Promossi, bocciati o oltre? Sì a scuola di base, continuino solo studenti che vogliono specializzarsi. Lettera

di redazione
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inviata da Paola E. Silano – Provo ad andare oltre i commenti e le considerazioni che in questi giorni leggo qua e là su promossi, bocciati, esami e quant’altro. Il ragionamento che faccio non è sui risultati e sulla valutazione, ma sulla scuola.

Da qualche anno ho realizzato che forse ho sbagliato ad avere un atteggiamento sempre favorevole verso la promozione di chi è in difficoltà per ceto sociale, condizioni di vita avverse, disagio, ecc., nella convinzione che la scuola deve essere per tutti e non deve perdere nessuno per strada. In questo, ad es. Don Milani insegna…

In generale devo precisare che io d’istinto, come insegnante, non perdo mai nessuno per strada, che mi faccio in quattro per chiunque e che è auspicabile che ogni docente sia così.

Tuttavia, ora provo a vedere la cosa da un altro punto di vista, in modo tale da svincolare chiunque dal suo essere o non essere in un certo modo.

Voglio immaginare una scuola che offra semplicemente un servizio (finora la parola ‘servizio’ riferita alla scuola mi faceva venire il vomito…).

Una scuola siffatta, diversa, coerente con la sua funzione, potrebbe essere così:

  1. per un certo numero di anni dovrebbe dare istruzione e formazione, preoccupandosi che queste cose siano raggiunte/assimilate da ognuno; nel contempo la didattica attuata rifiuterebbe ogni forma di valutazione, perché il servizio sarebbe semplicemente “erogato” (nel migliore dei modi possibili).
  2. Dopo aver dato a tutti, e sottolineo tutti, le cose basilari, la scuola di base e obbligatoria chiuderebbe i battenti, mentre avrebbe inizio (solo per chi vuole specializzarsi in qualcosa) un percorso di studi mirato e sostanzialmente rigido, che  porterebbe a titoli specifici.

Sarebbe un ritorno al passato? Può darsi, ma protrarre il percorso per chi va a scuola schiattato in corpo, serve a farlo diventare più colto?

Sarebbe come confermare l’attuale divisione sociale? Può darsi, ma tanto la divisione sociale comunque c’è, e nella scuola che immagino, se un ragazzo di un ceto non alto volesse continuare fino all’acquisizione di un titolo specifico, potrebbe farlo, anzi sarebbe aiutato e supportato economicamente.

E chi non continua che fa? Semplicissimo, farebbe la cosa più ovvia del mondo: lavorerebbe senza fare l’intellettuale, magari dopo l’acquisizione di specifiche competenze, variamente articolate.

E gli insegnanti di adesso che farebbero? Per insegnare nella scuola di base ci vorrebbero un sacco di docenti, e sarebbero tutti impegnatissimi a insegnare a ognuno cose basilari, persino in modo individualizzato, perché non dovrebbero perdere tempo per correre dietro a progetti, progettini, carte, burocrazia e cazzate varie. Un esercito di insegnanti di base sarebbe il prerequisito della scuola per tutti. Si supererebbero classi, aule e barriere varie. Il recupero non sarebbe una buffonata. Ogni alunno, in un arco di anni prestabilito dovrebbe per forza imparare certe cose e l’obiettivo sarebbe solo quello. Se uno ci mette poco tempo, buon per lui, col tempo che rimane imparerebbe cose meno necessarie e più divertenti; se uno ci mette tutti gli anni previsti, alla fine avrà raggiunto l’obiettivo, sempre e comunque. Ovviamente nella scuola di base non si dovrebbe aggiungere niente agli obiettivi che tutti acquisirebbero per prepararsi a una vita  autonoma e normale, quindi non si ricorrerebbe né a orpelli né ad altre cavolate, ma sarebbe imprescindibile proprio il possesso delle abilità e conoscenze di base, e la fatica sarebbe tutta lì.

Poi occorrerebbero gli insegnanti da inserire nella scuola che specializza gli alunni in qualcosa; siccome avrebbero a che fare solo con ragazzi super-interessati, non si sentirebbero azzerati nella loro funzione, ma la svolgerebbero serenamente.

Fa schifo una scuola così? Per me sarebbe la scuola che, sotto sotto, ogni insegnante vuole: una scuola agile, utile e seria, cioè quello che non è adesso. Questa sì che sarebbe una riforma decente, altro che!
Siccome ho sempre precorso i tempi, già so che quello che ho detto è un futuro che ancora non si intravede.

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