Quando la scuola è prevaricazione. Lettera aperta di uno studente a una prof.

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Inviato da Stefania Contardi – Cara Prof, Questa è la lettera che non ti ho mai scritto.

Eppure, avrei alcune cose da dirti, cose che non ti ho mai detto, perché non ne ho mai avuto il coraggio, cose che al tempo forse non pensavo nemmeno di poter argomentare, cose tipo che…

se fai una verifica di punizione a tutti, perché quei tre chiacchieravano, è prevaricazione;

se mi dai due sul registro, perché ero assente e non ti ho consegnato un compito per quel giorno (sai, ero in ospedale a fare una visita), bè, è prevaricazione;

se mi dai un quattro perché non ti è piaciuto il mio disegno, perché secondo te non ha le proporzioni canoniche e i colori che ti aspettavi, senza ricordare quanto poco standard furono Van Gogh o Picasso, è prevaricazione;

se mi dai impreparato anche se giuro che ho studiato e vorrei dirtelo, ma tu mi incalzi di rimproveri e non mi fai nemmeno un’altra domanda di riserva e io sono ormai nel pallone, sai sono dislessica o anche solo timida, ché tutti mi guardano, e ho bisogno del mio tempo (che non è il tuo). Anche questa è prevaricazione;

se mi valuti male perché non alzo la mano e non intervengo come vorresti, ma vedi, ho paura di sbagliare, di essere fuori luogo e che tutto mi si ritorca contro; tu con quel dito sempre puntato…Io non la alzo, ma tu non la tendi nemmeno, non come fa il prof. B. Insomma, ecco, ho paura della prevaricazione, il che, credo, sia già prevaricazione;

se poi però ai miei genitori dici che a scuola va tutto bene, che non vado poi così male, ma poi in classe mi fai sentire uno schifo per questo sei stiracchiato, anche questo è prevaricazione;

se non mi insegni a pensare con la mia testa in modo critico, perché il massimo per te è ripetere cantando le tue parole, è prevaricazione;

se mi dici che oggi (miracolo!) mi potresti dare un otto per aver risposto a tutte le domande come volevi, ma mi dici che potevo fare di più, o che siccome un otto non l’ho mai preso, un sette va già bene. Insomma, trovi sempre qualcosa di negativo sennò pare brutto dover sottolineare ciò che invece oggi ho fatto bene, direi che è prevaricazione;

oppure quando mi dici che in pagella potrei avere un sei, ma mi metti un cinque, per spronarmi a fare meglio nel secondo quadrimestre. E di questo ne sei convinta, ma solo tu. Cos’è, se non prevaricazione?

Se chiedi ai miei compagni di fare i controllori dei quaderni dei compiti e ci metti uno contro l’altro per poi lamentarti del pessimo clima in classe, è prevaricazione;

se mi vedi guardare fuori dalla finestra o scarabocchiare mentre ti ascolto, perché è così che mi concentro e ti ascolto, e tu mi richiami o mi metti una nota, per me è prevaricazione;

se ci fai saltare la ricreazione per qualsivoglia motivo, è sempre prevaricazione;

se non parliamo mai della storia attuale, di ciò che succede nei nostri mari, o dei genocidi spasi per il mondo, ma mi riproponi sempre e solo le guerre persiane senza mai un collegamento, perché io sento che ci deve essere. È prevaricazione;

se mi hai già bollato come svogliato, disordinato e il tuo effetto alone non mi dà scampo, è prevaricazione;

se non ti passa mai per la testa di mettere in discussione te stesso o la verifica, quando più della metà della classe prende un’insufficienza, è prevaricazione (anzi, no, è proprio un’altra cosa, ma non te lo dico);

se al mattino appena ci vedi, inizi a fare terrorismo sperando di ottenere qualcosa, è prevaricazione;

se mi ammorbi, convinta, con una quantità di compiti noiosi e ripetitivi, tutti i santi giorni, incluso i fine settimana e le vacanze (che forse saranno vacanze per te…), tanto che due volte su tre mi tocca saltare basket, oppure rinunciare ad andare via con i miei genitori perché c’è sempre questo pensiero pesante dei compiti da fare, che poi tanto finisce che litighiamo sempre per i compiti fatti, non fatti, che ci sono da fare, da fare alle nove di sera, perché magari siamo finalmente riusciti ad andare in gita all’Acquario! Che noia! Non l’Acquario, sia ben chiaro. Ecco, quest’invasione tua a casa mia è prevaricazione bella e buona; se già dalla prima elementare mi sento dire che non sono capace di stare fermo, forse perché sono solo un bambino, o adesso un ragazzino che sta seduto cinque o sei ore, sai è una forzatura per me stare seduto per ore senza muovermi, cos’è secondo te?

Ma io, Prof, non ti dico queste cose perché sono solo un ragazzino e, alla fine, a modo mio, io ti rispetto. E, poi, vedi, nessuno lo fa. Non siamo stati abituati ad argomentare, né a pensare con la nostra testa. Quindi sto zitto, porterò a casa la mia inadeguatezza, sbatterò la porta, risponderò male a mio fratello, a mia madre e se va bene mi arriverà una sberla, o mi sequestreranno il cellulare. Guarderò i tuoi compiti e avranno la tua faccia. Aspetterò l’interrogazione come fosse una condanna. E inizierà a passarmi la voglia di andare a scuola.

Ma, presto, tutto questa rabbia diventerà apatia, ci avrò fatto l’abitudine e tutto, un giorno, inizierà a scivolarmi addosso. Anche le ingiustizie perpetrare sugli altri. Mi sembrerà normale, anzi non mi sembrerà un bel niente. Un bel film, o un brutto film, un morto ammazzato, una strage, i migranti che muoiono in mare, il vecchio barbone alla stazione, la ragazza bullizzata. Tutto uguale. Tutto uno show che passa in tv. Così come i morti ammazzati nelle guerre e nelle rivoluzioni, erano solo numeri sui libri di storia.

Oppure, se dopo tanta prevaricazione, diventassi un giorno prevaricatorio, non domandarti perché. Tanto tu la risposta ce l’avrai già: è colpa dei miei genitori.

E talvolta sarà vero, ma talvolta no.

Per questo, cara prof, non ti ringrazio. Mi dispiace solo di non aver avuto la fortuna di altri che hanno avuto il maestro G., o la maestra R., o il prof. B. e la prof. M. e, forse, sarebbe stato tutto diverso. Se solo qualcuno avesse creduto un po’ di più in me e nella mia generazione…

Ma per fortuna oggi sono in un altro paese e vedo le cose distanti. È già da un po’ che no non ho più paura di alzarla, quella mano. La alzo senza paura di essere giudicato o di sembrare inopportuno. Anche se qui non parlo la mia lingua, anche oggi ho detto la mia. Anzi, sono stato apprezzato per il mio intervento. Eppure, non credevo di aver detto nulla di stratosferico. Ma no, non sono stato giudicato.

Finalmente.

Ma tanto mi è cara l’Italia, quanto mi pare ormai lontana.

Allora sul tablet della scuola (sì, qui abbiamo anche i tablet) cerco sul dizionario Treccani la parola ‘prevaricare’: intr. abusare del proprio potere, della propria autorità, della propria influenza per conseguire un fine o per ottenere vantaggi personali.

Mi domando quale possa essere questo fine e questo vantaggio, se noi alunni non siamo che il prodotto del tuo successo o del tuo insuccesso…Non dirmi che non lo sapevi!

Sì, ci deve proprio essere qualcosa che non va laggiù nello Stivale.

Scritto (e solo rivisto nella forma da mia mamma, solo per renderlo un po’più “potabile”) da un potenziale numero che poteva aggiungersi alla percentuale di quella dispersione scolastica di cui si parla tanto. Ho solo avuto la fortuna e il coraggio di andarmene. Tuttavia, non credo che questa sia la modalità giusta… Ho tanti compagni, ancora, nella mia ex-classe. A scuola. Non credo che la fuga collettiva possa essere la soluzione. O forse sì?
Mi manca qualche vecchio compagno, il sole e il caldo italiano. Ma io no, non voglio tornare, se non per le vacanze.

Ah, qui non danno i compiti delle vacanze, per cui me le godo tutte… le mie vacanze. Finalmente.

A differenza dei miei ex compagni che vedo raramente anche quando scendo, perché hanno sempre troppi compiti, troppe verifiche. Un incubo.

Comunque, Saluti e Baci dal Nord.

PS. E qualche volta fallo un sorriso che non ti cascano mica i denti!

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