Quando bastano pochi casi per paralizzare l’attività di una scuola! Lettera

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Inviata da Gianluca Corda – Sono un Dirigente Scolastico di un Istituto di istruzione superiore della Sardegna alle prese con i primi prevedibili casi di positività al COVID-19, che hanno fatto emergere alcune “grosse” criticità e contraddizioni difficili da risolvere, con il rischio di vanificare i tanti sforzi di mesi per un rientro a scuola.

La principale criticità riguarda quella che definisco la “catena della quarantena”.
I docenti vengono dichiarati dalla Azienda Sanitaria Locale in “isolamento domiciliare e sorveglianza attiva” per un periodo di 14 giorni, a seguito di lezione in classe con un alunno positivo nelle tre ultime giornate di presenza a scuola dello stesso, con comunicazione immediata per conoscenza al datore di lavoro, all’INPS e al medico di base che emette un certificato di malattia.

Questo comporta formalmente che i docenti (in media sette/otto nei tre giorni) risultino in malattia e non siano tenuti a svolgere didattica a distanza. Gli stessi, infatti, anche volendolo fare con grande disponibilità, non potrebbero ufficialmente, lasciando così “scoperta” sia l’attività nelle altre classi dove svolgono servizio, sia in quelle dove potrebbero svolgere la didattica a distanza.
Tale norma “si scontra” con i protocolli approvati dalle scuole sulla Didattica Digitale Integrata che prevedono in caso di quarantena la didattica a distanza per alunni e docenti.
A questo punto come si farà nelle scuole con l’aumento dei casi, delle classi e dei docenti in isolamento fiduciario a garantire la didattica in presenza (con pochi docenti) e quella a distanza?
Nemmeno i docenti nominati da “organico Covid” sono d’aiuto per risolvere il problema, poiché non possono essere nominati in assenza delle classi poste in quarantena.
Tutti i protocolli estivi, i piani di sicurezza degli istituti e il distanziamento dentro le scuole, sembrano “crollare” davanti a queste difficoltà.
Il risultato, determinato dall’aumento anche di pochi casi, sarà quello di chiudere le scuole e sospendere l’attività in presenza vanificando il grande lavoro, di tante persone, di questi mesi per una riapertura, riprendendo la sola attività a distanza per tutti.

Proviamo a ragionare sulle possibili soluzioni al problema:
1. Si potrebbe provare a rivedere la norma per quanto riguarda i “contatti stretti” che ad esempio per la Regione Lombardia (https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioRedazionale/servizi-e-informazioni/cittadini/salute-e-prevenzione/coronavirus/gestione-casi-covid-19) non sono automaticamente tutti i docenti entrati in classe, se questi hanno rispettato le misure di sicurezza e di contrasto adottati dagli istituti. Anche perché oltre la dichiarazione di “isolamento domiciliare”, impedisce il rientro a scuola, l’autocertificazione prevista in tutti i protocolli di ingresso nelle scuole, con la dichiarazione di assenza di “contatto” con persone positive negli ultimi 14 giorni;

2. Risulta fondamentale potenziare i servizi territoriali delle ATS- ASSL che non possono affrontare, con gli attuali organici, le stesse strutture e le stesse procedure di un mese fa, una situazione notevolmente peggiorata con l’apertura delle scuole. Un caso positivo in una scuola, infatti, “inserisce” in pochi minuti almeno trenta persone (solo a scuola) in un percorso di sorveglianza sanitaria attiva. Non possiamo chiedere a chi sta lavorando 7 giorni su 7, per 24 ore al giorno, di fare miracoli. Questo consentirebbe l’immediata individuazione dei docenti in quarantena e la conseguente certificazione del medico di famiglia che oggi arriva alle scuole quando la quarantena sta per finire, impedendo così la possibilità anche di nominare un supplente.

3. Infine i trasporti. Sono ancora tanti i genitori, nel territorio della Sardegna, che lamentano condizioni di trasporto al limite della sicurezza.
Sono argomenti che andrebbero approfonditi per evitare nel giro di poche settimane di andare tutti “a distanza”.

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