PTOF, 5 consigli per rinnovarlo e renderlo vera identità della scuola

di redazione
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Il Piano Triennale dell’offerta formativa è di prossima scadenza e i collegi dei docenti sono già al lavoro per rinnovarlo, modificando o sviluppando certi ambiti che a distanza di tre anni dall’emanazione della Legge 107 del 2015 sono diventati cogenti, anche per effetto dei Decreti legislativi previsti dalla legge 107.

Le modifiche: il ruolo del Dirigente Scolastico

Il rinnovo del PTOF deve partire obbligatoriamente dagli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione definiti dal dirigente scolastico, quindi a lui spetta dare gli orientamenti, sulla base dei quali la comunità professionale procederà, se non per elaborare il piano nella sua interezza, a cambiare d’abito a talune sezioni o rivedere formalmente aspetti che intanto si sono evoluti, perché sono subentrate nuove norme, documenti europei e nazionali, note ministeriali che hanno dato indicazioni su tematiche caratterizzanti il piano triennale dell’offerta formativa. Leggi l’articolo di Katjuscia Pitino

5 consigli per rinnovare il PTOF

I consigli provengono dall’ispettore scolastico Max Bruschi.

1) la lingua. Devo poter capire ciò che leggo. Il PTOF non è un documento interno. Non è una nota per addetti ai lavori. Un buon PTOF si legge e si fa leggere perché è utile;

2) la lunghezza. Un PTOF non è un trattato di pedagogia. E’ una carta di identità. E’ chiamato a fissare il profilo di una istituzione scolastica in modo tale che possa essere compreso e comparato. Un buon PTOF è essenziale (cfr. Leonardo Da Vinci, “Ciò che è essenziale, è perfetto”);

3) l’attinenza con la realtà. Un PTOF (ma vale anche per il RAV) descrive ciò che una istituzione scolastica fa, non quello che si aspetta che “gli altri” (i genitori, i docenti, il Miur…) vorrebbero leggere che facesse. Un buon PTOF è onesto e si basa sui dati reali. Un PTOF dove la distanza tra il dire e il fare è siderale, è di fatto una truffa ai danni della comunità;

4) il presente. Un buon PTOF parla di ciò che si è fatto e si fa, che è alla base e dà credibilità a ciò che si progetta di fare. Non usa quello che chiamo il “futuro ipotetico” (“se avremo, faremo; se ci daranno, faremo”), ma il “presente categorico” (“ho questo, dunque scelgo di fare questo”). Quando programma, lo fa sulla base di parametri verificabili, e non confidando nella labilità della memoria;

5) l’identità. Un buon PTOF è “identitario”. Compie delle scelte (di indirizzo, di priorità, di allocazione delle risorse) e le motiva. Ne è orgoglioso.

Un buon PTOF – conclude Bruschi – è chiaro, essenziale, onesto, pragmatico, netto; un cattivo PTOF è oscuro, verboso, declaratorio, ipocrita, omnicomprensivo.

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