni, perché ti fa capire che amare gli altri rende forte tutta la comunità, perché amore è legame e i legami sono sempre sociali. Spero che questo messaggio arrivi, spero che non siano travolti dalla tecnologia e che facciano di questa solo uno strumento utile a continuare le attività didattiche. Spero che si possano fermare tra una videolezione, una verifica online e una chat per riflettere, per tirare fuori il loro pensiero e anche la loro rabbia. Spero che anche noi docenti abbiamo la capacità di spronarli verso questo tipo di riflessione, perché riempirli di cose da fare non serve se al fare non si unisce il pensiero. Fare non fa crescere, se non ci si ferma a pensare. È stata proprio l’assenza di pensiero a condurci di fronte a questo baratro. Il pensiero, quello vero, guida sempre l’azione verso il bene.

Allora, rimaniamo a casa e pensiamo. Possiamo farlo perché c’è chi salva vite per noi, chi ci procura i viveri rischiando la vita nei supermercati, chi lavora fuori per far stare noi dentro.
E mentre pensiamo, riflettiamo, piangiamo, ci arrabbiamo e gridiamo in petto contro questo maledetto virus, che mai chiamerò corona perché la corona non la merita, rivolgiamo gli occhi al cielo dalle nostre finestre. Lì, in alto, forse qualcuno troverà consolazione, forza, grinta, ispirazione, fede in un Dio a cui chiedere la salvezza. Forse, pensando a Dio, lassù che ci compatisce, scopriremo che nella fiducia nell’uomo, nella sua capacità di cambiamento, nella sua capacità di amare, risiede quella scintilla divina.
Poi, rivolgendoci all’interno delle nostre case, vedremo la presenza di quel divino che non ci abbandona mai. È proprio lì, a casa mia, nel gioco rumoroso e un po’scomposto di un padre amorevole e di una figlia raggiante.

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