Qualcosa non funziona nella scuola italiana: alcune riflessioni. Lettera

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Inviato da Anna Monia Alfieri – Durante i giorni del lockdown, e poi ancora nei mesi successivi, abbiamo più volte parlato della grave ingiustizia che vede i genitori discriminati nell’esercizio della responsabilità educativa nei confronti dei propri figli.

Infatti, in Italia (unica grave eccezione in Europa) la famiglia, dopo aver pagato le tasse, deve pagare per la seconda volta, con le rette, se iscrive il proprio figlio presso una scuola paritaria.

Si tratta di una palese ingiustizia che, negli anni, ha reso il Sistema Scolastico iniquo: abbiamo ampiamente argomentato come il Covid abbia portato alla luce questa realtà, senza più filtri, facendo cadere il muro dell’ideologia. Quest’ultima faceva sembrare normale che la famiglia pagasse (due volte) la libertà di scelta educativa e, colpevolizzando la scuola paritaria, giustificava ciò che per superficialità non era possibile spiegare.

Il Covid, in sostanza, ha squarciato il velo dei costi: la scuola statale – che costa, in tasse dei contribuenti, euro 8.500 – non è ripartita per tutti gli allievi (mancano i docenti, i banchi, le aule), compresi i più poveri e i disabili; la scuola paritaria – con rette tra i 4.000 e i 5.500 euro annui – è ripartita ed è ripartita in sicurezza.

Avendo compreso (non era scontato) che la scuola statale non è affatto gratuita, ora facciamo un passo avanti e ci chiediamo: “Come vengono spesi i soldi dei cittadini, considerato che le famiglie debbono portare la carta igienica e le risme di carta, che mancano i docenti e, per il dovuto distanziamento, le 40 mila sedi scolastiche non sono ripartite?”.

Per 7 milioni di studenti la scuola statale non è ripartita regolarmente (doppi turni e scuola dalle due velocità). I più danneggiati sono i poveri e i 285 mila allievi disabili. Dall’altra parte, i 900 mila allievi che frequentano le 12 mila scuole paritarie regalano allo Stato italiano 8.500 euro (tasse pagate per una scuola non frequentata), ai quali vanno aggiunti i denari spesi per le rette.

Evidentemente qualcosa non ha funzionato e continua a non funzionare.

Ormai il paradosso è evidente. Certamente le proposte dei patti educativi fra le statali e le paritarie per permettere a tutti  gli 8 milioni di studenti di avere garantito il diritto all’istruzione (che in queste ore appare un privilegio), così come l’immediata rivisitazione delle linee di finanziamento del sistema scolastico italiano con l’introduzione dei costi standard di sostenibilità per allievo (5.500 euro in media) appaiono, considerata la realtà dei fatti, le uniche soluzioni. Soluzioni che il Governo deve mettere in cantiere già con la prossima Legge di Bilancio.

D’altronde non è più solo l’esperienza europea a suggerircelo, ma anche la diretta esperienza in patria. La scuola che riparte a macchia di leopardo ci racconta di alcune regioni italiane che, avendo negli anni avendo investito nel pluralismo educativo, hanno altresì favorito un processo virtuoso di collaborazione fra scuole pubbliche statali, innalzando il livello di qualità della scuola, risparmiando danari e – guarda caso! – permettendo alla scuola post-Covid di ripartire.

L’ideologia si batte a colpi di calcolatrice: i numeri sono sempre gli unici capaci di restituirci la realtà per quella che è. Difatti nel Focus “La scuola del futuro: una scuola per tutti. La scuola di oggi: una scuola d’élitesono i numeri a confermare che autonomia, parità e libertà di scelta educativa non sono slogan, bensì percorsi di diritto e di economia imposti dal buon senso e da una politica responsabile.

E nel Focus si racconta dell’esperienza lombarda con la Dote scuola, del Buono pensato da Veneto, presente anche in Regione Piemonte e Liguria, seppur in misure differenti. E che cosa succede nel resto della penisola? Il Focus fa un passo avanti, spiegando con i dati come mai una scuola statale che costa 8.500 euro non riparte, mentre la scuola paritaria da 5.000 euro riparte grazie anche alla leva della Autonomia. Schiava la scuola statale, non libera quella paritaria.

Nessun cittadino ormai potrà più accettare che gli 8.500 euro spesi non garantiscano un diritto che, mediante il ricorso a logiche gestionali intelligenti, sarebbe garantito per tutti a 5.500 euro, liberando semplicemente le somme dalla morsa dello spreco e del ricatto che vede i docenti precari a vita.

Oggi è chiaro ai genitori e ai cittadini quale è lo scenario della scuola in Italia. Da qui bisogna ripartire per soluzioni definitive, tese ad evitare che il sistema scolastico, oltre ad essere iniquo, divenga tale da ridurre il diritto all’istruzione a privilegio:

  • L’allievo che frequenta la scuola statale costa in tasse dei cittadini 8.500 euro, ma questa scuola nel post-Covid non è riuscita a ripartire per tutti gli studenti.
  • Se una famiglia italiana sceglie la scuola paritaria, lo Stato trattiene gli 8.500 euro e le dice che deve arrangiarsi, pagando una seconda volta con la retta. Nel resto d’Europa, tutto ciò non avverrebbe: ad esempio, nella laica Francia potreste frequentare gratis la scuola paritaria delle suore, avendo già pagato le tasse allo Stato.
  • La scuola paritaria, dovendo pagare regolarmente i docenti, le imposte, le tasse, le utenze e gli immobili, è costretta a chiedere la retta. Notate bene che lo Stato italiano ogni anno dichiara che tutte le scuole paritarie che chiedono una retta pari o inferiore al Costo medio per studente chiedono una retta simbolica. In sostanza, si dice che una scuola non può costare meno di euro 6.006. Chiaramente le scuole paritarie negli anni hanno chiesto una retta inferiore a tale cifra per non tagliare in due la società: si è innescato così un processo di indebitamento che, quando non controllato, ha portato al collasso e alla chiusura moltissime realtà, con un conseguente effetto negativo sulla cultura, l’economia, la tenuta sociale del territorio.

Insomma, i dati ufficiali ci dicono che la scuola statale costa 8.500 euro annui. Ed è sempre lo Stato Italiano a stabilire con proprio atto ufficiale (link) che la Scuola dell’Infanzia non può costare meno di euro 5.278, la Scuola Primaria meno di euro 5.704, la scuola Secondaria di I grado meno di euro 6.348 e la Scuola Secondaria di II grado meno di euro 6.694. Ne conseguono delle domande che rivolgo direttamente ai genitori:

  1. Come mai per vostro figlio che frequenta la scuola paritaria lo Stato vi riconosce solo 752 euro? Chi paga la differenza? Ancora: la scuola paritaria che vi chiede una retta molto inferiore (e qui lascio a ciascuno di voi il confronto con la propria realtà) dove avrà trovato i soldi? Si sarà indebitata? Avrà ipotecato gli immobili? Forse questo vi spiega perché le scuole con rette esigue lungo gli anni hanno chiuso. Inevitabilmente, fatti i conti della serva, in futuro la scuola paritaria non potrà non pensare a rette inferiori a 5.500 euro, pena la perdita definitiva del pluralismo educativo.
  2. È civile un Paese che esclude dalla scuola i disabili? Eppure, lo Stato italiano destina a loro 5 Mld, cioè 20 mila euro per ciascun allievo. Come vengono spese queste risorse? È civile discriminare il disabile se opta per la paritaria, soprattutto considerato che la statale lo lascia a casa in queste ore? Perché alla famiglia del disabile, se sceglie la scuola paritaria, la somma è decurtata a 1.700 euro? Chi paga la differenza?

Credo sia giunto il tempo di invertire il senso delle domande, perché il Covid ha chiarito che non si tratta di contributi erogati alla scuola, ma di contributi tolti alle famiglie che, a cascata, portano la scuola a porsi a propria volta alcune domande molto semplici: “Chi paga? Per un po’ mi indebiterò, ma, se l’estrema conseguenza sarà privare per sempre la Nazione del pluralismo condannando il Paese Italia al monopolio educativo, allora dovrò chiedere una retta che mi consenta di proseguire l’opera educativa. Cercherò di introdurre tutti i migliori criteri amministrativo-gestionali, farò sacrifici enormi, ma dovrò chiedere la retta”.

Le famiglie si pongono le loro domande, i Gestori a loro volta si interrogano su quale retta chiedere per cercare di intercettare tutta la società… Ma, alla fine, chi ci guadagna da un sistema scolastico iniquo, un sistema che esclude i poveri e i disabili? Abbiamo dimostrato che gli 8.500 euro non servono a pagare di più e meglio le strutture e i docenti.

Dunque, se il Covid ci dimostra che una scuola paritaria da 5.500 euro riparte e una scuola statale che costa 8.500 euro no, ci corre l’obbligo di rivendicare per voi e per i vostri figli la garanzia di un diritto fondamentale quale è il “diritto all’istruzione”. Credo che, lungo questi anni, la scuola paritaria abbia sbagliato a cercare di gestire, in un certo senso mediare, questa ingiustizia con la carità, i benefattori, le elemosine: il prezzo è stato un mancato senso civico nei cittadini, che si sono abituati al fatto che nella statale si devono far andare bene tutto (“Tanto è gratis”) e che la paritaria è riservata a chi se la può permettere. I numeri, invece, indicano altro.

Nel Focus si dimostra che nell’arco di due anni, qualora a partire dalla prima occasione utile (che è la Legge di Bilancio) non si decide di rivedere le linee di finanziamento del sistema scolastico italiano, il futuro prossimo sarà una scuola statale sempre più fallimentare e una scuola paritaria che, per poter esercitare il suo ruolo pubblico, dovrà chiedere rette non inferiori a 5.500 euro; le famiglie la sceglieranno con enormi sacrifici, pur di dare una possibilità ai figli. Oppure non la sceglieranno, perché non possono permettersela.

Quindi il diritto all’istruzione sarà inteso come un lusso, una cosa da ricchi, come lo è stato per secoli: il figlio del ricco a scuola, presso collegi prestigiosi, il figlio del povero nei campi con il nonno, il papà e i fratelli più grandi. Il tutto senza una ragione di diritto e di economia: pura “idiozia culturale”.

Auguriamoci che, grazie a questo passaggio di consapevolezza senza precedenti, il pluralismo sia salvato. Perché un Paese che si appresta al monopolio educativo (molte aree del Sud sono irrimediabilmente indirizzate in tal senso) e al diritto all’istruzione come un privilegio è un Paese che ha tutto da perdere. Questo è dunque il mio augurio ai giovani, agli studenti, ai docenti, ai genitori: attraverso un alto senso civico, si custodiscano le fondamenta della Repubblica e i principi della Costituzione.

Molto dipende dalla nostra capacità non restare indifferenti, ma di scegliere di porci al servizio dei diritti degli altri. È l’indifferenza che legittima la discriminazione. La libertà implica responsabilità e un alto senso civico.

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