Quando la depressione mina la vita professionale

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Non vi è dubbio che i tre grandi fattori responsabili del nostro livello di stress sono nell’ordine: la componente genetica (o eredo-familiare); la vita di relazione (altrimenti detta “extra professionale” con i suoi life-event lutti, malattie, fallimenti etc); l’attività professionale (con la conseguente usura psicofisica).

Non vi è dubbio che i tre grandi fattori responsabili del nostro livello di stress sono nell’ordine: la componente genetica (o eredo-familiare); la vita di relazione (altrimenti detta “extra professionale” con i suoi life-event lutti, malattie, fallimenti etc); l’attività professionale (con la conseguente usura psicofisica).

Nella storia di Patrizio sono presenti molti di questi elementi e la difficoltà sembra essere il pane quotidiano, tuttavia la buona gestione delle relazioni parentali, così come il ritrovato interesse per i propri hobbies, servono a riguadagnare un livello di guardia di fronte allo stress che diviene accettabile. Importante contributo è dato anche da: riconoscimento, accettazione e trattamento della patologia depressiva e contestuale assegnazione allo svolgimento di altre mansioni. La lettera di Patrizio e la sua successiva integrazione ci forniscono lo spunto per commenti e riflessioni.

Gentile dottore,

la mia storia è presto raccontata. Ho 59 anni (circa 10 alla pensione). Insegnante laureato in Lingue Straniere ho insegnato inglese da precario per circa 16 anni, sballottato in tutti gli istituti superiori della provincia. Già provato dalla vita (orfano di madre dall'età di 8 anni, due sorelle morte di tumore in giovane età) sono sempre stato considerato una persona forte, che dava supporto e consigli ai colleghi, dai quali credo di essere stato abbastanza stimato. Il crollo è avvenuto nel 2005, quando un’amica e collega si è suicidata. Non so cosa sia capitato, ma sono crollato come un castello di sabbia. Da allora è iniziata una depressione galoppante coincisa con l’immissione in ruolo e l’assegnazione a un istituto professionale in una zona disagiata, con degli studenti particolarmente difficili, che accortisi delle mie difficoltà, mi hanno reso la vita un vero inferno. Sono seguite crisi di panico, rifiuto di entrare in classe e, per due anni, ho fatto più malattia (mi vergogno a dirlo) che lavoro. Poi ho chiesto l’inidoneità che mi è stata accordata per due anni, quindi rinnovata per altri due anni. Ho trascorso tre anni sottoutilizzato in una stanzetta a fare lavoretti insignificanti e a sentirmi sempre peggio. Quest’anno l’Istituto in cui lavoravo è stato accorpato al Liceo Scientifico del paese limitrofo. Il DSGA, che mi conosceva già per aver lavorato in questo istituto mi ha voluto come aiuto all’amministrazione. Mi sono ritrovato in un ambiente conosciuto e amichevole, il lavoro mi ha interessato subito: ho in mente nuovi progetti e mi sento molto meglio. Ma c’è la spada di Damocle della visita di idoneità, che dovrebbe avvenire entro il 31 agosto 2016. Tra l’altro, ho interrotto i rapporti con lo psichiatra che mi seguiva e che voleva sottopormi ad altre Terapie Elettro Convulsivanti (ne ho già fatte 4 senza risultato). Pertanto non so più a chi rivolgermi per la certificazione medica. Questa, in breve, è la mia storia. La ringrazio per l’attenzione.

La storia scritta da Patrizio, seppur significativa, è costellata da grossi buchi che lo invito a riempire. Gli chiedo di parlarmi più puntualmente della diagnosi e delle terapie ma soprattutto della sua vita di relazione con la famiglia.

Gentile dottore,

eccomi di nuovo da lei. La diagnosi che mi è stata posta è: “Depressione maggiore grave resistente ai farmaci”. Per le terapie devo controllare a casa la cartella clinica, ma ricordo Olanzapina, attualmente Fluoxetina e inizialmente Sali di litio. Sono sposato dal 1989 ma sto con mia moglie dal 1981, ho due figli, maschi di 26 e 21 anni: il maggiore, ipoacusico dalla nascita e protesizzato, studia matematica. Ha problemi relazionali ma, tra noi, abbiamo un ottimo rapporto. Il minore fa il pizzaiolo, non ha voluto studiare ma è un bravo ragazzo, serio e gran lavoratore. Il rapporto con mia moglie ha alti e bassi: attualmente stiamo bene e riconosco che è una donna eroica che mi ha sempre aiutato e sostenuto. Tra l’altro capisce bene la mia situazione, essendo medico di medicina generale. Non saprei che altro raccontarle. Un solo particolare frivolo: da quando sono entrato in depressione scrivo poesie. Pensi che prima di ammalarmi avevo sempre considerato i poeti e i depressi degli inutili lavativi: la vita punisce le nostre presunzioni. Un caro saluto.

Riflessioni

  1. Patrizio lega l’esordio della sua depressione al suicidio della collega (uno dei tanti – verrebbe da dire – a giudicare dai giornali), ma è assai probabile che la stessa entrata in ruolo abbia provocato un rilassamento delle difese, spianando alla manifestazione della crisi. Indubbiamente il docente accusa il malessere dopo 16 anni di precariato, e non v’è dubbio che tale condizione abbia potuto incidere alquanto.
  2. Le terapie che il docente indica sono piuttosto pesanti (Olanzapina, Sali di Litio)e farebbero pensare a un disturbo bipolare (alternanza tra episodi maniacali e depressivi). Se così fosse, il momento in cui Patrizio scrive, rappresenta una fase di buon compenso, cioè il cosiddetto periodo intercritico.
  3. Nulla si sa dell’anamnesi familiare che, in gran parte dei pazienti con disturbo bipolare, è positiva: almeno uno dei due genitori risulta esserne frequentemente affetto. E’ fondamentale che ciascun docente abbia ben chiaro il proprio livello di rischio di fronte allo stress, valutando anche la situazione di salute dei genitori biologici e l’eventuale ereditarietà di alcune malattie.
  4. Per queste forme non è possibile altro provvedimento se non quello di essere adibiti ad altre mansioni diverse dall’insegnamento. Per ottenerlo occorre essere scortati da un valido medico di parte che sappia ben illustrare la perniciosità del disturbo (ad es. l’immodificabilità della prognosi), nonché la grave usura psicofisica della professione cui farebbero seguito inevitabili ricadute.
  5. La situazione familiare, invece di essere pretesto per ulteriori lamentazioni (un figlio portatore di handicap, l’altro che non ha proseguito gli studi, l’altalenanza nei rapporti col coniuge), diviene trampolino da cui ripartire, ritagliando del tempo per coltivare un impensabile hobby (poesia). Patrizio comprende che le energie sono preziose e non ne possiede per combattere su più fronti. Ne consegue che invece di crearsi nemici, è opportuno che si trovi alleati: cominciando da quelli veri che gli staranno accanto tutta la vita “nella buona e nella cattiva sorte”.

Conclusioni

La storia di Patrizio ci dà speranza: a una situazione difficile si può resistere dignitosamente, cercando alleati nella vita quotidiana, affidandosi a un buon medico, ricorrendo alla propria resilienza. Occorre anche avere chiaro da dove provengono i rischi per la salute (genetici? Professionali? Relazionali?) e mettere scientemente in campo tutti i mezzi a disposizione, ivi incluso l’accertamento medico, a tutela del lavoratore.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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