Prove Invalsi, non serve allenamento specifico ma una didattica diversa. Parola di Invalsi

di redazione
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Il 10 luglio è stato presentato presso l’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati il Rapporto annuale INVALSI. Dai risultati è scaturito un ampio dibattito sulla qualità dell’insegnamento in Italia.

Come migliorare i risultati delle prove Invalsi, in questi giorni al centro del dibattito sulla scuola? Come possono intervenire gli insegnanti?

No allenamento, ma una didattica diversa

E’ questa la ricetta fornita dallo stesso istituto Invalsi, che precisa:

“Esiste un fraintendimento piuttosto comune secondo il quale, per ottenere buoni risultati, sia necessaria una preparazione specifica, qualcosa in più rispetto al lavoro che si deve fare normalmente in classe. Insomma, un allenamento specifico.”

I quesiti predisposti dall’Invalsi infatti non devono essere pensati come dei quiz. Anzi – spiega l’Invalsi –  sono quanto di più lontano ci possa essere.

Le prove Invalsi cercano di misurare la capacità degli allievi di ragionare con la propria testa. Di produrre, anziché riprodurre. Perché è questo che nella vita come nel lavoro dovranno saper fare.

Per ottenere risultati migliori nelle Prove INVALSI . – affermano dall’Istituto – non occorrono quindi più libri, più tempo, più fatica da parte di insegnanti e allievi.

Provare qualche quesito degli anni precedenti può essere utile per prendere familiarità con il formato delle Prove.

Ma per migliorare può servire una didattica un po’ diversa, più chiara, coinvolgente, che stimoli gli studenti a ragionare su quello che stanno studiando e a farlo proprio.

E trovarla sta alla sensibilità e alla professionalità di ogni singolo insegnante, perché non può esistere una ricetta.

L’insegnamento efficace nasce infatti dall’incontro – sempre unico – fra la passione di quell’insegnante e la storia, le aspirazioni e i talenti di quei ragazzi, che troveranno così una motivazione autentica a imparare. E quando c’è quella, tutto in classe diventa più facile.

Non si insegna per competenze

Riprendiamo anche le parole di Anna Maria Ajello, dal 2014 Presidente dell’INVALSI.

Non si insegna per competenze, ma per far diventare competenti, che è tutta un’altra cosa.

“Una competenza infatti – afferma la Ajello – non è qualcosa che si insegna, ma un modo di insegnare che permette agli studenti di diventare competenti.”

Come si struttura un insegnamento in cui l’obiettivo sia far diventare competenti?

Secondo la Ajello non si tratta di trasmettere conoscenze allo studente “Molte conoscenze di oggi diventeranno presto obsolete” quanto piuttosto consentirne la piena acquisizione proponendo “attività che per gli studenti abbiano un significato, e che per essere portate a termine richiedano l’uso di quelle conoscenze

La nostra intervista

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