Quando i docenti pagano il prezzo di un sistema in agonia. Lettera

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Inviato da Manuela Revello – Una ragazza, in orario scolastico e contro ogni regolamento vigente in qualunque scuola italiana, sta girando con l’uso del telefono cellulare un video danzante per Tik Tok.

Forse per rendere la produzione più accattivante, mentre balla si solleva la maglia fino a scoprire la pancia. Ora buca: la supplente in arrivo coglie il quadretto e, per riprendere la ragazza, fa una battuta che avrebbe potuto certamente risparmiarsi. Può capitare, se non si è addestrati a un self-control degno di un monaco Zen. E potrebbe finire lì.

Invece i ragazzi protagonisti dell’episodio sono molto, molto sensibili e soprattutto sono perfettamente informati circa le attività che si svolgono su un’antica via consolare. Quindi immantinente si ritengono offesi e la disinvolta fanciulla si sente insultata e oggettificata nella sua dignità di donna. Perché di certo non può ritenersi oggettificazione la danza succinta di pochi minuti prima destinata all’universo mondo web: quella in cui manifestamente violava i doveri sanciti dallo Statuto degli Studenti e delle Studentesse, in particolare quelli contemplati negli artt. 3 e 4 del D.P.R. 24 giugno 1998, n. 249, come modificato ed integrato dal recente D.P.R. 21 novembre 2007, n. 235.

Scoppia la polemica, il tutto viene immediatamente politicizzato, i ragazzi protestano, sono già pronti nuovi striscioni indignati, i giornalisti si danno da fare, i social esplodono. La docente intanto non sta più dormendo dal giorno della supplenza che le fu fatale. Il linciaggio mediatico è spietato, si grida alla libertà di espressione, ai diritti delle donne, al maschilismo, al sessismo, al pregiudizio, perfino al razzismo, evviva le minigonne. In pochi sono in grado di riflettere sul fatto che l’abbigliamento è un’importante forma di comunicazione non verbale, attraverso cui ci poniamo davanti agli altri esprimendo noi stessi e il nostro modo di vedere la realtà e la considerazione che abbiamo del contesto in cui ci troviamo. La moda comprende lo stile di vita di una persona e tutti i mezzi di espressione di cui essa dispone, ma anche i suoi modi di comportarsi. TikTok, TikTok. Attraverso l’abbigliamento comunichiamo quel che siamo e gli altri si fanno una certa idea di noi. I vestiti possono rivelare le nostre priorità, le nostre aspirazioni, ma anche la nostra personalità e i nostri sentimenti. L’apparenza è in grado di comunicare davvero tanto su di noi. TikTok, TikTok.

A pochi giorni di distanza, un altro docente – totalmente estraneo ai fatti e che lavora in tutt’altra scuola – pubblica sulla propria bacheca un’affermazione molto forte, anche questa assai imprudente, anche questa immediatamente finita sulle testate online. Il docente mira ai genitori, alle famiglie assenti o inadempienti, che poco vigilano sulle proprie figlie. Ma anche a lui tocca la stessa sorte: quella di essere strumentalizzato, dipinto come un insegnante indegno che offende le brave ragazze dell’oggidì e che va licenziato in tronco con tanto di procedimento non solo disciplinare ma perfino penale. Vittima sacrificale in conseguenza di una frase scritta su fb, al di fuori del contesto scolastico, priva di nomi e cognomi.

Ma purtroppo gli insegnanti sembrano dover essere proprio come i Carabinieri: sempre in servizio. E giustamente il prof. Rusconi, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi Italiani, afferma che il docente, “anche quando è fuori dalla scuola, non si spoglia del proprio ruolo”. Specialmente se nonostante (!) si sia docenti si ha una vita molto ricca e intensa di eventi e amicizie, tocca dunque stare molto attenti. Sempre. Qualunque altro lavoratore può esprimere liberamente le proprie idee o rivolgersi a chiunque con i toni e il linguaggio che preferisce, o trascorrere banali weekend all’insegna della spregiudicatezza senza curarsi di chi possa vedere o venire a sapere. Il docente non può, ed è in fondo ovvio e fisiologico che sia così.

Il dramma è che sia sufficiente una sola piccola défaillance per essere sbattuti in prima pagina e, in certi casi, vedersi una specchiata reputazione messa a repentaglio: magari anche grazie a certo giornalismo che si serve di indiscrezioni o di ‘testimonianze’ di sospetta veridicità da parte di alunni o ex alunni che probabilmente con quel docente non riuscivano a raggiungere la sufficienza. La stessa sorte non accadrebbe mai a nessun altro impiegato pubblico o privato. Con i docenti, è subito sciacallaggio. Non di rado ammantato dei preoccupanti contorni della diffamazione e della calunnia.

Una frase certamente infelice, quella incriminata, manifestamente provocatoria ma che se la si analizza in profondità intende invero colpire non già gli adolescenti, bensì la non ottemperanza da parte delle famiglie a quel Patto Educativo di Corresponsabilità che tutti i genitori stipulano con le scuole in cui iscrivono i figli.

Patti, Norme, Regolamenti che quasi nessuno legge mai o che spesso cadono nell’oblìo della quotidianità, della contingenza, dell’incuranza.

Ma in tutte le scuole d’Italia i regolamenti recitano che gli alunni sono tenuti al rispetto dei loro compagni e sono considerati di particolare gravità le infrazioni e gli atti che violino la dignità e il rispetto della persona umana. Dignità. TikTok, TikTok.
In tutte le scuole d’Italia i regolamenti recitano che gli alunni sono tenuti ad avere lo stesso rispetto formale e sostanziale che chiedono per se stessi nei confronti del Dirigente Scolastico, dei docenti, del personale A.T.A. della scuola e del loro lavoro. Rispetto. TikTok, TikTok.
In tutte le scuole d’Italia i regolamenti vietano di assumere comportamenti che ledano la sensibilità altrui o siano di ostacolo al sereno svolgimento delle lezioni o in contrasto con la serietà dell’ambiente scolastico. Sensibilità. Serietà. TikTok, TikTok.
In nessun Istituto scolastico italiano è permesso l’uso del telefono cellulare in classe, men che meno allo scopo di effettuare foto o filmati in quanto questi possono facilmente ledere la privacy dei docenti e dei compagni di scuola eventualmente ripresi negli scatti o nelle sequenze filmate. La privacy. TikTok, TikTok.

Per entrambe le vicende menzionate si congetturano e si prevedono sanzioni solo per i docenti. Finora non si è letta nemmeno una riga circa le possibili sanzioni per gli studenti.

Eppure – eppure – le inosservanze ci sono state, e i regolamenti prevedono l’applicazione delle sanzioni disciplinari alla luce di quanto previsto dalla più recente normativa. Senza contare, ultimo ma non ultimo, che i provvedimenti disciplinari hanno finalità educativa e tendono al rafforzamento del senso di responsabilità ed al ripristino di rapporti corretti all’interno della comunità scolastica.

Ai docenti i provvedimenti del caso saranno doverosamente applicati, si spera all’insegna di un’opportuna ricontestualizzazione dei fatti e, ci si augura, senza esiti di giustizia sommaria.

E agli studenti?

E le famiglie, che fanno?
Tutto a posto così?
TikTok, TikTok.

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