Puntare sulla scuola: classi di max 15 alunni, continuità ai docenti di sostegno, nuova didattica, inserire educatori e pedagogisti

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Puntare sulla scuola…Ma come? Il riconoscimento della professionalità e dell’autorevolezza istituzionale del docente è il caposaldo dei “cambiamenti complessi”  La pandemia ha obbligato le istituzioni a mettere finalmente la scuola al centro delle scelte politiche che, tuttavia, hanno avuto finora carattere di provvisorietà dettate dalla emergenza pandemica. C’è da augurarsi che nei prossimi mesi si realizzino scelte di sistema più sostanziali, capaci di riconoscere il valore sociale dell’istruzione e la pluralità culturale.

La scuola ha la finalità di Educare, Istruire, Formare, un compito che evidentemente non coinvolge solo i docenti e le famiglie le quali, peraltro, negli ultimi tempi, di fronte alle varie inefficienze, hanno adottato un atteggiamento auto salvifico attraverso la reciproca delega educativa e la conseguente vicendevole colpevolizzazione. D’altra parte scuola e famiglia, tristemente definite “agenzie” educativo-formative, sono state lasciate sole nella gestione di un sociale in vorticoso cambiamento connotato dalla complessità e che richiede quanto
meno un’educazione al pensiero complesso.

Ciò premesso le scelte politiche immediate e future devono avere come finalità un cambiamento realmente trasformativo del sistema scolastico, tenendo conto delle problematiche oggettive pluridecennali e ascoltando in primis coloro che abitano la scuola. Un compito che richiede il possesso di specifiche competenze pedagogico- educative da parte di chi, istituzionalmente, deve avanzare proposte che siano valide e sostenibili. Ma soprattutto occorre, prioritariamente, un atteggiamento di propositività, evitando la critica giudicante che non è mai costruttiva.

Per esempio, sarebbe giusto riconoscere che in questi mesi di emergenza sanitaria i docenti hanno compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana dal punto di vista della didattica per garantire l’istruzione, l’ascolto, l’attenzione verso bambini e adolescenti.

Bene o male o così e così, ciascun docente si è messo in gioco, ha imparato a utilizzare le piattaforme on line, spesso con una formazione anch’essa emergenziale. Andrebbe tenuto conto che i docenti, che non sono impiegati che lavorano con le pratiche e da remoto per riunioni di lavoro, hanno interagito con soggetti in età evolutiva, venticinque e più studenti per volta, attraverso uno schermo, quando è già difficile farlo in presenza.

I soggetti in età evolutiva sono persone in crescita, con bisogni specifici, che stanno crescendo in un mondo dominato dalla globalizzazione, dalla competitività, dalla richiesta di efficientismo aziendalistico, dalle problematicità familiari, da contesti sociali alquanto difficili, dagli effetti negativi e spesso devastanti dei social media, perennemente sottoposti a valutazione “giudicante”.

Vale la pena ricordare che finora la scuola è stato quel mondo dove i docenti hanno dovuto coinvolgere studenti e genitori per tinteggiare i muri fatiscenti delle aule ( che conservavano le tracce di generazioni di alunni passate da lì), hanno dovuto inventarsi spazi laboratoriali per le attività extracurricolari, hanno dovuto portare da casa materiali per la didattica perché a scuola non ce ne sono abbastanza, hanno dovuto cercare di rispondere al meglio alla crescente presenza di alunni con diversa abilità perché il numero degli insegnanti sul sostegno è insufficiente, rispondere alle decine di situazioni intrafamiliari che si riversano sugli alunni, un numero in crescita, accogliere le persone di minore età che non conoscono la lingua e tanto altro. Insomma, la scuola è da sempre abitata da docenti per lo più appassionati, in gran parte motivati, creativi, inventori, capaci di impiegare ore e ore per fare della propria scuola un luogo educativo, uno spazio accogliente e capace di rispondere alle esigenze dei propri studenti, consapevoli che il surplus di ore verrà retribuito in modalità forfetaria. Neppure la pandemia è riuscita a fermarli.

I principi ispiratori dell’auspicato cambiamento devono essere la consapevolezza che la scuola è fulcro di Cultura, è volano di cambiamento, è promessa di futuro, è possibilità di realizzazione personale e di sviluppo sociale. Si tratta evidentemente di finalità che riguardano tutti gli adulti ed è in questo senso che occorre corresponsabilità educativo- formativa e sociale. I cambiamenti auspicabili non possono coinvolgere solo il sistema scuola, oggi si deve parlare di cambiamenti complessi, ovvero capaci di coinvolgere scuola, famiglia, società, terzo settore, ogni trama possibile.

Va ripensata l’architettura delle scuole per sostituire le strutture che finora hanno ricevuto provvedimenti superficiali, estemporanei. Va ripensata la composizione delle classi che devono contenere massimo 15 alunni, va garantita la continuità ai docenti sul sostegno se si vogliono realizzare autenticamente processi inclusivi, va rivisto in toto il sistema di valutazione degli alunni (l’alternarsi delle riforme è indice di incertezza epistemologica più che decennale), vanno sistematizzate nuove metodologie didattiche che non siano lasciate alla libera volontà di insegnanti volenterosi e motivati, vanno inseriti nelle scuole educatori e pedagogisti onde evitare il dilagare delle certificazioni di ogni genere che non sempre tutelano gli studenti e i loro processi di apprendimento. Da ricordare che i docenti dedicano una moltitudine di ore alla compilazione di PDP, piani didattici personalizzati, ma non sempre ci sono reali condizioni per garantire l’individualizzazione dell’apprendimento.

Va snellita la burocrazia che occupa, preoccupa e sovrasta l’attività didattica dei docenti, vanno organizzati sistematici sportelli d’ascolto pedagogici nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. I nostri adolescenti, privati dei riti di passaggio, vivono un tempo in cui sembrano avere tutto ma non hanno niente, homo consumens in crescita, oggetti di mercificazione sociale.

L’allungamento dell’orario scolastico, così come si paventa in questi giorni (che offende peraltro la dignità di tutti quei docenti che hanno operato più che attivamente in periodo di DaD oppure di DDI) o la riforma della valutazione nella scuola primaria (Ordinanza ministeriale n°172 del 4 dicembre 2020 e le relative Linee guida) o l’arrivo del nuovo PEI (decreto interministeriale 29 dicembre 2020, n. 182) sono scelte recenti che hanno investito la scuola in una fase “emergenziale”. Va considerato che ogni scelta, proposta o provvedimento, perché sia efficace, deve rappresentare il risultato di un’accurata riflessione scientifica e di un’assidua e compartecipata ricerca pedagogica. Infatti, in assenza di condivisi orientamenti pedagogici, o della comprensione dei provvedimenti grazie ad un approccio ermeneutico ai temi fondamentali dell’educazione, o di una puntuale formazione, si rischiano l’incertezza operativa e l’insuccesso nei risultati che ci si era prefigurati.

Ci attende un tempo presumibilmente connotato da una nuova normalità, una condizione emergenziale più duratura di quanto previsto. A maggior ragione la scuola va considerata la massima priorità sociale e politica, e chiunque se ne occupi deve possedere salde competenze educativo-pedagogiche e…capacità di ascolto di tutti coloro che “abitano” la scuola.

Il futuro vince con la Cultura, vince con una e più generazioni formate al pensiero critico, all’etica esistenziale, alla capacità di scegliere con oculatezza, al discernimento tra mondo reale e mondo virtuale. Ma sono gli adulti educanti a garantirne la realizzabilità, quando vi sia un armonioso processo di interazione politico-sociale e una formazione continua.

Puntare sulla scuola? Assolutamente sì. Gli insegnanti hanno grandi aperture mentali, disponibilità, esperienza, entusiasmo, sono fonti di fermento educativo, tutti elementi indispensabili ad avviare i cambiamenti auspicati, a partire dal riconoscimento della professionalità e dell’autorevolezza della funzione docente.

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