Proposta Riforma Scuola: dal numero di anni per ordine e grado al numero alunni per classe. Lettera

di redazione
ipsef

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Cari di OS,
in questi giorni sono molti coloro che dopo la caduta del governo Renzi propongono da dove ripartire, o meglio “partire”, per raggiungere un’intesa storica con il mondo della scuola attraverso una valida riforma scolastica.

Premetto che io sono professore dal 2014 e non ho tutta l’esperienza che ci vorrebbe per indicare i reali problemi della scuola italiana. Tuttavia, prima come studente, poi come professore, credo di aver almeno individuato i punti più critici della disaffezione alla scuola da parte di famiglie e studenti, oltre che tutte quelle tare che non permettono alla scuola pubblica italiana di ritagliarsi una posizione di eccellenza all’interno del mondo scolastico europeo (ultimi dati PISA-OCSE 2016 alla mano…).

Ecco quindi, nei limiti di quello che mi compete e delle sviste che possono aver accompagnato la mia riflessione, quelle che io credo essere le operazioni e le innovazioni più importanti da apportare al mondo scolastico italiano. Innanzitutto, per la situazione in cui versiamo, vale la pena dividere queste operazioni in due blocchi: il primo blocco riguarderebbe le urgenze più immediate a carico del prossimo governo di responsabilità; il governo di transizione che condurrebbe alle prossime elezioni; il secondo blocco, appannaggio del nuovo governo eletto, riguarderebbe la riforma scolastica nei suoi punti più complessi da realizzare anche a medio-lungo termine.

Blocco A. Le urgenze del governo di transizione:

1) Riapertura della terza fascia (le scuole sono in ginocchio e hanno bisogno di professori; non tutte le classi di concorso sono sature come si dice. Inoltre, sarebbe anticostituzionale se lo Stato non permettesse di lavorare a molti docenti idonei ma non ancora abilitati, dato che l’Art.1 della Costituzione italiana, la stessa che NON ABBIAMO voluto cambiare, dice chiaramente che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

2) Attivazione a settembre del biennio formativo abilitante ad accesso libero con cadenza annuale (esami integrativi per chi già in possesso di laurea magistrale.

3) Stralcio della legge 107 che conteneva: ambiti territoriali, chiamata diretta, mobilità, riforma esami di stato, etc…

Blocco B. Riforma della scuola.

Premessa. Credo fortemente, benché non abbia tutta la scienza e gli studi alle spalle per intendermi di legislazione, pedagogia, giuslavorismo e ogni aspetto e dettaglio dell’amministrazione scolastica, che una vera e REALE riforma della scuola debba essere necessariamente una riforma  strutturale e curriculare. La tesi di partenza è che se non c’è un ambiente, una struttura, un ordinamento, un curricula sani, forti e lineari, non ci sarà nemmeno una miglioria dell’apprendimento disciplinare né tantomeno una presa di coscienza reale e matura dello studente come figura attiva e fondamentale di una società civile, tollerante e democratica, progressista all’avanguardia. Ecco quindi gli aspetti che credo essere i più importanti per risanare (finanziamenti a parte) la scuola PUBBLICA italiana.

La struttura:
5 anni di scuola primaria, 5 anni di scuola secondaria, 3 anni di scuola di istruzione superiore, 4 anni di prima laurea universitaria a cui aggiungere 2 di laurea magistrale, 2 di dottorato e così via.

Passare da 3 a 5 anni per la scuola secondaria è il centro nevralgico di una riforma che vuole puntare realmente sulla formazione e la coscienzalizzazione dello studente/cittadino. L’obbligo di frequenza scolastica è posto a 16 anni compiuti. Che senso ha “parcheggiare” per due anni ragazzi che o non hanno voglia di studiare o hanno già un lavoro a cui dedicarsi oppure, caso molto comune, non sanno ancora bene cosa scegliere per la loro vita, che senso ha quindi, parcheggiarli nel biennio delle superiori? Ha molto più senso scandire la formazione base del cittadino italiano all’interno di un ambiente di tipo famigliare, dove vengono insegnate non solo le discipline fondamentali per competenze trasversali che saranno utili per ogni singolo aspetto della vita, ma anche l’educazione e le regole legate alla vita in società, la cittadinanza attiva, l’educazione ambientale, sessuale e alle tecnologie. Così da arrivare alla quinta classe secondaria con 16 anni, con una preparazione solida per ogni settore disciplinare (umanistico, scientifico, linguistico e laboratoriale) e una coscienza maggiore del proprio ruolo nel mondo.

·         5 anni di scuola primaria con test di ammissione dalle classi seconde alle classi terze; e un esame di competenze alla fine della classe quinta (molti studiosi indicano come causa dell’impreparazione degli studenti delle superiori e i loro problemi di ansia e prestazione, proprio l’assenza in tenera età di prove di questo tipo).

·         5 anni di scuola secondaria divisi in un primo biennio e in un secondo triennio con un Esame di Stato serio e rigoroso alla fine della classe quinta, inteso quindi come il sigillo più importante che attesti l’avvenuta formazione disciplinare e civile dello studente. Esso prevedrebbe gli scritti di italiano, matematica/tecnologia, inglese e seconda lingua straniera, più il colloquio orale che non deve essere nulla di più che la discussione di un tema scelto dal candidato, ricollegabile a una o a più materie. La prova INVALSI, comprensiva di comprensione del testo, risoluzione di problemi logici e una sezione dedicata alla lingua inglese, non verrebbe somministrata durante gli esami, ma nel mese di maggio e il risultato influenzerà solo il voto di ammissione all’esame (oltre che contribuire alla redazione annuale dei traguardi raggiunti nelle tre discipline base dell’educazione secondaria: italiano, matematica, inglese).

·         3 anni di scuola di istruzione superiore, tripartita in licei, istituti professionali e scuole di formazione professionale con obbligo, per ogni ordine di scuola indipendentemente dall’indirizzo scelto, di due lingue straniere: inglese obbligatoria per tutti e una seconda lingua tra quelle di base (spagnolo, francese, tedesco – quest’ordine è anche quello desunto dal reale impatto di ogni singola lingua in termini internazionali). Il triennio superiore risulterebbe quindi la sintesi perfetta dello studio specifico per indirizzo, capace di formare sia lavoratori che studenti con appropriate basi per lo studio universitario. Alla fine della classe terza, un Esame di Stato rivisto e corretto, oppure – mia proposta – l’abolizione dell’Esame così come lo conosciamo, per sostituirlo con un sistema di puntuazione grazie al quale gli studenti potranno trovare impiego o iscriversi all’università. Sarà quindi loro premura guadagnare più punti possibili per poter incontrare lavoro od iscriversi all’università. Sarebbe comunque giusto prevedere l’esame scritto di italiano o per lo meno la discussione di una tesina di indirizzo, come suggello del percorso triennale. Ma la valutazione, esprimibile nei già conosciuti e praticati centesimi, sarebbe la soluzione preferibile.

Valutazioni e ammissioni.
·         Il mantenimento delle valutazioni numeriche invece che le lettere. Non solo i numeri, storicamente, sono più comprensibili e intuitivi nel loro simbolismo, ma aiutano in senso pratico le valutazioni degli insegnanti. Dopotutto, un numero rimanda a un descrittore che a sua volta rappresenta un giudizio. Una puntuazione dal 4 al 10 è più intuitiva e credo stimoli maggiormente il senso critico dell’alunno. Una lettera invece (sono stato studente alle medie nei primi anni ’90, c’erano le lettere e so cosa volessero dire, o meglio “non dire”), non ha lo stesso potere sintetico del numero. Spetta al docente e alla sensibilità della famiglia non classificare come sterili numeri gli studenti e i figli, ma il numero in sé è il segno migliore per una reale sintesi valutativa, oltre che matematicamente più agile.

·         Resta in definitiva la possibilità di non ammettere alla classe successiva gli alunni non pronti a tale passaggio.

o   Per quanto riguarderebbe la primaria, si potrebbe pensare alla non ammissione alla classe terza, prima o dopo il test di passaggio più sopra indicato, e all’uscita dalla quinta classe per accedere al primo anno di secondaria solo in casi estremamente gravi.

o   Per la scuola secondaria, ognuno dei cinque anni può e deve prevedere la non ammissione all’anno successivo.

o   Di contro, alle scuole di istruzione superiore, se avvallata l’idea di una puntuazione in uscita al posto dell’Esame di Stato, è inutile bocciare gli studenti. Ricordiamo quindi che nel triennio superiori si accederebbe a 16 anni compiuti, quindi fuori dall’obbligo scolastico. È nell’interesse dello studente imparare e impegnarsi. Non è obbligato a farlo. Responsabilizzare i più giovani invece che iperproteggerli come fanno in questi ultimi vent’anni sia le famiglie che le istituzioni, non giova alla loro autonomia, alla loro autosufficienza e al loro spirito di giudizio critico. Se l’Italia versa in condizioni allarmanti di disagio giovanile, è anche dovuto a un allontanamento dalle proprie responsabilità.

Il monte ore.

Il monte ore annuale di ogni disciplina deve essere rivisto e quindi anche le discipline stesse vanno riconsiderate, per lo meno e più urgentemente nella scuola secondaria.
·         Possibilità di intendere l’insegnamento di Italiano (Grammatica e Antologia) unitamente solo a quello di Storia. Nella nuova secondaria: antologia nel biennio, e letteratura comparata nel triennio (è ormai inutile – basta studiare gli articoli accademici di studiosi del settore – continuare nell’esercizio sterile di insegnare la letteratura italiana e nessun’altra letteratura nazionale).

·         Possibilità di accorpare l’insegnamento di Geografia e di Scienze nella nuova Scienze Naturali, lasciando a Matematica le sole Aritmetica, Geometria e Informatica – anche se quest’ultima potrebbe confluire in Tecnologia. Fondamentale, per Informatica, l’insegnamento stabile e approfondito del linguaggio digitale, delle nuove tecnologie, dei rischi anche penali di un uso improprio dei social network e della rete in generale, oltre e non da ultimo di un’educazione antibullistica che, dalle ore di Italiano e Cittadinanza, converga in Informatica con il tema del cyberbullismo.

·         Possibilità di aumentare a 4 ore l’insegnamento di Inglese e a 3 la Seconda Lingua Straniera (o anche 3 ore nel biennio secondaria e 4 nel triennio secondaria per inglese; 2 nel biennio secondaria e 3 nel triennio secondaria per la seconda lingua).

·         Possibilità di rivedere gli accordi con la Santa Sede e rimuovere l’insegnamento della Religione cattolica, confluendo Storia dei popoli nella disciplina di Storia (Siamo nel 2016, se una famiglia vuole educare il figlio secondo la dottrina cattolica lo manda in parrocchia a catechismo, non a scuola).

·         Nella scuola di istruzione superiore tutto è vincolato all’indirizzo. Con i 5 anni di scuola secondaria, che penseranno alla formazione di base solida e trasversale, nei 3 anni di istruzione superiore si può ben pensare solo alla specializzazione.  Obbligatorie però due lingue straniere. Non più il solo inglese. Questo perché la lingua non può e non deve essere vista solo come uno strumento di lavoro, bensì come chiave di accesso per un’altra cultura, un altro mondo, una letteratura, un cinema, società e costumi diversi dai propri.

·         Nella revisione del monte ore per disciplina è giusto interrogarsi sui contenuti. Con questa idea di riforma si vuole da un lato dare più peso alla formazione base per permettere a ogni 16enne di entrare nel mondo degli adulti capace di integrarsi e continuare ad imparare, dall’altro prevede una riqualificazione dello studio universitario, più selettivo ed esigente. Da questo punto di vista è inutile pretendere di licenziare dalla terza superiore (ex quinta superiore) studenti afferrati in ogni singolo dettaglio delle varie discipline. È un compito che spetta all’università o al massimo alle scuole di istruzione professionale che hanno il compito di formare lavoratori nello specifico. La letteratura, per esempio, dovrebbe essere insegnata monograficamente con percorsi tematizzati, e non più cronologicamente, autore per autore, opera per opera. Allo stesso modo, tutte le altre discipline, le Scienze, l’Arte, la Tecnologia, le lingue, etc., dovrebbero essere ricalibrate nei programmi. Meno contenuti, ma più competenze, consolidate e approfondite. Il grosso si gioca all’università, ma questa riforma prevede che anche chi non si avvalesse dello studio universitario, possa essere solidamente formato e competente trasversalmente in ogni settore proprio grazie a un quinquennio di secondaria obbligatorio e soprattutto omogeneo nell’ambiente e nelle discipline.

Il tempo scuola:
·         Primaria a tempo prolungato per andare incontro alle esigenze delle giovani famiglie. Il tempo pomeridiano deve però essere un momento di gioco e di svago, di creatività e di riposo.

·         Secondaria a tempo tradizionale di 30h settimanali. Purtroppo gli effetti negativi dei pomeriggi scolastici si vedono. Le famiglie vogliono i figli in un ambiente protetto e li vogliono a casa il sabato. Bisogna però chiedersi cosa aiuti di più la loro formazione. I pomeriggi scolastici rendono i ragazzi stressati, oppositivi; li privano dell’ozio e della creatività individuale. La mia proposta è quindi di tornare alle 30h settimanali per tutti: nessuna autonomia a riguardo – altrimenti scuole-aziende che vogliono lustrarsi agli occhi delle famiglie commetterebbero l’errore di accumulare ore ed insegnamenti spropositati e inutili per i ragazzi. Ma al tempo stesso, prevedere i rientri pomeridiani, solo facoltativi, per attività utili all’acquisizione di crediti formativi, ma con l’obiettivo principale di mettere la scuola e la sua struttura al centro della vita sociale del paese o del quartiere. Ecco come verrebbe ripensato il tempo scuola alla secondaria:

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o   Italiano e Storia (3h di grammatica, 3h di antologia/letteratura, 2h di Storia/Cittadinanza).

o   Matematica. (2h di aritmetica, 2h di geometria, 1h di informatica).

o   Scienze Naturali. La disciplina comprende Geografia, Biologia, Chimica, Fisica.

o   L’orario quindi andrebbe per tutta Italia – salvo dispense dovute a questione di trasporti – dalle 8.00 alle 14.00 con un intervallo di 10 minuti ogni due ore (5 minuti dell’ora precedente e 5 minuti dell’ora successiva) e nessuna mensa scolastica (che può però convertirsi nella somministrazione sana, secondo progetti alimentari, delle merende).

o   Dalle 15.00 alle 17.00 la scuola accoglierebbe i ragazzi per le attività pomeridiane, ovvero: gruppi studio, potenziamento delle lingue curriculari e di altre non curriculari, gruppo di arte creativa, gruppo di danza, gruppo di teatro e cinema (con cineforum, anche in lingua), gruppi laboratoriali di meccanica, elettronica ed informatica, gruppi di agraria e zootecnia (coltivare un orto e accudire ad animali), gruppi sportivi (meglio sarebbero tornei interni visto che lo sport, come musica, danza e altro, i ragazzi sono soliti farli al di fuori del mondo scolastico, anche giustamente. Vale la pena lasciare libertà di scelta e non sovrapporsi nelle attività extrascolastiche).

·  Scuole di istruzione superiore a tempo tradizionale. Qui bisogna rivedere tutte le discipline per indirizzo ed eventualmente creare un nuovo quadro orario per confermare le 30/36/40h settimanali. È comunque previsibile un aumento del monte ore settimanale anche per esigere dai 16/19enni un impegno e una dedizione maggiore. L’ideale sarebbe comunque sempre lo stesso: terminare le ore curriculari intorno alle 14.00 e lasciare i ragazzi liberi di partecipare ad attività pomeridiane, sul modello già indicato per la secondaria, o di scegliere tutt’altra forma di impiego del proprio tempo. Il tanto dibattuto problema della dispersione scolastica non si combatte obbligando i ragazzi a fare lezione nel pomeriggio, ma attivando l’apertura pomeridiana delle scuole e dei suoi ambienti per attività gestite dal personale docente o da specialisti di settore assunti autonomamente dalla scuola attraverso il ministero.

Studenti, professori e didattica.
·         Per quanto riguarda il mondo della docenza non posso permettermi di fare proposte concrete. Sicuramente, il cambio della struttura di scuola primaria, secondaria e di istruzione superiore, con l’aggiunta di un monte ore diverso, implica un cambiamento, forse anche problematico nell’orario di lavoro degli insegnanti. Le attuali 18 ore verrebbero sfasate. Come fare a questo proposito? Non lo so con precisione, ma una soluzione potrebbe essere che le ore in eccesso – ammettiamo che un professore coprirebbe per 16 ore una sezione intera, restandogli scoperte 2 ore, quindi due in eccesso – vengano redistribuite durante la settimana per ricoprire le attività pomeridiane o attività strettamente didattiche. Quante volte ci lamentiamo che abbiamo lavoro a casa non retribuito? Ecco, se la scuola mettesse in orario le ore scoperte come ore di pianificazione, i professori potrebbero utilizzarle per correggere le verifiche (che così non uscirebbero nemmeno da scuola), per programmare la lezione e compilare i moduli che di mese in mese si devono redigere.

·         Più potere al consiglio di classe.

·         Formazione dei docenti continua e obbligatoria, ma semplice, non machiavellica, e soprattutto in linea con le reali esigente del docente, della disciplina o della scuola.

·         Abrogare gli ambiti territoriali, ma arrivare ad un registro del professorato dove ogni scuola possa scegliere autonomamente i docenti in supplenza scavalcando anche le graduatorie in favore della fondamentale continuità didattica. Se una scuola, per esempio, si trovasse bene con il supplente di Tecnologia e non volesse cambiarlo, avrebbe diritto a contrattarlo anche contro le graduatorie, utili comunque quando per la scuola è necessario cambiare il docente.

·         POF o PTOF? Non ho gli strumenti per dirlo. Sicuramente, se di continuità vogliamo parlare, un programma triennale assicurerebbe anche la detta continuità, soprattutto vincolando anche un docente in supplenza per tre anni.

·         Rivedere le responsabilità penali e civili dei professori in casi precisi dove spesso e ingiustamente la parola di un minore vale di più di un rappresentante dello Stato.

·         Rinnovo del contratto di lavoro e conseguente incremento dello stipendio per riqualificare il lavoro del professore, responsabile della formazione di nuovi cittadini, anche in previsione di un maggior impegno lavorativo dovuto ai pomeriggi scolastici. Allo stesso modo seguirebbe lo stesso trattamento per gli ATA e il corpo amministrativo. La valorizzazione di tutti i collaboratori scolastici è alla base del successo di una riforma sana e civile, anche con l’introduzione di figure nuove e stabili, prima solo immaginate come collaborazioni esterne (infermieri, psicologi, divulgatori scientifici, etc.).

·         Rivedere e potenziare il piano dell’organico di diritto. Questione spinosa che non saprei affrontare. Mi permetto di rivendicare quanto le graduatorie non aiutino la tanto fondamentale continuità didattica. Necessitiamo di un procedimento di ricerca e assunzione libero e in linea con la continuità didattica precisata nel POF/PTOF.

·         Insegnamento di Educazione Fisica nella primaria.

·         Valorizzazione del professore di sostegno come classe di concorso a parte (come mi pare stia già avvenendo). Una risorsa fondamentale per migliorare la vita tra i banchi di scuola. L’insegnante di sostegno lavora ovviamente sul ragazzo disabile, ma è di sostegno anche ai professori e sul resto della classe perché aiuta i ragazzi a sapersi comportare con un compagno problematico, oltre che aiutare tanti altri piccoli svantaggi come dislessia, disgrafia etc. A proposito, bisognerebbe vincolare le certificazioni DSA ai soli enti sanitari pubblici convenzionati con la scuola. Oggi – è prassi accertata – molte sono le famiglie che, in buona o cattiva fede, pagano per avere certificazioni DSA e aiutare scorrettamente i propri figli durante gli anni scolastici. Anzi, iperproteggere ragazzi con piccoli difetti non fa altro che indebolirli e renderli incapaci di vivere autonomamente e di affrontare la vita con risolutezza. Bisogna bandire per legge le certificazioni DSA selvagge.

·         Introduzione di necessarie educazioni oggi imprescindibili per il reale benessere fisico e mentale dei ragazzi e de futuri cittadini: educazione alimentare, stradale, sessuale, digitale e un’educazione all’immagine o all’audiovisivo o più semplicemente Educazione Cinematografica – la storia italiana s’è fatta in letteratura, ma anche al cinema; conoscere la storia del cinema italiano e del cinema mondiale, conoscerne i linguaggi, i genere e il sistema produttivo, è un’occasione per fomentare un settore lavorativo, nonché economico ed industriale del nostro paese che potrebbe battere sul campo qualsiasi altra cinematografia nazionale; inoltre, un’educazione all’immagine, abbinata all’educazione digitale e alle nuove tecnologie, permette di salvare i ragazzi da una misconoscenza o conoscenza disfunzionale, scorretta e pregiudizievole dell’audiovisivo, che è oggi il principale mezzo di comunicazione e veicolo del pensiero, strumento di rappresentazione del reale e del immaginato.

·         Per l’inclusione, divieto di portare fuori dall’aula gli alunni problematici e con sostegno, se non in casi espressi dall’autorità medica in concerto con il consiglio di classe.

·         Classi di 15 studenti.

·         Ristrutturazione degli ambienti scolastici con un impegno finanziario notevole. Revisione dell’edilizia scolastica obbligatoria con il passaggio della secondaria da 3 a 5 anni.

·         Obbligo per ogni scuola di avere aule tematiche, ovvero: una biblioteca, un aula video, un’aula informatica, un aula di lingue, un’aula di arte e progettazione tecnica, un auditorium adibito anche a teatro e sala video, una palestra standard più campi da gioco all’aperto, un’aula medica o infermeria – con personale specializzato, nuova figura – e un’aula professori ulteriore a quella di primo smistamento, dove ricevere genitori, prendersi un caffè, correggere verifiche, leggere un libro, defaticare in generale.

·         Unificazione dei modelli amministrativi. Programmi didattici, Pdp, Pei, Relazioni finali, Certificazioni varie, etc., devono avere tutti un modello unico dettato dal ministero. Allo stesso modo deve esserci uniformità nel vocabolario didattico, con un glossario ufficiale dettato dal Miur. L’autonomia della scuola viene sì limitata, ma a favore di un’uguaglianza formativa fondamentale per parlare di scuola pubblica, perché l’insegnamento deve essere uguale per tutti, come la legge, i diritti e i doveri. Resta l’autonomia della scuola in altre competenze, più concrete e dirette alla continuità didattica, ai pomeriggi scolastici, alle uscite scolastiche, ai giorni di vacanza, alla gestione degli affari interni e alle relazioni con il territorio.

·         Interruzione dell’alternanza scuola-lavoro o per lo meno un suo netto ridimensionamento, inteso non come allontanamento dal mondo del lavoro – i ragazzi nel triennio superiore devono essere avvicinati al reale mondo del lavoro – ma inteso piuttosto come un avvicinamento progressivo e curioso, giustamente retribuito in casi di reale collaborazione lavorativa.

·         Più tasse per le scuole private, mentre le paritarie tornano ad essere pubbliche. Il ministero deve passare il messaggio, forte e chiaro, che l’istruzione non ha bandiere e non può essere diversa per questioni religiose o di patrimonio. L’istruzione è uguale per tutti. Non si può credere all’istruzione privata. Le eccellenze devono essere una risorsa dell’intero paese e a disposizione di tutti gli studenti senza distinzione di fede religiosa o di classe sociale o di etnia di provenienza.

·         Il Dirigente Scolastico vedrebbe interrompersi la propria indiscriminata autorità in materia di assunzione (abrogazione chiamata diretta) e tornerebbe Preside Unico su ogni singola scuola aumentando di fatto la presenza e l’impegno a scuola e di conseguenza la propria autorità che, non va dimenticato, è necessaria per la salute stessa dell’istituzione scolastica.

Le tecnologie:
·         Limitare l’introduzione di tecnologie eccessive ed invasive. L’utilizzo di smartphone o tablet è risaputo non aiutare realmente l’apprendimento. Qualora lo facessero, sarebbe un aiuto inferiore a quello che il materico può dare in termini di concretezza e di realtà. La parola chiave di questa riforma è infatti, se si è notato, REALE. La realtà delle cose si è persa per far posto a vaneggiamenti, proiezioni fantascientifiche sul sapere e ci si è dimenticato del reale mondo del lavoro, del reale impatto delle competenze nell’esperienza umana dei ragazzi. La fantasia e il diritto al sogno e all’immaginazione, anche come territorio di progettazione, sono una cosa, e rientrano nell’ordine reale delle cose, mentre la fantascienza didattica è tutta un’altra cosa e rischia di non essere più uno strumento, ma una sostituzione: l’ipertecnologia spersonalizzante al posto della didattica stessa. L’obiettivo è un altro: educare i ragazzi a saper fare a meno della macchina che li connette con il mondo per poter godersi il mondo concretamente, il mondo reale. Questo è l’obiettivo più importante per ridare smalto e vigore alle generazioni future – in questo senso già ci sono studi e indagini che confermano quanto ai bambini e ai ragazzi piaccia ancora di più un libro che un schermo. Senza per questo demonizzare la tecnologia e la digitalizzazione che stanno risolvendo non pochi problemi, uno dei quali è il registro elettronico che deve essere mantenuto, anzi potenziato. Allo stesso modo, il sito delle scuole (uguale e ministeriale per tutti!), deve anche contenere le pagine dei singoli professori che possono caricare materiali scaricabili dagli alunni, corrispondere in un forum didattico e così via.

In conclusione, è una riforma che punta tutto sulla struttura scolastica, ordinamento e curricula compresi. Una riforma che guarda alla realtà delle cose e non a giochi meramente politici. Una riforma che, come vuole tutelare i professori e il loro lavoro (terza fascia, abilitazione a numero aperto, concorsi regolari, continuità didattica), compreso quello di ATA, delle segreterie e di ogni nuova figura possibile, vuole soprattutto tutelare gli studenti assicurando loro un percorso formativo serio, esigente e rigoroso, promettendogli una continuità didattica solida e un reale rapporto con il mondo del lavoro o degli studi superiori.
Una scuola dove “competizione” e “successo” sono bandite, sostituite da parole come “fatica” e “sacrificio”. Vogliamo ragazzi sani, autonomi, realmente formati? Allora non dobbiamo farli correre, farli competere tra loro in un agonismo eterno e disfattista. Non dobbiamo stressarli e sedarli cognitivamente con progetti di ogni tipo, certificazioni, supercompetenze che valgono solo all’interno di una logica spersonalizzante, darwinista e consumistica, in cui lo studente è solo un numero, il numero di un ingranaggio del mercato e non più un vero e reale cittadino. Una scuola concepita come azienda produce solo giovani stressati, depressi e predisposti alla violenza, incapaci in futuro di vivere autonomamente in una società plurale. I ragazzi, oltre che a trovare un metodo di studio e lavoro, vanno educati anche alla scoperta, al tentativo e alla sconfitta. Perché la sconfitta è l’inizio della saggezza. Se le famiglie iperprotettive vogliono per i loro figli scuole-parcheggio senza nessuna reale educazione, perché l’unico obiettivo è mandarli al lavoro per guadagnare e basta, allora la scuola, la più pubblica possibile, deve proporsi come alternativa educativa. Una scuola che va oltre i saperi curriculari e le competenze trasversali, intervenendo sull’educazione, la cittadinanza, la legalità.
L’uomo – studente, professore o collaboratore che sia – è al centro della riforma. Altro che macchine, saperi, deleghe, sovrastrutture e politichese. L’uomo, realmente.

Mauro Fradegradi, Abbiategrasso, 10 dicembre 2016

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