Prove Invalsi non saranno requisito per l’esame di Stato, Ichino: “Con la DaD impennata di voti. Come misurare la perdita di competenze durante la pandemia?”

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“Spiace davvero dirlo, ma sulla scuola il nuovo Governo partirebbe con il piede sbagliato se decidesse che le prove Invalsi non saranno, quest’anno, un requisito necessario per accedere agli esami di terza media e di maturità. Una decisione che darebbe un messaggio molto pericoloso agli studenti e ai professori: ‘Le prove Invalsi sono un optional; anche se non le fate, per il Governo non è un problema’.” Lo scrive il giurista Pietro Ichino, che è intervento sul tema prove Invalsi che non saranno requisito di accesso per l’esame di Stato del primo e secondo ciclo.

Pur ammettendo “che è possibile che, a causa della pandemia, in alcuni contesti sia difficile effettuare i test” secondo Ichino “il messaggio del Governo sarebbe radicalmente diverso se dicesse: Le prove Invalsi sono un requisito e quindi vanno fatte, tranne che nei casi in cui, per esigenze di contrasto al contagio, questo non fosse possibile”.

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Il giurista infatti ritiene che “dopo numerosi anni in cui il voto medio all’esame di maturità fluttuava intorno ai 76 punti (con circa due punti in più al sud rispetto al nord), improvvisamente nel 2020 esso è aumentato ovunque di ben 4 punti. Se prima del Covid-19 questo voto manteneva un minimo di significatività nel segnalare gli studenti migliori, l’appiattimento “buonista” verso l’alto indotto dalla pandemia pone una pietra tombale sull’utilità di questo esame”.

Ecco perché, secondo Pietro Ichino, “di fronte a una impennata dei voti quale quella registrata nell’anno della didattica a distanza, le prove Invalsi sono indispensabili perché possono darci una misura più attendibile della perdita di competenze e conoscenze che gli studenti italiani hanno subito a causa della pandemia“.

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