Quando il dirigente scolastico e il medico competente violano la privacy

Stampa

La vicenda che stiamo per raccontare vede come protagonisti una maestra, il sindacato cui ella è iscritta, il dirigente scolastico e il medico competente.

La vicenda che stiamo per raccontare vede come protagonisti una maestra, il sindacato cui ella è iscritta, il dirigente scolastico e il medico competente.

La storia ha inizio con una contestazione di addebito che il dirigente muove alla quarantenne maestra Grazia (nome di fantasia) per “aver aggredito verbalmente un’alunna in uno specifico momento, tormentandola in maniera prolungata e sproporzionata. Oltre all’episodio sopra descritto, si contestano reiterati comportamenti inappropriati nei confronti di bambini della scuola dell’infanzia che sarebbero frequenti, alternandosi altresì con atteggiamenti melliflui antitetici”.

Nell’avvio del procedimento disciplinare la dirigente, alla stregua di un giudice, ritiene di dover richiamare integralmente gli artt. 571 e 572 del Codice Penale che si riferiscono ai maltrattamenti verso i fanciulli da parte del loro educatore.

La maestra replica per iscritto di aver inavvertitamente alzato la voce nell’episodio contestato poiché era in corso l’intervallo e il frastuono lo rendeva necessario. Nega invece la veridicità degli altri fatti a lei contestati in quanto generici e non circostanziati da prove.

Maestra e dirigente hanno un colloquio privato in cui la prima ammette confidenzialmente di attraversare un momento difficile per motivi familiari e di sentirsi per questo psichicamente fragile. Durante l’incontro la maestra afferma inoltre di essere seguita dal medico di famiglia di cui, inopinatamente, fornisce il numero alla dirigente quasi a voler suffragare ulteriormente l’esistenza del suo malessere.

La dirigente, in possesso del numero di telefono del medico di base della sua dipendente, lo chiama per approfondire il caso. Non è dato sapere quali sia il contenuto della conversazione, ma assai eloquenti sono alcuni passaggi della nota riservata con cui la preside assume il provvedimento disciplinare di “censura” di Grazia. Questi infatti recitano:

  • Ritenuto che la docente debba riconsiderare le modalità di comportamento … in particolare evitando che i problemi personali vadano a interferire col lavoro …
  • Preso atto che l’interessata ammette di essere in un momento di fragilità e crisi esistenziale e di aver già preso contatto con uno psichiatra di una struttura pubblica e di sottoporsi alle opportune cure sanitarie terapeutiche e/o farmacologiche.
  • Valutata l’opportunità da parte del DS di: a) accordare fiducia alla docente, che ha dimostrato la buona volontà di curare le proprie ansie; b) monitorare l’effettivo svolgimento di percorso sanitario nonché la condotta futura della docente, che deve mostrarsi coerente coi buoni propositi.

Trascorrono tre mesi dal provvedimento di “censura” e la dirigente fa sottoporre la maestra a visita dal medico competente. Nel frattempo la stessa preside convoca presso il suo ufficio una riunione con lo stesso medico competente, la maestra, i rappresentanti dei genitori, il DSGA e il RSU, con l’obiettivo di “favorire un clima di dialogo e collaborazione”. Ne consegue un botta e risposta tra DS e Parti Sociali. Il sindacato cui si è rivolta la maestra non ci vede chiaro e chiede di esplicitare l’ordine del giorno della riunione, nonché il motivo di presenza e il ruolo delle parti convocate. La dirigente elude le specifiche domande e risponde che non “vi è alcuna intenzione di sottoporre a processo la maestra”. Il sindacato ribadisce che la dipendente non parteciperà alla riunione fintanto che non sarà data soddisfazione alle domande poste. La dirigente, che si propone di intercedere tra le parti, prende atto del fatto che non si vuole trovare una mediazione tra i genitori e la docente a causa di quest’ultima che, evidentemente, con la sua assenza, ammetterebbe di essere ancora emotivamente fragile. Il sindacato infine, ribadendo l’intenzione della maestra a non presenziare all’incontro, ribatte che la stabilità emotiva di Grazia potrà semmai essere ritrovata revocando il provvedimento di censura piuttosto che instaurando processi sommari camuffati da riunioni estemporanee.

A riunione avvenuta (in assenza dell’interessata) la dirigente scrive ancora una volta al sindacato venendo a più miti consigli ma con idee ancora piuttosto originali:

Spettabile sindacato, l’obiettivo della riunione era quello di rasserenare gli animi e trovare una mediazione. In merito alla sanzione di tre mesi fa, potrò annullarla in autotutela se verrà dichiarata l’oggettiva problematicità emotiva dell’insegnante. Ma, dato che non voglio trascendere il mio ruolo e non sono io il medico, mi attengo a quanto dichiarano gli specialisti che, evidentemente, ritengono l’insegnante in grado di lavorare serenamente.

Due giorni dopo, su richiesta del sindacato, viene trasmesso il verbale della riunione che altro non è se non un processo “in contumacia” alla maestra da parte di 10 presenti (di cui la metà genitori) avente come oggetto la condizione clinica della sventurata. Inutile dire che parlare di violazione della privacy sarebbe inappropriato in quanto trattasi piuttosto di “stupro”. Basti dire che: la dirigente ha cercato di rassicurare gli ansiosi genitori dicendo che “l’insegnante ha consultato specialisti che la aiutassero a gestire meglio la sua situazione”; la referente di plesso ha detto che “la collega in questi giorni ha mostrato tensione e ha faticato a riconoscere alcuni alunni”; il medico ha cercato di rassicurare i genitori (non riuscendoci) dichiarando di “monitorare la maestra con visite periodiche che estenderà a tutte le insegnanti”.

Non ci è dato sapere come si è conclusa la vicenda. Tuttavia sono assai numerosi gli spunti di riflessione che ci fornisce tutta la vicenda.

Considerazioni sull’operato del dirigente

Seguendo l’ordine cronologico possiamo notare che:

  1. Citare gli articoli del Codice Penale è cosa che conviene lasciare al PM, al giudice o all’avvocato.
  2. Le confidenze rivelate dalla maestra al dirigente sono a tutti gli effetti dati sensibili e come tali vanno trattati. Se riguardano la salute sono addirittura ultra-sensibili e non vanno riportati sugli atti ufficiali ancorché riservati.
  3. Telefonare al medico del lavoratore è gravissima violazione della privacy da parte del datore di lavoro che rischia una sanzione pecuniaria fino a 50.000 euro e la detenzione fino a 3 anni;
  4. Non può assolutamente essere compito del dirigente quello di controllare l’adesione del paziente alla terapia (compliance) come dichiarato nell’atto di censura;
  5. Raccomandare al dipendente di non portare sul lavoro le ansie maturate in ambito extra-professionale non ha alcun senso: lo Stress Lavoro Correlato non è infatti lo stress maturato sul lavoro, ma lo stress manifestato sul lavoro a prescindere da dove questo trae origine. Lo stesso legislatore infatti all’art. 28 del D.L. 81/08 non stabilisce che lo stress sia correlato al lavoro per le sue conseguenze piuttosto che per le sue cause. Appare evidente, per esempio, che il quadro depressivo determinato da un lutto familiare o da una separazione, accompagnerà l’individuo anche sul lavoro.
  6. Se il problema di un dipendente è di pertinenza medica, dovrà essere trattato di conseguenza (visita del medico competente o invio all’accertamento medico) e non certo con sanzioni. Queste ultime infatti non potrebbero che peggiorare il quadro clinico già compromesso del lavoratore.
  7. Convocare un incontro tra dirigente, maestra, medico competente, utenza, sindacato e DSGA è inutile, sbagliato oltreché dannoso. Il medico di per sé non dovrebbe profferire parola circa la salute del lavoratore in quanto legato al segreto professionale. L’incontro rischierebbe di divenire scontro tra utenza e docente, col solo risultato di peggiorare le condizioni cliniche della seconda.
  8. Di fatto la riunione convocata dalla dirigente si è rivelata un fiasco come ci si poteva aspettare. I genitori infatti non si sono dichiarati affatto rassicurati e la privacy della maestra è stata oltremodo violata da tutti i presenti.
  9. Sempre nella medesima riunione, e prendendo spunto dalla vicenda, il medico competente asserisce di voler estendere i controlli medici periodici a tutte le insegnanti (cosa peraltro da concordare prima con le Parti Sociali) e invita la dirigente a richiedere un accertamento medico per Grazia rivolgendosi alla ASL e in particolare ai medici specialisti che l’hanno in cura. Così facendo incappa in un duplice errore perché da una parte invita la dirigente a ledere nuovamente la privacy dell’interessata in quanto il datore di lavoro non può contattare i curanti del dipendente e dall’altra perché, dal 2004, la sede preposta per l’accertamento medico del dipendente è il Collegio Medico di Verifica del Ministero Economia e Finanze e non l’ASL.
  10. Infine la cancellazione della censura non può essere condizionata – come scrive il dirigente – al fatto che “venga dichiarata l’oggettiva problematicità emotiva dell’insegnante”. Possiamo invero suggerire che la revoca della sanzione converrebbe soprattutto al dirigente per non lasciar traccia dell’essere ricorso allo strumento sbagliato (sanzione anziché accertamento medico) ed aver gravemente e ripetutamente violato la privacy del dipendente con le conseguenze di cui sopra.

Per concludere è bene ribadire che se da un lato il dirigente scolastico riveste importanti funzioni medico-legali (tra cui la principale è senza dubbio la tutela della salute dei docenti e dell’utenza), dall’altro non possiede la qualifica di medico, né di giudice o di avvocato. Di conseguenza non gli resta che avvalersi degli strumenti a disposizione, quali il ricorso al medico competente (rispettoso della privacy) piuttosto che all’accertamento medico d’ufficio nell’opportuna sede, nonché imparare le violazioni di legge (es. privacy) in cui egli stesso può incappare.

www.facebook.com/vittoriolodolo

Stampa

Corso di perfezionamento in Metodologia CLIL: acquisisci i 60 CFU con Mnemosine, Ente accreditato Miur