Quando la scuola diventerà bene primario per l’Italia? Lettera

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inviata da  Daniele Trucco – Da insegnante, dopo più di un anno di aperture e chiusure delle scuole in tempo di pandemia, penso che qualche idea su ciò che questo fatto abbia comportato la posso abbozzare. Che la didattica a distanza (DAD) della prima tornata o la didattica digitale integrata (DDI) del secondo anno scolastico ‘in assenza’ non abbiano funzionato è sotto gli occhi di tutti. Il cambiamento dell’acronimo, frutto di mesi di ripensamenti, tavoli di lavoro e discussioni, non è riuscito però, come sicuramente gli artefici di questa geniale trovata avranno sperato, a mutare le intenzioni e i risultati dell’apprendimento a distanza.

Senza dubbio molte scuole hanno iniziato il secondo stop decisamente più preparate rispetto a quel terribile marzo 2020 che colse dirigenti scolastici e insegnanti impreparati allo tsunami Covid.

L’ausilio delle varie piattaforme digitali con aule virtuali e spazi di condivisione ha cambiato la vita a tanti, sia docenti – non più costretti a correggersi compiti inviati con foto scattate da telefonini e
girate sui gruppi whatsapp o mail create alla bisogna – sia genitori, disperati nella ricerca dei giusti link sui quali sperare che i figli possano trovare la lezione o il compito per il giorno successivo. Viene però da domandarsi perché il ministero dell’istruzione non abbia imposto un unico canale digitale per tutte le scuole d’Italia: va bene l’autonomia, ma come è possibile che non ci sia un criterio univoco neppure per l’app da utilizzare per le videolezioni? Avere due figli, uno alla scuola primaria e uno alla secondaria, il più delle volte vuol dire imparare a gestire due piattaforme completamente diverse. Se uno è sfortunato poi dovrà impratichirsi con la terza del terzo figlio alle superiori. È pur vero che poi i ragazzi si arrangiano e una volta capito il sistema vanno avanti per conto loro, però è palesemente evidente quanto manchi una giusta intenzione e una linea guida a monte nel sistema scolastico italiano.

A questo punto però quello che è fatto è fatto, prendiamo per buone le aule virtuali che sono state date in dono ai singoli alunni dai loro dirigenti scolastici e accontentiamoci; il problema però è che ci si è accorti quasi subito che la virtualità distrae: avere un computer collegato a internet vuol dire navigare; avere un cellulare sul tavolo implica ricevere messaggi, messaggi ai quali ci si sente in dovere di rispondere e che genereranno altri messaggi di controrisposta; avere un tablet vuol dire giocare a qualche cosa. È impensabile che un ragazzo o un bambino non abbandonino almeno una
volta la lezione online per chattare con i compagni, scherzare sui difetti dell’insegnante o farsi una partita a un videogioco. Questo naturalmente a telecamera accesa e perfettamente seduti composti al tavolo di lavoro oppure, in modo più palese ma non verificabile, a telecamera spenta dando colpa del malfunzionamento video alla scarsa connessione. Per non parlare di quando invece i problemi di connessione sono reali: che cosa rimane di un discorso del quale si riescono a comprendere un terzo delle parole? Ogni interruzione è una distrazione e troppe distrazioni inficiano da sempre il risultato di un lavoro.

L’apprendimento ha bisogno dei suoi giusti (lunghi) tempi e anche degli spazi giusti: il video sulla scrivania non può essere quello spazio. Per alcuni maestri i luoghi fisici di lezione sono stati strade e portici, per altri boschi e sentieri, per altri ancora teatri e per i più conformisti semplici aule. Mai si è pensato ai non luoghi virtuali come possibili ambienti relazionali: l’involontario esperimento però è stato tutt’altro che improduttivo. Dopo pochi collegamenti a distanza si è capito che la mancanza di suoni, odori e sguardi rende asetticamente sterili le lezioni in entrambe le direzioni di marcia: anche i docenti perdono il contatto con la realtà oggettiva dell’alunno non potendone monitorare le emozioni e le confidenze. Venendo meno lo scambio umano cala il profitto, già scarso a causa delle suddette distrazioni.

Come fare? Semplice: è d’obbligo il rientro in presenza snellendo le solite classi pollaio e ritornando a numeri di studenti per classe più confacenti alle capienze quasi sempre non reali delle aule e al rispetto dei distanziamenti. Per fare questo naturalmente sorge un problema: servono più insegnanti e quindi investimenti nel settore istruzione.

La scuola non è mai stato un bene primario nella nostra società: lo sono il cibo e la sanità, giustamente, il divertimento e il denaro ma non la scuola. Per tanti è una perdita di tempo o un obbligo da rispettare come si può rispettare un limite di velocità; questo probabilmente perché è gratis. Verrebbe da pensare il contrario, cioè proprio perché non costa ne approfitto; invece nonostante la gratuità non trova grandi estimatori se non tra coloro che già sono proiettati verso un’ottica scolastica: l’istruzione diventa un capitale sociale solo per gli istruiti che creano così un circolo vizioso di sapienti e di saperi. Il benessere che deriva dall’apprendimento non è condiviso e viene ricacciato come pericoloso per la vita quotidiana: leggere, studiare o, peggio, ricercare, in quanto non produttivi, tolgono spazio al ‘resto’ non ben identificato del vivere quotidiano.

Investire sulla scuola diventa dunque follia nel pensiero comune; e a ragione, soprattutto quando il popolo guarda in alto e vede ministri dell’istruzione impegnati a “essenzializzare” i piani di studio con la riduzione del tempo scuola, a inventarsi appalti per i banchi a rotelle o a esordire nel primo discorso pubblico con un “L’ho imparato ieri sera” come risposta alla domanda “Quando ha appreso la notizia (della nomina)?” e proseguire, tentando di salvare il salvabile, con “Speriamo che faremo tutti bene”.

Grazie a questa intellighenzia tutta italiana si può capire la trovata dell’abolizione (non mi piace esagerare, ma non mi sento di chiamarla riduzione) in tempo di Covid degli esami di maturità e di licenza: il libera tutti di fine anno tanto sognato dagli alunni di qualsivoglia generazione si è rivelato un altro colpo basso per i ragazzi che, trovandosi privi di obiettivi e finalità e vedendosi azzerare la meritocrazia, hanno perso gli stimoli necessari per credere nel futuro e in loro stessi.

Togliere un traguardo vuol dire rendere inutile la gara e perfino l’allenamento.

In molti si chiedono se fra qualche anno i diplomati e i laureati nel ’20 e nel ’21 saranno considerati al pari degli altri o saranno ricordati come quelli del Covid: diverrà un’etichetta scomoda per i curricula futuri? Oltretutto è risaputo che quando una cosa è stata approvata e cambiata ritornare indietro non è così semplice: per un non chiaro motivo nel 2004 fu abolito l’esame di quinta elementare dalla riforma Moratti e dopo quasi vent’anni ancora non si parla di una sua reintroduzione. Che l’Italia non abbia mai brillato nella scelta dei ministri dell’istruzione è oggettivo e dimostrabile come un teorema, ma che ci si ostini a voler effettuare delle riforme a tutti i costi solo per fare qualche cosa mi sembra eccessivo. Da cittadino sarei più contento se si dimenticassero della scuola per un po’ di anni, piuttosto di procedere con queste trovate.

Però grazie al Covid – anche se può parer brutto a dirsi – un briciolo di speranza è arrivato: anche i genitori lontani dal mondo scolastico, quelli che non hanno mai creduto nel valore dell’insegnamento o della cultura in genere, penso abbiano percepito che la lontananza dei loro figli da quel mondo abbia comportato dei problemi, talvolta seri, per i ragazzi; a molti si sono aperti gli occhi sul ruolo dell’istruzione e della condivisione dei saperi e delle esperienze. E molti, spero, si saranno resi conto di che cosa vuol dire essere un maestro o un professore e di quanto importante sia la loro funzione in una società.

Penso che il valore aggiunto di un buon insegnante sia la capacità di proiettare i suoi alunni verso il futuro, quello di far loro vedere il fine dei suoi insegnamenti: da lì nascono i sogni e le idee che si concretizzano nei giusti percorsi di vita. Gli studenti di questi ultimi due anni scolastici hanno perso un bel po’ di punti di riferimento, già labili in precedenza, e la scuola, quella reale, deve quanto prima farglieli ritrovare.

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