Quando torneremo nelle nostre classi sarà come rinascere a nuova vita ma al momento la scuola è nel caos. Lettera

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Prof. Luigi Mazza – Pensiero di una notte insonne da seconda ondata. Quando tutto iniziò, fra febbraio e marzo. Quando in Italia il virus si diffuse con sempre maggiore forza ed il mondo ci guardava come untori. Quando le frontiere degli Stati si chiudevano agli italiani. Quando tutto sembrava girare storto ed i contagi aumentavano giorno dopo giorno, ora dopo ora, riuscimmo a reagire.

Vuoi per la paura, vuoi per le immagini terribili delle bare sui camion che da Bergamo partivano per altre città, vuoi per un moto di orgoglio e perché no un ultimo scampolo di consapevolezza, gli italiani accettarono il lockdown rispettando in larga parte l’unica misura possibile al momento.

Furono mesi difficili, chiusi nelle nostra case, impauriti da un nemico che non vedevamo, un nemico invisibile che ci toglieva spesso il fiato, ci rendeva fragili. Una situazione nuova che nemmeno i nostri anziani ricordavano di aver mai vissuto.

Una pandemia che ci preoccupava non solo da un punto di vista sanitario ma anche psicologico con aumento di insonnia, ansia, crisi di panico.

Eppure noi italiani riuscimmo piano piano, giorno dopo giorno a reagire. Nell’isolamento mondiale ci inventammo strategie di sopravvivenza, canzoni sui balconi, bandiere dell’Italia con inno incorporato, videochiamate di gruppo, e poi lievito e pizze, challenge su social, “andrà tutto bene”, cercando di adattarci ad una situazione surreale.

Aspettavamo la conferenza stampa di Conte, i bollettini della protezione civile, tifavamo per i nostri medici ed infermieri, gli eroi del 2020. Ringraziavamo con gioia i Paesi amici che ci inviavano uomini e mezzi, come: Cuba, Albania, Russia, Usa, Cina.

La solidarietà aveva di nuovo casa presso le nostre vite. Non potrò mai dimenticare l’aereo che da Bergamo trasportò due pazienti gravi nella terapia intensiva di un ospedale di Palermo. Gli italiani per un breve attimo si son sentiti popolo; cosa che in tutta la nostra storia nazionale è capitata pochissime volte. Il virus colpì soprattutto le regioni del nord, lasciando quasi tranquille quelle del sud, ma il lockdown fu nazionale e ci riportò tutti ad una dimensione unitaria. Certo la paura era tanta.

Nessuno dimenticherà le immagini dell’assalto ai treni, agli aerei, alle navi della metà di marzo, per fuggire dai luoghi di maggior pericolo. Ma non mi va di giudicarli, nessuno di noi può dire cosa avrebbe fatto in situazioni così pesanti.

E poi passarono i mesi. Noi docenti nella dimensione della Didattica a Distanza, che i più ritengono fortemente limitante, ma necessaria per avere ancora contatto con i nostri alunni. Mesi di scuola calata da un’altra dimensione. Mesi di connessioni inesistenti, connessioni lente, mancanza di computer, o di divisione di un unico computer per più figli.

Mesi difficili, con lezioni sincrone, asincrone, consegne notturne ed alunni che sparivano e riapparivano come fantasmi, e che spesso più che della didattica erano bisognosi di cura, attenzioni ed una parola di conforto.

Errori ve ne furono tanti in ambito scolastico, alcuni giustificabili per la velocità del passaggio da lezioni in presenza a lezioni in DaD, altri poco giustificabili come la promozione regalata a tutti o gli esami di maturità innegabilmente facilitati.

In tutto questo caos ci consolava l’arrivo imminente dell’estate, la diminuzione dei contagi, la diminuzione delle presenze in terapia intensiva, gli allentamenti nelle restrizioni. Pensavamo di essere quanto meno sfuggiti al peggio ma quello è stato l’errore più grande. L’italiano medio ha bisogno, inutile negarlo, di imposizioni rigide. Non siamo un popolo coeso, non siamo un popolo che rispetta volontariamente le regole, né tantomeno siamo un popolo dalla forte coscienza civica. L’estate è stato un susseguirsi di errori, un liberi tutti sconvolgente, come se il virus fosse sparito (o clinicamente morto come certi personaggi dicevano a giugno).

Troppa fiducia nelle azioni delle persone, senza comprendere che in quel momento ci si doveva solo preparare ad una sfida peggiore (visto che nel resto del mondo il virus impazzava). In quel momento invece di potenziare la sanità, invece di potenziare i trasporti, invece di organizzare un’apertura delle scuole davvero sicura (che si fa non solo organizzando l’interno della scuola ma soprattutto tutto quello che gira intorno alla scuola) ci si è bloccati su banchi con rotelle dalla dubbia utilità, su metri buccali, su procedure che cambiavano ogni 24 ore, senza una vera idea di cosa fosse davvero utile.

Ed ora siamo qui, in piena seconda ondata, con oltre 35.000 mila casi giornalieri, 3.000 mila persone in terapia intensiva (sulle 6.900 esistenti in Italia, aumentabili sino a 9.000); con l’Italia divisa in zone rosse, arancioni e gialle; con la scuola divisa tra secondaria di secondo grado e seconda e terza media in Dad, infanzia, primaria e prima media in presenza, ma non in tutta Italia, perché molte regioni aprono e chiudono le scuole seguendo proprie linee politiche e di condotta.

Il caos regna sovrano nel mondo scuola. C’è un nocchiere senza bussola su una nave sbattuta dai venti che si intestardisce a voler alzar le vele, quando dovrebbe comprendere che il vento è troppo forte e quelle vele verrebbero squarciate.

Un nocchiere che non vede che la soluzione migliore sarebbe quella di utilizzare un metro comune e mandare tutta la scuola italiana in DaD, almeno per i prossimi due mesi, sperando di poter tornare in presenza a gennaio.

I mesi freddi stanno arrivando, il virus colpirà ancora più forte, e questo dovrebbe farci capire che anche se la DaD è qualcosa di diverso dalla vera scuola, anche se è spoetizzante e per molti frustante, è la sola soluzione necessaria al momento.

A tutto questo si aggiunga che gli italiani di cui vi parlavo all’inizio non ci sono più. L’unità è stata solo momentanea. Adesso ci sono i negazionisti, quelli che considerano i giornalisti terroristi mediatici, quelli che prendono a calci infermieri e medici, gli eroi di un tempo. Non c’è più voglia di cantare sugli ormai freddi balconi, non c’è più voglia di fare pizze, adesso tanti di noi, che prima non conoscevano malati di Covid se non attraverso la tv, hanno parenti, amici, colleghi, che stanno affrontando la malattia.

Il virus è entrato nelle nostre case, non è più nella casa dell’altro. È entrato nelle nostre scuole. Un giorno questo sarà solo un pezzo di storia da raccontare ai nipoti ma facciamo in modo di essere orgogliosi della storia che quotidianamente realizziamo.

Cerchiamo di non dividerci, di continuare ad essere solidali, di aiutare i più fragili, di vincere il nostro innato menefreghismo italico. La scuola, il Paese, possono cambiare se noi agiremo con coscienza e responsabilità. E quando torneremo nelle nostre classi sarà come rinascere a nuova vita. #pensieridellanotte #ilmestierepiùbellodelmondo

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