Prova tipo Invalsi somministrata in Lombardia per esami qualifica professionale. FLCGIL contraria, risponde Pellegatta

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di Eleonora Fortunato – Se ci sono delle pecche nell’organizzazione degli esami di qualifica nell’ambito della IeFP (Istruzione e formazione professionale) non sono di certo identificabili nelle prove standardizzate o nella presenza di rappresentanti della Regione “che hanno il solo scopo di verificare la correttezza delle procedure”: questo in sintesi il pensiero di Roberto Pellegatta, dirigente scolastico e presidente dell’associazione Disal (dirigenti scuole autonome e libere).

di Eleonora Fortunato – Se ci sono delle pecche nell’organizzazione degli esami di qualifica nell’ambito della IeFP (Istruzione e formazione professionale) non sono di certo identificabili nelle prove standardizzate o nella presenza di rappresentanti della Regione “che hanno il solo scopo di verificare la correttezza delle procedure”: questo in sintesi il pensiero di Roberto Pellegatta, dirigente scolastico e presidente dell’associazione Disal (dirigenti scuole autonome e libere).

Abbiamo sollecitato la sua riflessione su questo argomento dopo che, negli ultimi giorni, un comunicato Flc Cgil puntava il dito contro disposizioni della Regione Lombardia che prevedono una prova standardizzata su modello Invalsi negli esami di qualifica professionale in regime sussidiario e la presenza di funzionari delle Regioni “ai fini della valutazione di sistema”. Ma questi due elementi sono davvero così nocivi per l’autonomia delle scuole e per la valutazione finale degli studenti?

Pellegatta non ci ha nascosto il suo stupore nell’apprendere che le critiche del noto sindacato si appuntavano proprio contro la prova standardizzata che “non nuoce affatto, semmai valorizza la preparazione dei nostri studenti, che raggiungono tutti ottimi risultati”. Simile nella struttura ai test Invalsi, questa prova accerta il livello di competenza raggiunto dai ragazzi alla fine del triennio in italiano, matematica e scienze e, proprio come accade nell’Esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione,  contribuisce a determinare il voto finale di qualifica.

Facciamo presente al nostro interlocutore che la preoccupazione della Cgil potrebbe però essere altrove, cioè nell’idea che i risultati di questi test vengano indebitamente utilizzati per assegnare i voti agli istituti, limitando così l’autonomia professionale dei docenti e dei Consigli di Classe, nell’ambito di un disegno certo più ampio. “Non ho motivo di credere che i risultati di queste prove, che non sono di dominio pubblico, siano mai stati utilizzati in questa direzione, ma se proprio si vogliono rivolgere delle critiche al sistema di qualifica in regime sussidiario si deve guardare altrove, per esempio all’eccesso di burocratizzazione che incombe sugli istituti che decidono di attivare corsi di qualifica triennale in sinergia con le Regioni”.

Pellegatta è in disaccordo anche su un altro punto del comunicato, quello in cui si stigmatizza come negativa o inopportuna la presenza ai lavori della Commissione di Esame di esperti della Regione “in qualità di osservatori… ai fini della valutazione del sistema”: “Innanzitutto bisogna specificare che non si tratta di rappresentanti qualsiasi, ma dei Presidenti di Commissione, ed è naturale che la Regione, che è l’Ente che rilascia i titoli, voglia vigilare sul corretto svolgimento delle procedure, esattamente come avviene nell’ambito degli esami statali. Nell’Istituto Professionale in cui io lavoro partecipo a questo tipo di attività da quattro anni e i Consigli di Classe hanno sempre lavorato nella più piena autonomia, senza sentirsi sotto esame da parte della Regione. Se poi si vuole ampliare il discorso alla valutazione di sistema, che è una cosa sacrosanta, ben venga, ma non si possono  confondere i piani vedendo in una pratica collaudata da tempo intenzioni e finalità che a mio avviso al momento non ci sono affatto”.

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