Quando la salute del docente va in cortocircuito, la condivisione diviene arma efficace

di Vittorio Lodolo D'Oria
ipsef

Attraverso l’analisi di casi reali apprendiamo preziosi suggerimenti per affrontare e prevenire le malattie professionali. Nel corpo docente sappiamo queste essere nell’ordine: patologie psichiatriche; neoplasie; disfonie da corditi croniche. Ve ne sono poi molte altre ma con incidenza minore. I casi che seguono si prestano ad alcune interessanti riflessioni.

Caso I

Gentile dottore, sono un docente di scuola superiore secondaria entrato in ruolo il 01/09/1990 e con quattro anni di preruolo. Nel 2011 mi sono ammalato di Depressione Maggiore, e di Disturbo Bipolare, mi è stato diagnosticato inoltre un Disturbo Ossessivo Compulsivo. In seguito all’insorgere di tali patologie sono stato dichiarato inidoneo all’insegnamento, ma idoneo ad altri compiti, prima solo temporaneamente e nel 2013 in modo definitivo. Attualmente sono utilizzato nei laboratori di fisica. Volevo chiederle, alla luce di quanto detto prima, se è possibile avere un riconoscimento delle patologie sopra elencate, come insorgenza di malattia professionale o come conseguenza da stress per il lavoro effettuato. Cari saluti

Riflessioni. La triplice diagnosi di DM, DB e DOC dà adito a qualche dubbio e lascerebbe comunque supporre che vi sia una certa predisposizione familiare da approfondire in anamnesi. Nulla toglie al fatto che una situazione già a rischio in partenza, sia potuta precipitare proprio a causa della professione esercitata (helping profession). A oggi, purtroppo, non sono ancora riconosciuti come “professionali” i disturbi psichiatrici degli insegnanti. Notiamo infine come la politica perseguita dalle CMV (verosimilmente su indicazione istituzionale) sia quella di riconoscere l’inidoneità permanente all’insegnamento dopo 3/4 visite anziché alla prima.

Caso II

Gentile dottore, sono un’insegnante di scuola primaria. Ho 61 anni e da 35 insegno alla scuola primaria. Ho scelto questo lavoro perchè mi piaceva e credo d’averlo svolto sempre con passione e dedizione. Ma negli ultimi anni le cose son cambiate. Ora per me andare al lavoro rappresenta un incubo e non per gli alunni e le famiglie che sempre mi appoggiano. Ho avuto due carcinomi a distanza di quattro anni (rene e seno) e, di questi, il secondo è sicuramente da relazionarsi allo stress che ho vissuto a scuola essendomi stata assegnata una classe particolarmente complessa con due casi di alunni provocatori-oppositivi non certificati (uno particolarmente grave che ha consumato ogni mia energia). Immagini che durante i 5 anni di questo ciclo sono svenuta ben due volte dallo stress. Tuttora, anche se la classe attuale non presenta situazioni di eccessiva gravità, vivo in continuo stato di ansia e tensione: mi sento del tutto inadeguata. Sto molto male, non dormo, sono agitata e depressa perché mi sento uno schifo.
Chiedo aiuto.

Riflessioni. Età anagrafica e anzianità di servizio parlano chiaro e questa insegnante presenta una storia clinica con ben due neoplasie. Curioso il fatto che ne attribuisca con certezza solo una (quella al seno) allo Stress Lavoro Correlato. Il percorso seguito, questa volta, sembra essere stato ribaltato con la neoplasia che induce una depressione reattiva e non viceversa. Anche in questa circostanza dobbiamo evidenziare il fatto che i tumori non sono ritenuti malattie professionali per gli insegnanti, mentre le istituzioni si ostinano a ignorare l’incidenza di siffatte patologie nel corpo docente. Stando all’art. 28 del DL 81/08, la prevenzione dei tumori (su tutti quello al seno per ovvi motivi) dovrebbe essere quantomeno monitorata e incentivata tra gli insegnanti. Tale azione dovrebbe rientrare d’ufficio nel Documento di Valutazione del Rischio dei singoli Istituti.

Caso III

Gentile dottore, sono un docente di Lettere presso una scuola media di provincia. Negli anni passati ho sempre insegnato agli adulti italiani e stranieri che dovevano conseguire la licenza media e riuscivo a farcela. Quest’anno insegno agli adolescenti di seconda e terza media che non vogliono seguire e che devo richiamare tante volte e ciò mi costa tanta fatica, al punto che non ce la faccio più perché mi stressano tantissimo. Ho 54 anni e da quando avevo 23 anni soffro del Disturbo Ossessivo Compulsivo e sono in cura con Paroxetina 20 mg die. Non posso assumerne di più perché mi da’ notevoli effetti collaterali. Mi consigli lei come risolvere la situazione. Da parte mia non ce la faccio! Cari saluti.

Riflessioni. In questo caso la diagnosi di DOC è stata posta all’età di 23 anni. Qualora questo insegnante avesse saputo che l’80% delle malattie professionali è di tipo psichiatrico – c’è da chiedersi – avrebbe mai scelto la professione docente? Speriamo ovviamente di no. Tuttavia è stato graziato per molti anni avendo potuto insegnare a persone adulte. I ragazzi, adolescenti in particolare, richiedono infatti ben altre energie. Ora non resta che farsi aiutare dallo psichiatra oppure chiedere di essere sottoposti ad accertamento medico in CMV per essere impiegato in mansioni alternative. E’ fondamentale che tutti sappiano preventivamente i rischi cui la loro salute va incontro abbracciando la professione di insegnante.

Caso IV

Sono un’insegnante di scuola elementare di 53 anni della provincia, con 26 anni di servizio. Ho problemi alle corde vocali (ho seguito già della logopedia perchè si erano formati dei noduli); da 10 anni sono seguita dal centro di salute mentale (l’anno scorso sono stata ricoverata in reparto per una decina di giorni) per ansia, depressione e attacchi di panico. Da qualche mese sono stata presa in carico dai reumatologi del nostro ospedale per artrite reumatoide. Ho ripreso servizio normalmente, ma quest’anno mi riesce molto difficile andare avanti. Non mi sento più in grado di tenere le classi, sia fisicamente che psicologicamente. Una settimana fa sono anche stata presa a calci da un bambino di Prima Elementare, giustificato tranquillamente dalla madre. Ho parlato con la Preside, la quale mi ha detto di rivolgermi al medico competente della scuola. Questa mattina ho incontrato il medico. Risultato: nulla di fatto. La mia situazione non sarebbe così grave e non posso chiedere il distacco. Ora io mi chiedo cosa accadrebbe se la prossima volta che mi tirano dei calci rispondessi con uno sberlone… Finirei sul giornale: “Maestra pazza picchia un bambino”. Però a questo punto mi dica lei cosa devo fare perché non so come andare avanti. Probabilmente la prossima settimana vedrò il mio psichiatra perchè non riesco a far altro che piangere.

Riflessioni. La maestra è malmessa: afona a causa della solita cordite, depressa, ansiosa, in preda ad attacchi di panico e dolorante per l’artrite reumatoide. Soprattutto è sola e inascoltata. Chi dovrebbe esserle d’aiuto la rimpalla al medico competente e questi minimizza la situazione. Probabilmente sono simili a questo i casi che, precipitando, conquistano le prime pagine dei giornali con i maltrattamenti ai bambini da parte delle loro maestre. Ancora una volta è bene ribadire che non servono le telecamere ma la consapevolezza sulle malattie professionali, la condivisione del disagio tra colleghi e il confronto col dirigente per trovare valide alternative.

Caso V

Sono un’insegnante della scuola primaria, ho 42 anni e vivo in provincia. Sono in possesso di un’invalidità dell’80% perché ipovedente. Ho anche la legge 104, ma senza l’articolo 3 comma 3, in quanto la commissione che mi ha valutata ha detto che un visus residuo di 1/10 all’occhio sn e 1/100 al dx, non era sufficiente per ottenere la gravità. Sul lavoro quindi non ho nessun tipo di agevolazione, malgrado faccia tutto con grande fatica e frustrazione. Insegnare per me è la vita, io adoro il mio lavoro, mi sono trasferita al Nord da sola diversi anni fa, solo per poter fare questo stupendo lavoro. Ma mi creda, lo faccio sempre con più fatica e frustrazione. Ho avuto classi da 26 alunni e non le nascondo che quelli dell’ultimo banco non li vedevo. Li riconosco dalla voce. Quando ho chiesto in sindacato se almeno potevo chiedere delle classi meno numerose, mi è stato risposto che o ero capace di gestirli, oppure avrei potuto andare a fare la centralinista. Vivo tutti i giorni questo gran disagio, per non parlarle dei corsi di formazione, che oramai sono tutti con diapositive che io non leggo anche se mi siedo in prima fila. Non le nascondo che ho pensato anche io a chiedere l’inidoneità e passare in ufficio, più che altro per il bene degli alunni, ai quali mi sembra a volte di non poter offrire un buon servizio. Però mi sentirei una fallita se lo facessi e in più mi toccherebbe passare a 36h settimanali per lo stesso stipendio e lavorare sempre al computer, che per i miei occhi è deleterio. So che lei non potrà darmi una soluzione, ma mi andava di condividere questo mio disagio quotidiano con una persona sensibile ai problemi della nostra categoria e che crede nell’importanza dello star bene sul posto di lavoro. Grazie per la sua attenzione.

Riflessioni. Per concludere ho scelto questo caso che, ovviamente, non rientra tra le patologie professionali. Non l’ho scelto per l’encomiabile esempio che rappresenta e nemmeno per lo sforzo di volontà che consente alla persona di superare l’importante handicap. In nessun’altra testimonianza è mai stata esplicitata altrettanto bene l’importanza di condividere e ascoltare l’altro, il collega, chi ti sta vicino, chi ti capisce, chi soffre con te: “So che non potrà darmi una soluzione, ma mi andava di condividere questo mio disagio quotidiano con una persona sensibile ai problemi della nostra categoria e che crede nell’importanza dello star bene sul posto di lavoro”. La semplice “condivisione” delle proprie afflizioni, con chi ti capisce, è un viatico che ti permette di andare lontano, superando ogni aspettativa.

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