Quattro bimbi ritrovati nella giungla dopo 40 giorni, D’Avenia: “Se ci fosse stato un ragazzino italiano si sarebbe affidato al cellulare…”

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Nella sua rubrica sul Corriere della Sera, Alessandro D’Avenia, docente e scrittore, ha riflettuto sulla trasformazione del nostro modo di ottenere informazioni dopo l’avvento di Google e del digitale. Secondo D’Avenia, la nostra memoria si riempie di notizie inutili, alimentando una “infodemia”, un’intossicazione da notizie.

D’Avenia ha fatto riferimento a un recente fatto di cronaca: un gruppo di bambini, unici superstiti di un incidente aereo, sono sopravvissuti per 40 giorni in mezzo alla giungla grazie alle competenze pratiche insegnate da Lesly, la più grande del gruppo, apprese dai suoi nonni indigeni.

Secondo D’Avenia, queste competenze sono molto diverse dalle nostre, che tendono a dominare la natura piuttosto che interagire con essa. Come esempio, D’Avenia citava il nostro metodo per conoscere il nome di un fiore: fotografarlo e cercarlo su Google, ignorando le sue proprietà medicinali o nutritive.

Riflettendo sull’importanza di queste competenze per la sopravvivenza, D’Avenia ha sollevato domande sulle conoscenze pratiche che la scuola dovrebbe fornire ai suoi studenti. Il professore ha sottolineato come la nostra dipendenza dalla tecnologia può diventare un ostacolo in situazioni di emergenza, quando le connessioni digitali potrebbero non essere disponibili.

D’Avenia ha suggerito che la scuola dovrebbe equilibrare l’istruzione teorica con una formazione pratica. Ha menzionato il ricordo del suo tempo come insegnante a Roma, quando i suoi studenti avevano creato un orto con tutte le piante menzionate nell’Eneide di Virgilio, stabilendo così un legame indimenticabile tra le loro mani, la letteratura e la natura.

D’Avenia ha esortato a riscoprire un rapporto “corporeo” e non solo “mentale” con il mondo, per alleviare la dipendenza dalla mediazione e iperstimolazione digitale. Lo scrittore, in conclusione, ha sottolineato l’importanza di coinvolgere i cinque sensi in attività quotidiane come toccare la corteccia degli alberi, piantare il basilico o gustare le more direttamente dal cespuglio, sperando che tali esperienze possano essere un rimedio contro la tendenza a negare la nostra corporeità.

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