Quando avremo le quote “azzurre” nella scuola?

di Lalla
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di Francesco Iesu* – Nel mese di luglio 2012 andrà in vigore la legge Golfo-Mosca del 28/6/2011 sulle quote rosa che apre le porte alla presenza femminile ( pari ad un quinto dal 2012 ed un terzo dal 2015) nei Consigli di Amministrazione delle Aziende quotate in borsa e delle Società a partecipazione pubblica, con ciò avviando la piena realizzazione delle pari opportunità tra i due sessi, sancite dalla omonima legge 22/6/1990, anche nelle posizioni apicali, cioè di vertice.

di Francesco Iesu* – Nel mese di luglio 2012 andrà in vigore la legge Golfo-Mosca del 28/6/2011 sulle quote rosa che apre le porte alla presenza femminile ( pari ad un quinto dal 2012 ed un terzo dal 2015) nei Consigli di Amministrazione delle Aziende quotate in borsa e delle Società a partecipazione pubblica, con ciò avviando la piena realizzazione delle pari opportunità tra i due sessi, sancite dalla omonima legge 22/6/1990, anche nelle posizioni apicali, cioè di vertice.

Tale legge sancisce l’uguaglianza ”sostanziale” tra donne ed uomini, rimuovendo ogni discriminazione di fatto esistente nei confronti delle donne; discriminazione che ha le radici nei popoli più antichi (Ebrei, Persiani, Longobardi*), in base al mito atavico della “naturale” superiorità maschile contrapposta alla “naturale” inferiorità femminile, di cui era sostenitore anche S. Agostino.

Data la sua unanime condivisione, non è difficile immaginare che la legge sopra citata faccia veicolare il principio testé sancito in tutti gli altri settori della vita civile, a partire da quello politico-istituzionale, come è facile immaginare dopo l’ avvenuta consultazione della Rete Nazionale delle Consigliere di Parità da parte del neo – Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Monti, in occasione della formazione del nuovo governo, in cui una donna, per la prima volta in assoluto nella storia dei Guardasigilli, è stata nominata Ministro della Giustizia.

Se tale principio oggi è accettato da tutti , dovrebbe valere anche nei confronti degli uomini, qualora fossero discriminati dalle donne.

E’ il caso del settore scolastico, in cui la discriminazione, invece di esistere nei confronti delle donne, esiste nei confronti dell’uomo.

Infatti, la scuola italiana, negli ultimi cinquant’anni, ha registrato un progressivo e costante processo di femminilizzazione degli insegnanti, poiché la percentuale delle donne insegnanti è praticamente pari al 100% nella scuola dell’infanzia, del 95% nella scuola primaria, del 75% della scuola secondaria di primo grado (ex media). Nella scuola secondaria di secondo grado (ex superiore) abbiamo una presenza femminile pari all’85% nei licei pedagogici ( ex istituti magistrali), del 66% nei licei artistici ed istituti d’arte, del 57% nei licei classici e scientifici. La percentuale scende al 43% negli istituti professionali e al 34% negli istituti tecnici, poiché in tale istituzioni sono presenti discipline tecnologiche professionalizzanti.

La scarsa presenza di insegnanti maschili non è irrilevante, ai fini dell’apprendimento degli alunni, in quanto la figura maschile, a torto o a ragione, è considerata socialmente e culturalmente superiore a quella femminile e, in quanto tale, è ritenuta estremamente importante per ogni alunno, poiché costituisce per essi un sicuro modello di comportamento e di integrazione sociale.

E’ opinione diffusa, infatti, tra psicologi e sociologi, al di là di qualunque preconcetto o pregiudizio socio-culturale, che è determinante, nella strutturazione della personalità infantile, l’identità maschile, prima nella famiglia, che costituisce il primo nucleo sociale al quale il bambino si sottomette, e poi nella scuola: in dette comunità il maschio trova la giusta identificazione sessuale, risolvendo i problemi d’identità tipici dell’età puberale, e la femmina trova il giusto soddisfacimento del suo naturale desiderio di eleggere, quale oggetto d’amore, una persona di sesso opposto.

Si sa che i comportamenti infantili sono sempre condizionati dai valori socio-culturali, che i bambini stessi intuiscono come regolatori di rapporti sociali: intuire l’esistenza di valori preponderanti rispetto ad altri, intuire la necessità di conformarsi a schemi convenzionali di comportamento, che costituiscono condizione necessaria per essere accettati dalla società, costituisce per il bambino, fin dalla prima età, problemi di estrema difficoltà.
Nella famiglia tradizionale come in quella di fatto, in cui i genitori svolgono prevalentemente attività che li portano a vivere fuori dalle mura domestiche, la figura paterna, a qualunque strato sociale si appartenga, è molto spesso la grande assente. Se la donna, vincolata al suo ruolo tradizionale di educatrice in seno alla famiglia e sovente educatrice per scelta professionale nella scuola, condizionata da valori morali che ne esaltano la funzione materna, inibendo o limitando le altre funzioni sociali che pure nella realtà quotidiana ella svolge, riesce ancora a conciliare tali funzioni e ruoli sociali esterni al nucleo familiare con un rapporto assistenziale ed affettivo con i figli, l’uomo di solito rifugge ogni conciliazione di ruoli diversi, restando prevalentemente fuori dall’ambiente e dai problemi familiari. Ancorato e limitato dal suo”non saper fare e “”non saper essere” in famiglia, sia a livello di rapporto con la casa – che resta perimetro protettore e contenitore della struttura familiare – e sia a livello di rapporto assistenziale con i figli. Una presenza più costante del padre in famiglia, una sua più attenta, responsabile partecipazione ai problemi quotidiani dell’organizzazione familiare, compresi quelli della loro istruzione, costituirebbe un contributo equilibrante di contraddizioni psicologiche per tutti i componenti della famiglia.

Una tale collaborazione aiuta a superare le conflittualità della madre di famiglia di oggi, divisa e contesa tra ruolo professionale – sempre meglio qualificato e qualificante per le leggi citate – che ella svolge fuori dalle mura domestiche e ruolo di moglie -madre, i cui schemi tradizionali, pur essendo attualmente messi in discussione, non sono ancora stati modificati dalla cultura contemporanea.

Un’assunzione di “doppio lavoro” (in casa, privilegiando il rapporto assistenziale con i figli, e nel luogo di lavoro, svolgendo i propri doveri professionali) anche da parte dell’uomo, oltre a dar nuova dignità e presenza, in una dimensione affettiva e morale meglio adeguata alle esigenze dei figli alla figura paterna, renderebbe realmente paritario, nell’ambito della famiglia e nella società il rapporto uomo-donna, componendo così buona parte di quelle conflittualità che costituiscono oggi momento di crisi dell’istituzione familiare.

Se, poi, la famiglia si sfascia, a seguito di divorzio o separazione legale, sempre più numerosi, viene addirittura a mancare la figura paterna, in quanto il genitore, pur essendo tenuto a finanziare la famiglia, viene allontanato dal figlio, senza poterlo seguire anche negli studi.. In tali casi sarebbe veramente deleterio se il figlio nella scuola trovasse quasi sempre insegnanti di sesso femminile.

Alla luce delle osservazioni testé formulate, nella scuola non può assolutamente essere ancora emarginata la figura dell’insegnante maschile, per cui sarebbe auspicabile da parte dei nuovi governanti approvare un legge che provvedesse ad istituire quote riservate a tale categoria di insegnanti. Nell’attesa si potrebbe intervenire in via amministrativa con un decreto ministeriale che, nell’assegnazione dei posti da mettere a concorso per le nuove abilitazioni al’insegnamento (Tirocinio Formativo Attivo), prevedesse un’aliquota del 20% per l’accesso all’anno di tirocinio riservata agli insegnanti di sesso maschile, cioè una quota “azzurra”.

*Dirigente superiore emerito del MIUR

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