A proposito di classi classiste ovvero della pedagogia segregazionista. Lettera

di redazione
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Inviato da Maurizio Parodi – La nostra scuola dovrebbe garantire pari opportunità, riconoscimento delle differenze, inclusione; dovrebbe agevolare l’accesso all’istruzione soprattutto delle fasce “deboli”, recuperare lo svantaggio culturale; dovrebbe adottare misure volte a sostenere chi sia più bisognoso, in maggiore difficoltà…
Purtroppo non è così.

Siamo ultimi in Europa (dati Ocse) per capacità di compensare le diseguaglianze culturali tra ricchi e poveri: fanno meglio di noi anche Romania, Bulgaria e Ungheria.
In altre parole, il vero motore del successo formativo degli studenti è rappresentato dalla condizione economico-culturale delle famiglie.

In altre parole, la scuola non funziona come “ascensore sociale”, è diventata un moltiplicatore di diseguaglianze: promuove gli studenti di famiglie colte e abbienti.

In altre parole, la scuola serve a chi ne ha meno bisogno; funziona come l’ospedale al contrario di cui parlava don Milani: cura i sani e “respinge” i malati.

In altre parole, si aggrava il carattere censitario di un servizio che dovrebbe essere aperto a tutti e che invece emargina proprio chi nella scuola potrebbe trovare la sola opportunità di affrancamento e di emancipazione.

Non va meglio, infatti, per quanto riguarda l’abbandono scolastico – ma sono gli studenti che abbandonano la scuola o è la scuola che abbandona gli studenti (più deprivati)?

L’analisi dei RAV (Rapporti di autovalutazione) delle scuole fotografa un fenomeno in crescita, con picchi preoccupanti al Sud.

I dati diffusi dal Ministero, riferiti al biennio 2013/2014 e 2014/2015, indicano che, ogni anno, oltre 50 mila gli studenti di scuola media e superiore smettono di frequentare le lezioni, si sottraggono all’obbligo scolastico, non completano gli studi.

L’emorragia non risparmia neppure i licei. Nel 2013/2014 hanno abbandonato 9.150 studenti; l’anno successivo oltre 10.300: in soli 12 mesi, il fenomeno è cresciuto di 12 punti e mezzo.

Questo il quadro generale, desolante, per la condizione di degrado del nostro sistema di istruzione, nel quale devono essere collocati gli episodi, inqualificabili, verificatesi nei giorni scorsi.

Sullo scandalo della “pubblicità regresso” dei licei segregazionisti molto si è detto, e sarebbe inutile esprimere ulteriore biasimo. È però necessario interrogarsi sul significato di un’operazione palesemente immorale, all’apparenza inammissibile, anzi inconcepibile: se un liceo si presta a una simile efferatezza, è segno (appunto) che ritiene di potersi in tal modo accreditare. Detto altrimenti, per attrarre iscrizioni si vanta una prerogativa ritenuta appetibile: da noi solo studenti di pura “razza italica” e di “sana e robusta costituzione fisica”; selezione che, si dichiara spudoratamente, garantisce una migliore qualità dell’insegnamento e dunque una maggiore preparazione riservata ai “prescelti”.

Chi scriva simili nefandezze ritiene di poter intercettare un bisogno che reputa diffuso, non in base a un estemporaneo e solitario delirio eugenetico ma, trattandosi di docenti e dirigenti scolastici, in “virtù” di un ragionamento, di un calcolo ponderato e condiviso.

Da cui l’inquietante interrogativo: possibile che un richiamo siffatto risponda a una domanda reale e più o meno malcelata o addirittura esplicitamente rivendicata?

Se fossimo in un Paese civile, le aule di tali istituti dovrebbero svuotarsi rapidamente. Ma i genitori degli studenti che li frequentano ne saranno davvero indignati? Eleveranno vibrate proteste o ne saranno invece rassicurati?

Al di là dei provvedimenti di competenze degli organi preposti, la vocazione “esclusiva” di queste scuole è e resterà chiarissima: fuori gli immigrati e i diversamente abili.

Per capire in quale stato (civile, etico, pedagogico) versi il belpaese non resta che attendere i dati relativi alle iscrizioni degli istituti benemeriti, sperando non trovi conferma il celeberrimo detto andreottiano: “A pensare male si fa peccato ma si sbaglia raramente”.

Maurizio Parodi – Dirigente scolastico (GE)

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