Quale scuola riapriamo? Lettera

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inviata da Walter Vannini, ITIS “E. MATTEI”, Urbino 

La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha per ora già fatto dietrofront sull’idea abbastanza balzana di andare a scuola a corrente alternata, un po’ a scuola, un po’ in videoconferenza.

La “didattica mista”, con metà alunni a scuola e metà collegati da casa, e con una alternanza nella settimana dei ragazzi sui banchi di scuola, è solo “una proposta, non sono decisioni già prese o imposte, sono elementi di dibattito”.

Dopo le critiche alla modalità di avvio dell’anno scolastico che aveva illustrato, arriva la precisazione della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina che spiega come “la didattica mista potrebbe essere adottata, almeno all’inizio dell’anno scolastico, per gli studenti più grandi e non nelle prime classi dove la soluzione potrebbe essere quella di uso anche di spazi all’aperto con lo sport, e dell’aumento di attività, come la musica o l’arte che possono essere fatte garantendo il distanziamento”. (Fonte La Repubblica 3 maggio 2020)

Precedentemente la notevole ministra aveva già fatto dietrofront sull’idea dei doppi turni.

Il problema è che, dietro-front o non dietro-front, le alternative reali sono solo tre:
1. frequenza piena in aula, ma a classi ridotte
2. classi normali, ma suddivisione della frequenza fra aula e online
3. frequenza piena in aula e classi normali, come se nulla fosse.
Dando per scontato che l’opzione 3 non sia realmente praticabile vista la probabilità di una recrudescenza di CoVid nell’autunno, rimaniamo con le due prime scelte.

Queste scelte però non sono di immediata realizzazione, né a costo zero (o “senza oneri ulteriori”, come amano scrivere al Ministero). Al contrario, entrambe le opzioni richiedono investimenti ingenti e immediati.

Fatto sta che siamo a sei settimane dalla chiusura delle attività didattiche, e non c’è l’ombra di un’idea su che tipo di scuola vogliamo riaprire. Questo è un problema perché, dal punto di vista organizzativo, settembre è dopodomani: il momento di preparare la scuola di settembre è adesso, non fra un mese o due.

Scuola tutta in presenza

Se dovremo tornare a un orario scolastico interamente in presenza e vogliamo mantenere almeno una parvenza di distanziamento (con tutti i limiti del fatto che il distanziamento può valere per contatti estemporanei, non per passare ore in uno stesso ambiente) è palese che dovremo incrementare il numero dei docenti e il numero delle aule.

Negli anni molti edifici scolastici sono stati chiusi per risparmiare, accorpando quelle stesse classi che oggi vogliamo distanziare. In alcuni casi parliamo di ambienti rimasti inutilizzati per anni, ambienti dei quali occorre valutare e ripristinare l’agibilità e l’operatività. Abbiamo solo i tre mesi estivi: quando si ha intenzione di procedere?

Scuola a presenza parziale + online

La ripartizione dell’orario scolastico fra aula e online è forse ancora più complessa.

Aula e online in contemporanea

Una prima possibilità è che l’intera classe fruisca della lezione in contemporanea: una parte in classe, l’altra da casa. Condividere online in tempo reale la LIM e l’audio di ciascuna classe rappresenta il minimo concepibile per una simile scelta. A tutti gli effetti, da casa si avrebbe un soporifero “effetto UniNettuno”.

Un’esperienza appena migliore potrebbe essere la condivisione della LIM, dell’immagine e dell’audio del docente, e allo stesso tempo degli avatar degli studenti remoti, inclusa la possibilità di un effettivo dialogo bidirezionale in tempo reale fra l’aula e gli studenti remoti.
Questo è tecnicamente fattibile, ma aldilà delle attuali dotazioni delle classi. Inoltre, presuppone che ciascun istituto sia dotato di banda sufficiente per permettere lo svolgimento contemporaneo di tutte le classi. Stiamo parlando di molteplici connessioni in fibra.
E quando la installiamo tutta questa fibra, ammesso e non concesso che sia disponibile in tutti i Comuni interessati?

Aula e online in differita

Un’altra possibilità è quella che gli studenti fruiscano in differita della lezione svolta online.

Escluderei la semplice riproposizione della registrazione della lezione dal vivo: poche cose sono più soporifere. Questo significa che il docente dovrebbe creare una copia pensata per la fruizione online di tutto o quasi il programma.

Tralasciamo per il momento che la produzione di materiale specifico per l’online (che sia audiovisivo o semplicemente digitale) ha tempi molto superiori alla produzione di una lezione di persona. Resta il fatto che ogni docente dovrebbe disporre delle attrezzature, dei software e delle competenze per produrre questo genere di contenuti. Chi e quando fornirà queste attrezzature e questi software? Chi e quando formerà queste competenze?

Inoltre, per quanto detto sopra, i materiali per l’online devono essere prodotti in anticipo rispetto alla programmazione scolastica. Settembre, ripeto, è dopodomani. Quando devono iniziare i lavori?

Non tiriamo fuori i soliti cliché “con uno smartphone si fa tutto” o “con il software XYZ si fa tutto”, per favore.

Prima che qualcuno se ne dimentichi, i docenti di ruolo hanno sicuramente a disposizione almeno fino a luglio, a patto che qualcuno gli dica cosa devono fare. Non che sia tempo libero, ma almeno è pagato.

Il contratto di un precario, però, non va oltre il 30 di giugno. Posto che si decida di preparare i materiali durante l’estate, significa che un terzo circa degli insegnanti può scegliere fra lavorare gratis tutta l’estate e arrivare a settembre senza materiali per l’online?

I problemi a casa

Occorre poi pensare all’altro piatto della bilancia: gli studenti. Quando parliamo allegramente di alternare classe e online, diamo per scontato che sia possibile. Ma il fatto che magari a casa non c’è nessuno dove lo mettiamo? Perché dai 14 anni in poi ancora ancora, ma lasciare a casa da solo un bambino delle elementari è abbandono di minore.

Quindi in una famiglia con due genitori che lavorano uno deve rinunciare all’impiego perché il figlio a giorni alterni non va a scuola?

Ammesso e non concesso che questo non sia un problema, la famiglia dispone dei mezzi necessari? Stiamo dicendo un PC, videocamera, cuffie, linea dati flat capace di sostenere una connessione audio/video in modo continuativo. Ricordiamoci che l’Italia non è Milano, Roma e Torino: in provincia (cioè in tutta l’Italia) i fortunati con la banda larga hanno un upload di 2 o 3 Mbit col vento a favore: il che significa che le videoconferenze hanno una ricezione magari decente ma una trasmissione che nel migliore dei casi lascia a desiderare e spesso è da lasciar perdere.

E chi ha due o più figli in età scolare? Siamo sicuri che la famiglia disponga dei mezzi per far seguire a tutti le lezioni online in contemporanea?

Anche qui: non è certo un problema irrisolvibile, ma quando e con quali soldi si comprano queste attrezzature?

La transizione forzata al digitale sta reintroducendo odiose discriminazioni di censo nell’obbligo scolastico. Vogliamo occuparcene o aspettiamo di accorgerci che a Novembre metà degli alunni non è in grado di seguire le lezioni?

Parlando di discriminazioni, vogliamo parlare degli studenti con bisogni speciali? Perché la prima volta abbiamo avuto l’emergenza e passi, ma per la riapertura dell’anno scolastico il problema del sostegno anche in remoto dovrà essere stato messo a regime. E quando ne parliamo?

La sicurezza a scuola

Alla riapertura la scuola dovrà comunque garantire adeguate misure di sorveglianza sanitaria. Siccome al Ministero prendono sul serio la questione di lavarsi le mani, pare che sarà il singolo Preside a doversi occupare delle misure di sicurezza e sanificazione, la bozza di che circola dice proprio.
saranno i dirigenti scolastici a dover assicurare le informazioni utili e la formazione del personale e a redigere, quindi, un piano per la pulizia e la sanificazione di aule, uffici e corridoi. I capi d’istituto potranno chiamare, a titolo gratuito, professionisti, esperti di Sanità e pensionati per gestire questo aspetto così delicato
a parte che verrebbe da dire ancora con questa idiozia del titolo gratuito? E poi, perché limitarsi a esperti e professionisti: perché già che ci sono non dicono che basta la passione, visto che lo fanno sempre per l’informatica?
Ma poi: io capisco che nella scelta dei ministri la competenza conti come il due di ghiande quando comanda bastoni, ma siamo sicuri che abbia senso stabilire azioni a costo zero, per dipiù assegnate a “professionisti, esperti di Sanità e pensionati”? No, perché Hitler nel bunker di Berlino, quando spostava sulla mappa i segnaposto di divisioni inesistenti, era più lucido di così.

La tutela dei dati personali a scuola

Ma non finisce ovviamente qui: fra le cose che il dirigente scolastico dovrà tenere sott’occhio nelle varie misure di sicurezza, ci sarà probabilmente la rilevazione della temperatura, almeno del personale docente e ATA.
E qui come la mettiamo con la gestione di dati personali? Detto fuori dai denti, a che punto siamo con i DPO/RPD (Responsabili della Protezione dei Dati) nelle scuole? Anche loro a titolo gratuito o a 300€/anno?
Perché ricordiamoci che i presidi stanno ancora aspettando i DPO provinciali promessi dal Ministero e poi cancellati d’imperio a 48 ore dalla piena applicazione del GDPR. Quarantotto ore, a fine anno e fine budget, nelle quali i presidi hanno dovuto affidare l’incarico di controllo sulla liceità e correttezza dei trattamenti al primo che fosse disposto ad assumerselo per qualche centinaio di euro di fondo di bilancio.
Quindi ripeto, a che punto siamo con l’implementazione del GDPR nelle scuole? Perché o si fa con un budget, o non si va da nessuna parte. E anche la pazienza del garante sta finendo. Ma ci arriviamo.

E le infrastrutture?

Per concludere la parte tecnica, possiamo dire che servono investimenti ingenti in hardware e software sia per le scuole che per i docenti che per gli studenti.
E questo è il livello zero!!! Perché una volta che tutti hanno le dotazioni che servono, su quali infrastrutture devono appoggiarsi? Mettiamo tutti i dati della scuola sul cloud di Google, o su quello di Microsoft?
Sentite cosa scrive il Garante privacy alla ministra dell’Istruzione:
In assenza di direttive specifiche, gli istituti scolastici hanno sinora provveduto ricorrendo a soluzioni tecnologiche, offerte da vari fornitori, non sempre caratterizzate da garanzie adeguate in termini di protezione dei dati personali e talora notevolmente vulnerabili.
… tra i criteri da seguire nella scelta degli strumenti tecnologici mediante cui svolgere l’attività formativa da remoto, devono assumersi anche quelli inerenti le garanzie offerte in termini di protezione dati.
In questo senso, il registro elettronico – fornito da soggetti già designati responsabili del trattamento – potrebbe rappresentare lo strumento elettivo mediante cui realizzare (almeno) una parte significativa dell’attività didattica, riducendo proporzionalmente il ricorso a piattaforme altre, che oltretutto non sempre si limitano all’erogazione di servizi funzionali all’attività formativa.
Il Garante vigilerà […] sulla legittimità del trattamento dei dati personali svolto mediante le varie piattaforme utilizzate per la didattica a distanza, ma al fine di elevare le garanzie di riservatezza accordate in tale contesto è determinante la funzione di orientamento che il Suo Dicastero può svolgere, rispetto alle scelte dei singoli istituti scolastici.
Prioritario, in tale contesto, appare dunque il completamento della disciplina dell’utilizzo del registro elettronico, di cui è auspicabile valorizzare la centralità nell’ambito degli strumenti volti a favorire la dematerializzazione di parte dell’attività didattica.
Tradotto: caro Ministero, cari Istituti, smettetela di giocare a scaricabarile, perché una volta va bene ma la seconda vi bastono.
E la Ministra non pensi di chiamarsi fuori lavandosene le mani, perché il Ministero è contitolare dei trattamenti, il che significa che ogni sanzione a un Istituto si traduce in una seconda sanzione al Ministero. Così, giusto se qualcuno pensasse ancora che la protezione dei dati personali è uno scherzo.
Quindi dobbiamo portare le scuole in cloud, ma al difuori delle piattaforma tossiche. Farlo si può, basta vedere l’esempio di iorestoacasa.work.
Però, io restoacasa.work e altre iniziative simili non possono proseguire ad infinitum come iniziative gratuite. Dirò di più: nella scelta di servizi per la scuola, non si può partire dalla gratuità come criterio di scelta, perché a forza di dumping i giganti della rete hanno distrutto l’industria dei servizi IT.

Mettere la scuola in cloud, non in braccio a Google

Occorre dare vita a una federazione di iniziative distribuite sul territorio, fornitori dei quali gli istituti possano fidarsi e sui quali possano esercitare il livello di controllo necessario a garantire che il trattamento dei dati avvenga in piena sicurezza.

A questo riguardo, l’iniziativa della D.ssa Maria Conserva, dirigente della scuola media Bianco-Pascoli di Fasano è doverosa: non possiamo cedere a Google (o a chiunque altro) la giurisdizione sui dati di un’intera generazione di studenti. Le scuole devono riprendere il controllo delle infrastrutture IT da cui dipendono. E devono farlo subito, se vogliamo far uscire dall’emergenza le lezioni online.

Questo significa introdurre sistemisti nelle scuole: anche con fornitori locali federati non è pensabile che il livello di autonomia di una scuola sulla propria infrastruttura cloud e IT sia “chiamo il servizio clienti”.

E nelle scuole occorre anche introdurre degli informatici, perché non si può continuare a delegare gratuitamente le selte sulle politiche IT al docente “con la passione”. Occorre qualcuno che definisca le politiche IT (strumenti, fornitori, naming convention, policy di sicurezza e di accesso, formazione, audit) e se ne assuma la responsabilità.

Gli informatici nelle scuole sono necessari anche per poter finalmente tradurre in realtà le indicazioni AGID sull’uso di strumenti open source, fin qui rimaste lettera morta per mancanza di formazione e di direzione.
Sovranità digitale

Con la scusa dell’emergenza si è corsi dal primo che permetteva di svolgere lezioni online, e chi non è finito in mano a Google è finito in mano a Microsoft. A settembre, però, la scusa dell’emergenza non varrà più, e bene fanno il Garante e ancor più la preside Conserva a far notare che i giganti della rete esautorano completamente gli istituti dal controllo sui dati personali di cui hanno la responsabilità.

Il Garante indica nei Registri Elettronici il punto da cui ripartire per uscire dall’emergenza; i fornitori delle applicazioni di Registro Elettronico sono infatti Responsabili (esterni) del trattamento, ma gli add-on (Zoom, Jitsi, Teams, Meet, ecc.) che propongono per integrare con funzioni di aula virtuale la propria offerta sono una scelta indipendente del Preside, che si prende tutte le responsabilità di garantire che le piattaforme terze non abusino dei dati (il che è palesemente impossibile con tutte le piattaforme dei GAFAM, per i quali i dati personali sono parte del core business).

Da qui a settembre il tempo per assicurarsi che le funzionalità di aula virtuale rispettino la sicurezza dei dati personali c’è, ma significa parlare con i fornitori e approntare i server che possano ospitare i server di videoconferenza Jitsi Meet o BigBlueButton, oltre ovviamente a Moodle (per i corsi e i test online) e alle cartelle condivise.

A patto di partire veloci il tempo c’è, ma i soldi? I dirigenti scolastici hanno bisogno immediatamente del budget con cui realizzare la propria infrastruttura cloud, in termini di fornitori, servizi e personale.

La ministra Azzolina non pensi di chiamarsi fuori o di lavarsene le mani lasciando “libertà di scelta” ai singoli dirigenti: il Ministero è contitolare di tutti i trattamenti di dati personali della scuola. Contitolare significa corresponsabile. E se una sanzione a un singolo istituto può essere contenuta, il Ministero dovrà rispondere della propria politica riguardo a migliaia di istituti in Italia. A buon intenditor…

Ricapitolando

A dire “facciamo la didattica online” ci vuole poco. Ma ecco una lista (sicuramente ancora parziale) di azioni quelle quattro paroline presumono:
1. se si vuole ridurre il numero di alunni per classe:
◦ ridurre reperire aule e edifici, ristabilire piena agibilità e funzionalità
◦ procedere all’arruolamento dei docenti necessari (v. punto 5)
2. connettere in fibra le scuole di ogni ordine e grado
3. dotare ogni classe della strumentazione necessaria alla didattica a distanza
4. avviare la produzione di materiali fruibili online per ogni materia di insegnamento
5. estensione a tutto il prossimo anno scolastico del contratto di tutti i precari, con copertura anche dei mesi estivi, per garantire la produzione dei materiali fruibili online da settembre
6. dalla chiusura dell’anno scolastico, formazione a tutti i docenti sugli strumenti di didattica a distanza e di produzione di materiali fruibili online
7. costituzione di una federazione di fornitori locali di servizi cloud alle scuole; definizione su base nazionale dei livelli di servizio
8. fornitura a ogni studente delle apparecchiature necessarie per la fruizione di didattica online
9. definizione e rafforzamento del ruolo degli insegnanti di sostegno nella didattica a distanza
10. istituzione di un servizio di “student sitter” per i periodi delle lezioni a casa nelle famiglie dove entrambe i genitori lavorano
11. ristabilimento del responsabile IT e del responsabile tecnico dei Sistemi in ciascun istituto
12. revisione di tutti i contratti per DPO/RPD
13. adozione di strumenti informatici open source sia per la produttività personale che per i servizi di didattica a distanza
14. definizione di contratti di fornitura di servizi cloud (condivisione di file, videoconferenze, aula virtuale) nel rispetto del GDPR, inclusi i piani di audit.

Inutile a dirsi, nessuna di queste azioni può essere fatta “senza ulteriori oneri”. Il Ministero e il Governo hanno il dovere di reperire le risorse: dopo decenni, la scuola deve ritornare una priorità per il Paese.

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